Tempo zero
Di Flavio Allegretti, ottobre 2005.
La cameriera dagli occhi celesti, una ragazza magra e carica di buona volontà, spostava continuamente tazzine e bicchieri dal bancone, mentre il collega più anziano picchiettava un cucchiaio sulla teiera a ritmo di samba.
Negli ultimi anni era stata testimone dei miei mille umori da bar, le colazioni solitarie nelle prime ore della mattinata, in attesa che il lavoro mi rapisse e riscattasse le mie energie, liberandole nuovamente nel tardo pomeriggio.
Quel giorno una figura familiare, il corpo di un uomo giovane che pareva non rivolgere attenzione a nessuno, la camicia aperta sul petto arrossato ed un paio di pantaloni vintage dalle zampe larghe a coprire una coppia di calzature sportive, aveva magnetizzato il mio sguardo, attraendomi verso di sé, con la pretesa non dichiarata di scalzare gli occhi celesti della magra volenterosa a vantaggio di quell’odore già sentito, patrimonio della nostra vita.
Come quando torni nella scuola dove hai studiato per anni ed il laboratorio di chimica o la sala delle discussioni sanno di qualcosa che ti appartiene, sanno di te. Almeno un poco.
Non potevo credere fosse proprio il suo viso parzialmente nascosto da quei ciuffi i cui riflessi chiari e vivi testimoniavano la lunga assenza dalle nostre terre umide e poco soleggiate , che coprivano gli occhi e scendevano liberi sulle guance incontrandosi con le labbra ben definite, carnose, piene di storie da raccontare.
Quel tatuaggio un po’ scolorito, compagno d’inchiostro di chissà quali avventure, ancora svettava con una delle sue fiamme sulla parte inferiore del polso sinistro, adiacente alla sedia in rovere del piccolo bar.
E ciò che più mi sconvolse fu vedere il vecchio Sauro, ormai non v’erano più dubbi fosse lui, tenere in mano una tazza fumante piena di caffè.
Nero. Scuro come il catrame di una fragranza inattesa.
Un gran caffè insomma, una di quelle dosi che servono a svegliare un morto o che contribuiscono a sedare i bisogni di un dipendente da caffeina.
Ma il grande Sauro di caffè non ne aveva praticamente mai bevuto. E non perché fosse un salutista o non ne apprezzasse gli aromi.
Ricordo che in seconda liceo avevamo preparato insieme una ricerca per la professoressa di geografia, andando a documentarci sulle piantagioni di caffè nel mondo, scoprendo quanto le popolazioni caraibiche avessero ben poco da invidiare agli arabi circa l’abilità nel decorticarlo e calibrarlo prima che venisse torrefatto e messo in commercio.
Eppure non mi stavo sbagliando: quello alla destra del bancone, che aveva appena mosso il capo per evitare che i lunghi ciuffi di capelli sfiorassero la superficie nero liquido della tazza, era proprio quel pazzo, quel lucido pazzo di Sauro.
La scuola superiore insieme, le prime uscite con i motorini scassati, quelle favolose vacanze-studio piene di scoperte, di birre leggere e lacrime adolescenti.
Da quasi tre anni nessuno sapeva dove fosse e cosa stesse facendo; aveva concluso senza clamore gli studi universitari e poi era sparito nello spazio ridotto dei sedili rigidi e scoloriti di un volo economico, diversi mesi fa.
Vedendolo specchiarsi in quel caffè, quasi volendone indagare l’aroma e completarsi con la miscela di zucchero e latte, venni rapito da un ricordo lontano e dolce.
Lontano ma ancora chiaro alla mia mente: quel ricordo nitido e candito celava la verità, omessa a chiunque negli anni, sul perché Sauro non bevesse caffè.
Ed ora, in quello che era stato il mio bar di riferimento per le break(super)fast degli ultimi anni, mi trovavo a poco più di un metro di distanza dalle spalle dell’amico che tanto mi era mancato, ed avvicinandomi a lui, a quel forte odore di caffè che era sempre stato il suo cruccio, mi ero improvvisamente scoperto immobile nella rievocazione di un’estate lontana.
Quella sera avevamo deciso, noi sedicenni esattamente a metà tra le grandi prese di coscienza e i maestosi stati d’incoscienza, di avventurarci sull’isolotto di Crever.
Tenete conto che ci trovavamo in Scozia, in prossimità della capitale Edimburgo, ai tempi del liceo.
Un college imponente, costituito da sette palazzine di cinque piani in mattonelle rosse, ospitava noi adolescenti arrivati lì, nel Paese più a nord dell’Unito Regno, per trascorrere settimane intense fatte di lezioni d’inglese, escursioni verso la Capitale e verso i luoghi più caratteristici di quella parte collinosa dell’isola.
Il college Moonlight House era situato in un ampio parco naturale; prati sconfinati per intenderci, con dei grossi faggi qua e là e pure una quercia –mi pare di ricordare- dove una notte mi ero appartato a ricevere carezze da una ragazza di Roma, impegnati nel frattempo a nasconderci dalla guardia notturna, un uomo sulla cinquantina con un occhio di vetro, che suppliva alla limitazione sensoriale con una gran torcia elettrica, poiché dopo le ventiquattro non era ammesso essere fuori dalle camere.
Questo college stupendo, dotato di piscina, campi da tennis, pallavolo e calcio, di palestre e di aule “ricreative”, ospitava per l’intero mese di luglio più di trecento adolescenti, lì per loro scelta o per scelta dei genitori premurosi, a provare ad imparare la lingua più diffusa del mondo, giostrando tra lezioni mattutine, gite&sport&tornei e, soprattutto, dovendo affrontare la nascita di nuovi legami con compagni di un’avventura lunga quasi trenta giorni.
Oppure, se andava bene, compagne dolci ed incontri fortuiti con sirenette del nord, fatti di sospiri che continuavano anche ben dopo la fine della vacanza, assediandoti il cervello ed il cuore fino ad autunno.
Il bello era che questa mandria di giovanissimi proveniva da città e spesso regioni diverse, avendo aderito tutti ad una stessa società organizzatrice della vacanza-studio, creando così una situazione iniziale che personalmente percepii con immenso imbarazzo.
Senza contare poi tutti “gli stranieri” che, come noi, confluivano dalla stessa residenza o da quelle limitrofi alle lezioni ed alle varie attività organizzate.
Trecento ragazzi circa che non si conoscono e che dovranno essere compagni di un’avventura appannata; un plotone di vittime degli ormoni che ascoltano musica punk e sono vestiti tipo grunge, però con i pantaloni larghi, e giovani ancelle composte che si mostrano al mondo in autonomia per la prima volta.
Una gran baldoria insomma, un invito alla spensieratezza ed al divertimento; non dimenticandoci che io ed il buon Sauro avevamo sedici anni da poco compiuti e, non serve dirlo ma sentirlo mentre lo si sta leggendo, a quell’età è tutta un’altra cosa.
Per ovviare all’imbarazzo ed all’insicurezza devastante che mi colsero l’anno prima, quando quindicenne e completamente solo venni catapultato tra i giovani senza che me la sentissi, l’anno dopo, potendo ancora una volta approfittare della fortuna di avere qualcuno che mi permettesse di fare una vacanza-studio, avevo convinto Sauro ad avventurarsi con me e a provare ad imporci, forti dell’anzianità maturata negli ultimi mesi, alle donzelle ed agli squinternati che avremmo incontrato nel college scozzese.
Non immaginavamo che quella vacanza si sarebbe trasformata in un’esperienza forte e onirica, importante e decisiva.
Avevamo fatto moltissime amicizie: con alcuni ragazzi si era addirittura instaurato un rapporto simile alla fratellanza, come solo può succedere quando dormi, bevi, mangi e fai la maggior parte delle cose in comune con gli altri per più tempo di quanto l’avessi mai fatto prima.
A quei tempi io e Sauro eravamo così ingenui da credere che anche le galline, insieme a mille altre specie di volatili, migrassero verso lidi più miti in autunno, e che poi tornassero in primavera nei loro pollai e ringraziassero dell’ospitalità facendo un sacco di uova.
Personalmente devo ammettere che lo ero ben più di lui; soprattutto dovevo capire ancora molte cose, trovare me stesso e la sicurezza degli adolescenti di terza liceo.
Sauro era più sveglio, anche più scaltro e soprattutto il giusto espansivo da non risultare inopportuno.
Tesseva da subito rapporti leggeri tendenti alla simpatia, amalgamandosi e facendo da punto d’intersezione tra persone e persone.
Un brillante e ribelle che, come molti altri che hanno il fardello dell’estro e della sensibilità, peccava di sicurezza e splendore proprio di fronte al gentil sesso.
Un romantico per eccellenza il caro Sauro: lui sì poteva averne tante - per come si può avere una ragazza a sedici anni, ossia con sguardi alterni quand’è lontana e tremori quando ce l’hai di fianco; baci liquidi e carezze impacciate sotto la maglietta nascosti da tutti - eppure si lasciava rapire sempre e solo da una.
Viveva l’incontro con la ragazza del caso come un’epopea cavalleresca per alcuni lati e romantica per molti altri.
Soffriva, il vecchio Sauro, quando una lei pareva non prestargli attenzione.
Ricordo di averlo visto piangere una volta: sembrava che l’amore e le attenzioni che solo una ragazza può darti fossero l’unica vera via di fuga o, meglio, l’unico rifugio sicuro, non penetrabile, molto privato e molto emozionante.
Era destino, l’ho sempre saputo, che quelle tre settimane in sua compagnia sarebbero state anacronistiche, e non avevo dubbi –quanto avrei voluto sbagliarmi- che la parte femminile della nostra avventura ci avrebbe fatto e sognare e, quindi, dato non pochi problemi.
Sarebbe bello parlare di quante pazzie abbiamo fatto insieme per le vie di Edimburgo, di come abbiamo abusato del whiskey in un certo bar al cui proprietario non interessava quanti anni avessimo.
Degli scherzi fatti agli amici sui pianerottoli delle palazzine, dell’allarme antincendio suonato all’imbrunire e della piazzetta attorno alla quale sorgevano le palazzine riempirsi in pochi minuti di ragazzi, in attesa dell’arrivo dei pompieri a sedare nessuna fiamma.
Ci sarebbe da scrivere un libro su quelle tre settimane, e invece i miei pensieri culminano in una notte particolare, una notte dalla luna svestita per tre quarti, nella quale il sottoscritto, Sauro, ed una manciata di ragazzi con i quali eravamo molto affiatati, avevamo deciso di fuggire dal college e camminare verso il mare, per approfittare delle tre ore in cui si sarebbe contratto , a partire da mezzanotte, permettendoci di raggiungere l’isoletta di Crever altrimenti inavvicinabile se non grazie ad un’imbarcazione.
Ovviamente l’obiettivo principale era andarci con certe ragazze, e per poterlo fare, prima ancora di escogitare un metodo per eludere le guardie notturne e correre lontano dal loro campo visivo e dai confini del college , era necessario raggiungerle nella palazzina in cui stavano ; la cui cosa –fidatevi- non era affatto semplice.
Il Mar del Nord bagnava ad est quella parte di Scozia che, già nei primissimi giorni della nostra permanenza, non aveva certo dovuto faticare per affascinarci e farci sentire liberi.
Non c’è mai stato nulla di più rappresentativo degli spazi aperti e verdi, soffici da toccare ed ospitali per assopirvisi, niente che mi avesse fatto sentire così libero e proprietario di me stesso, se non quei luoghi accompagnati da quell’età.
Camminare dalle aule dove si tenevano le lezioni alla palazzina in cui solo ci coricavamo, o verso il block centrale dove svolgevamo diverse attività, era un piacere ed allo stesso tempo un’impresa fatta d’indagini ed occhi indiscreti.
Attraversavi il college consapevole delle decine di finestre che si affacciavano sul tuo passaggio, e non perché fossi speciale ma poiché, finalmente, lì esistevi anche tu, percepivi le risate in sordina arrivare dalle camere delle ragazze.
Eri certo che stessero facendo progetti su di te e sul tuo amico al quale, due soli giorni dopo l’arrivo, era stato recapitato un biglietto profumato di vaniglia che vi invitava a fare conoscenze senza timori nell’ala ovest della residenza studentesca. Ala nella quale Sauro passò molto tempo ad amalgamare la cultura lombarda con quella laziale, visto che una compagnia assortita di biondine romane si rivelò molto più attenta e disponibile di quanto immaginassimo.
Certo fu un ripiego. Un ripiego onesto e piacevole ma pur sempre un rimedio scacciapensieri, a scemare le tristezze e le delusioni per ciò che successe nelle prime due settimane, culminando nella notte di cui sto raccontando, quella notte indimenticabile che fu leggera per me ma non per il mio amico.
Successe, per l’appunto, che nei primi giorni di quella vacanza, tornando dalla mensa verso la nostra camera, coscienti degli appostamenti silenziosi al terzo piano della palazzina lunga e stretta che sorgeva alla destra del vialetto che percorrevamo, Sauro sentisse l’eco di una risata femminile.
E subito dopo, dall’ottava finestra che si affacciava sul cortile, parallela al nostro percorso, una moretta dai capelli lisci sulle spalle aveva detto che eravamo carini e chiedeva di dove fossimo ché, sebbene lì da quattro giorni, ancora non ci si era conosciuti.
“ Ci vediamo questa sera in mensa se ti va . Noi ora abbiamo il torneo di calcio. E tu di dove sei, e come ti chiami?”.
Le parole di Sauro risuonavano nell’aria come se le avesse pronunciate un attore famoso; in molte, laggiù, gli avevano messo gli occhi addosso e lui lo sapeva.
Sapeva di poter godere della sicurezza di chi piace, di chi la marcia in più ce l’ha senza sapere perché e senza voler perdere tempo a chiederselo.
In quella occasione lo vidi stare più attento, lo colsi arrossito nel moderare le parole ed i toni, non volendo scoprirsi gratuitamente, quasi si trovasse di fronte a qualcuno di così fondamentale da non volersi “bruciare” subito con una parola o un atteggiamento sbagliato.
“Lei mi piace un casino. Sono già innamorato. Quel nome poi, Veronique; non è che ha parenti francesi? Un po’ mi stanno sul barzo i francesi. Mi sa che questa è la volta giusta per cambiare idea”.
Questo fu più o meno quello che mi disse, mentre ci avvicinavamo alla nostra palazzina ed io cercavo nello zaino la chiave magnetica, da appoggiarsi alla superficie metallica che ne ricalcava la forma, posta sul lato sinistro del portone principale, per accedere allo stabile e quindi alle camere.
Quella sera cenammo in mensa come già era successo nei giorni precedenti.
Veronique era arrivata circa un quarto d’ora dopo ed aveva occupato un tavolo con dieci tra amiche ed amici.
La vedevi essere al centro dell’attenzione, vivace ed affascinante, con quella erre moscia, gli occhi scuri ed il naso ben disegnato all’insù.
Un paio di jeans a zampa d’elefante, tornati molto di moda nella parte centrale degli anni novanta, ed una felpa leggera con cappuccio incluso.
Non degnò di uno sguardo né di una parola noialtri, per quanto possa essermene reso conto in quel frangente.
Sauro si era intesito. Segno che quella ragazza gli piacesse davvero.
Quella sera passammo il tempo a ridere e fare casino con gli altri ragazzi del nostro piano e con uno di loro in particolare, già diciottenne, avevamo analizzato metodi e strategie d’approccio al gentil sesso.
Il giorno successivo la sorte, che vide Sauro emarginato dalle attenzioni di Veronique in quel della mensa la sera prima, volle che i due si incontrassero mentre lei, in tutina aderente per la pallavolo, attraversava il vialetto d’accesso alle palestre.
Sauro nel mentre aveva appena finito di fumare una sigaretta seduto nel prato.
Erano le sei di sera e l’aria profumata, l’altezza scarseggiante del sole all’orizzonte, la forza e lo stupore dei sedici anni- stupirsi di sé stessi e di tutto ciò che ci circonda - avevano fatto da sfondo a quei cinque minuti, forse dieci, in cui il mio prode amico e l’angelo dalla erre moscia si incontrarono e si guardarono negli occhi venti secondi prima che lei, ovviamente, aprisse bocca.
Ne venne fuori che non era affatto francese ma di un paese della provincia di Milano nemmeno troppo distante da dove si abitava noi due.
Veronique era arrivata tre giorni prima del nostro gruppo e sarebbe ripartita una settimana prima di noi poiché lei ed altri amici avevano scelto il pacchetto di diciassette giorni e non ventiquattro come noi fortunati.
Studiava al liceo classico ed i suoi amici, per lo più compagni di classe, erano davvero simpaticissimi. Si vedeva che andavano a scuola nel capoluogo lombardo e che avevano, per così dire, una comicità ed un bagaglio di cazzate da raccontare molto più vario ed urbano di quanto ne si fosse dotati noi, superprovinciali e studianti in un collegio.
Veronique era davvero attraente.
Bella e vivace e soprattutto, cosa che rovinò Sauro d’infatuazioni multiple e sovrapposte nei confronti di lei, era sfuggevole.
Anche in quell’incontro, come nel primissimo, non si era comportata nello stesso modo di tante altre ragazze conosciute quella settimana.
Aveva mantenuto quel distacco di chi non corteggia ma si fa corteggiare ; un distacco che non capimmo bene se fosse parte integrante della sua femminilità e della sua maturità o, forse, della presa di coscienza immediata che tra i vari giovani pretendenti di quella vacanza, Sauro fosse esattamente sullo stesso piano, ossia non più e non meno interessante di molti altri.
Seguirono giorni in cui lui aveva concretamente capito che lei gli piacesse molto e che, con qualsiasi mezzo ed in qualunque modo, l’avrebbe conquistata e avrebbe sognato proprio lì, in quel pezzo di Scozia che già era un sogno di per se stesso.
Per non parlare poi di tutte le nottate in cui io raccontavo della ragazza di Roma che mi accarezzava dietro gli alberi e lui progettava viaggi in motorino, una volta tornati in Italia, per andare a trovare Veronique ed amarla.
Sempre nel caso in cui fosse riuscito in quell’impresa che ai miei occhi ingenui e pieni di speranze non sembrava poi impossibile.
Le giornate erano passate tra giochi ed escursioni, sguardi da lontano e raptus adolescenziali di gelosia, quando lei passava con quel tale abbronzato e maggiorenne.
Piaceva anche a lei Sauro, ne sono sicuro.
Il giorno prima che decidessimo di scappare dalla nostra palazzina e camminare nella notte verso l’isola di Crever, Veronique era venuta a vedere i “quarti di finale” del nostro torneo di calcio.
Io ero in porta ed avevo fatto miracoli. Sauro era partito da centrocampo ed aveva segnato un gol strepitoso.
Aveva chiesto immediatamente il cambio a favore di un ragazzo Olandese, avendola vista lì per lui.
Fumavano una sigaretta insieme e da lontano, stando io dalla parte opposta del campo, mi parve di vedere che lei gli sfiorasse le labbra, le lambisse appena, nulla di più.
Non me ne ha mai parlato il vecchio Sauro, quindi presumo d’essermi sbagliato.
Fatto sta che a partita conclusa mi aveva investito con il suo entusiasmo supersonico dicendomi che l’indomani, di notte, noi due, Veronique, alcuni dei nostri amici e parte dei ragazzi simpaticissimi amici della sua amata, saremmo andati al mare in autonomia.
Certo avremmo dovuto fuggire dalla camera, dal palazzo, dal college.
Divincolarci tra gli ostacoli nel buio dei cinque piani del nostro stabile.
Muoverci felpati e felini per non farci beccare da Massimino, uno degli accompagnatori di noi giovani, che, tra le altre cose, era alto quasi due metri, giocava a rugby nella squadra di Bergamo e sorrideva solo di fronte ai pesi da sollevare in palestra.
Quella sarebbe stata l’occasione giusta.
Quale contesto migliore per provare a prendere la mano della tua amata per la prima volta?
Ci eravamo avviati stanchi con le scarpe da calcio in mano.
Veronique si era allontanata con l’amica facendo progetti su di noi, mentre Sauro ed io respiravamo a pieni polmoni l’aria della gioventù, il vento che ti spinge sempre in alto perché non sa cosa siano i vuoti d’aria.
La sera avevamo cenato a base di fish&chips, piatto che adoro, e mentre Sauro sfiorava Veronique con gli occhi, seduta ad un paio di metri da noi, io mi stavo innamorando segretamente dell’amica della ragazza di Roma che mi accarezzava e proteggeva volentieri, forte della sua maggior età e semplice nel desiderare un ragazzo di due anni più giovane.
Aveva voglia di tornare indietro,lei: io a quei tempi non ero in grado di capire che due anni costituissero, sul piano delle prese di coscienza e nell’iniziazione delle prime responsabilità, una differenza abissale.
Fu quella stessa sera che dopo due bicchieri di vodka m’insediai in camera sua.
Con la complicità della leggerezza alcolica, ai tempi ero praticamente astemio, provai a sollevare maldestramente la mantella di porpora che le copriva il seno, prima che l’amica arrivasse “per caso” a cambiarsi e mi facesse capire che, fossi stato più sveglio e meno impacciato, avrei potuto godere anche delle sue di forme.
Magari, nella più assurda e sedicenne delle proiezioni porno-mentali, averle entrambe tutte per me.
Chiaramente non accadde e ammetto, accontentandomi dei baci e non avendo la minima idea sul come iniziare a comportarmi per fare seriamente altro, che dovetti aspettare cinque mesi prima che di capire cosa significasse amare col corpo una donna.
La mattina successiva era chiaro sin dai primi movimenti che sarebbe stato un gran giorno.
Sauro, al quale davo sempre la sveglia, era già arzillo e da gran sportivo era chino sulla moquette grigio sporco della camera a far flessioni e ad alternare l’impegno ginnico con il fumo di sigarette anglosassoni, sporgendosi un poco dalla finestra, tutto intento nell’osservare chiunque uscisse dalle varie palazzine per andare alle lezioni, sperando d’incrociare lo sguardo di Veronique e sottoscrivere così il patto per la notte dei sogni.
La giornata ci aveva visti muovere militarmente ed organizzare lo spostamento nei minimi dettagli.
Io avevo pensato a procurami una chiave magnetica della palazzina dove stavano Veronique e compagni, in modo da non dover far baldoria per accedere al loro stabile e partire insieme verso il mare.
Sauro aveva trovato il modo, insieme al Valca, un tipo di Piacenza che fumava due sigarette per volta, di smagnetizzare il portone d’ingresso al nostro palazzo cosicché non si facesse minimo rumore la notte, ché Massimino il rugbista di sensi ne aveva probabilmente dodici.
Torce elettriche in abbondanza, felpe e scarpe comode, panini e bevande negli zaini e magari un paio di superalcolici giusto per scaldarsi visto che in Scozia, anche in Luglio, le serate sono fresche e talvolta, con il vento, rischiano di esserlo troppo.
L’aspetto sul quale avevamo speso più tempo era legato ai primi spostamenti, prima ancora che capissimo, una volta fuori dal college, quale fosse la strada più indicata per arrivare al mare.
Si trattava di scendere dal quinto piano io e lui, fare un sibilo con le labbra giunti al terzo ed aspettare che altri sei sbandati ci raggiungessero.
Percorrere i rimanenti tre piani nel mutismo e nell’indiscrezione.
Aprire il portone smagnetizzato e quindi privo d’ingombro sonoro.
Appostarsi adiacenti alle mura della palazzina ed al momento opportuno, guardie notturne distratte, correre d’un solo fiato verso lo stabile di Veronique.
Da lì usare la chiave che custodivo personalmente ed intrometterci in quello che sarebbe stato un nuovo punto di partenza.
Una volta incontrata Veronique con amici ed amiche sue, avremmo dovuto percorrere più di seicento metri di parco in balia delle guardie ma, grazie al cielo, senza dover usare le torce visto che la luna illuminava a sufficienza quel paradiso campestre.
Ai tempi l’impresa fu epica.
Erano solo le undici e mezza di sera eppure, abituati ad essere confinati nelle nostre camere entro quell’ora, sapevamo di rischiare non poco.
L’espulsione dal campo, magari.
Tua madre che, ancora una volta, si deve chiedere cosa mai di male possa aver fatto per meritarsi un figlio così: si era appena ripresa dall’ultima stronzata che avevi combinato. Tipo regalare alla Topani, conturbante e scellerata professoressa di biologia, una maglietta interamente confezionata da te sulla quale appariva Topolino vestito da magnaccio che, guardando Minnie, semi-vestita da biologa, esclamava:“ ‘Azzo, che topa...ni ! ”, con un’inflessione che avresti voluto rendere toscana, ma non sapevi come.
Eri stato quasi sospeso, non fosse stato che alla Topani, tutto sommato, non era poi dispiaciuta la vignetta che avevi personalmente disegnato e fatto stampare a caldo sulla t-shirt.
E comunque tua madre non ti aveva perdonato subito.
Poi c’erano le guardie, c’era l’incoscienza, c’era un isolotto da raggiungere entro l’una e da lasciare prima delle quattro per evitare l’alta marea, come evidenziato in grassetto sulla guida turistica fatta magicamente sparire dalla biblioteca del college.
Non eravamo pochi, alla fine.
Ricordo che fino all’ingresso della palazzina di Veronique andò tutto bene.
Avevamo studiato il piano nei minimi dettagli ed infatti, agili sulle nostre gambe da giovani amatori del calcio, non avevamo avuto difficoltà a lasciare il bunker che ci ospitava e correre alla volta del palazzo lungo e stretto.
Arrivati lì avevo preso la chiave e mi ero reso conto, non so bene per quale motivo, che non riusciva a dare l’impulso magnetico grazie al quale saremmo potuti entrare veloci.
Ma Veronique, che forse aspettava Sauro più di quanto lui stesso sperasse, aveva già capito tutto sbirciando dalla finestrina del cucinotto che si trovava, come in tutti gli stabili, al piano terra della struttura.
Prima che riuscissi a bestemmiare per la terza volta erano spuntati dal nulla gli occhi scuri ed il naso all’insù di quel prodigio di ragazza, che ci invitava sottovoce ma in modo loquace a seguirla.
Che differenza le camere dei ragazzi di Milano!
La loro responsabile era moderna ed il giusto lungimirante, e non aveva messo paletti insormontabili alla libertà dei ragazzi come invece il gigante Massimino aveva fatto con noi.
Nelle stanzette c’era musica, bottiglie di whiskey ed un odore forte di erba .
Lo spirito era quello giusto ed io e Sauro, già in parte rapito dalla presenza di Veronique e dall’idea che, finalmente, quella sera avrebbe trascorso del tempo serio in sua compagnia, c’eravamo ambientati benissimo ed avevamo trovato la perfetta armonia con quei ragazzi che, a differenza dei nostri compagni-commilitoni, avevamo visto e frequentato in poche occasioni.
Partimmo quindici minuti dopo il nostro arrivo. Eravamo una ventina o poco più e ricordo che risi come non mai, sadico adolescente, quando due di noi vennero beccati dalle guardie mentre correvano attraverso il parco per scavalcarne i confini. Ridevo perché io, invece, ero libero e veloce e mi pareva d’essere in una guerra di bottoni dove anche la più tragica delle cadute sul campo avrebbe semplicemente avuto una sgridata come conseguenza. Almeno credo.
Sauro era l’ombra di Veronique. Avevano iniziato a parlare prima che partissimo e ora, mentre camminavamo tranquilli ed ormai fuori dalla portata di qualsiasi guardia, lui le si faceva più vicino e lei lo guardava con occhi allo zucchero filato.
Io stavo benissimo: percorrevo quei due o tre chilometri d’interno costa guardando sereno una specie di fattoria con delle mucche libere, ad una delle quali il più fantasioso di noi aveva provato a mettere un orecchino.
Ero felice perché mi pareva che Sauro si fosse innamorato, compreso anch’io nel suo sogno immaginavo quanto sarebbe stato bello se l’amore fosse germogliato lì, e magari, coltivato con la spensieratezza di quegli anni, fiorito con dolcezza una volta tornati a casa.
Tutto sommato avevo notato la razionalità di Veronique contrastare con la spontanea irruenza del mio amico.
Fosse stato per lui l’avrebbe baciata già in quel primo incontro fuori dalle palestre, mentre lei nei giorni a seguire l’aveva stuzzicato, baciato sulla guancia destra e accompagnato a lezione diverse volte.
Lui era cotto a puntino, ed era pienamente cosciente di esserlo.
Era così felice che le mani gli sudavano in continuazione e il sangue gelava nei polpacci, ogni volta che le stava vicino.
Questo è lo splendore dei sedici anni: godere dell’abbandono ai sentimenti e non chiedersi perché , gioire della vita, sputare in faccia a ciò che non ci va piuttosto che esserne segretamente schiavi, e non dare mai nulla per scontato.
Mentre camminavamo pensavo che se essere adulti ed indipendenti significava avere la libertà di fuggire quando si vuole, allora avrei voluto crescere molto velocemente.
Però i grandi che conoscevo erano quasi tutti presi male e quindi un inghippo doveva pur esserci.
Avevo concluso che il me grande sarebbe stata una semplice trasposizione del me attuale, magari con i peli sul petto, la barba incipiente e qualche capello in meno, però sempre io.
Di colpo l’epifania del mare aveva zittito le voci e i pensieri di tutti.
Uno spettacolo ammaliante, accompagnato da quella luna che mascherata pareva avere ancor più fascino.
Crever’s Island era proprio di fronte a noi, e adesso che il mare si stava allontanando dalla riva potevi scorgere quella via segreta fatta di pietre ed alghe, larga non più di un metro e mezzo e lunga quasi un chilometro.
Imboccarla in fila indiana non era stato difficile e Sauro, in quel momento, non poteva esimersi dal prendere la mano di Veronique, camminare a passi lenti aprendole la strada e dandole sicurezza, respirando quell’aria marittima del nord, forte e secca.
Sempre per mano avevano messo per primi i piedi sulla terra ferma dell’isolotto e senza temporeggiare si erano diretti, invitando noi tutti con il movimento di un braccio, verso uno spiazzo che si trovava in cima ad una collinetta.
Tra uno stop a bucare le grandi orecchie della mucca, mangiare dei panini e bere e fumare ad oltranza, avevamo raggiunto l’obiettivo in un paio d’ore e ci trovavamo adesso, alle due di notte circa, tutti insieme sulla collinetta indicataci da Sauro e Veronique.
Fino alle quattro eravamo rimasti a scherzare ed alimentare la fiamma di un fuoco improbabile.
Alcuni di noi si erano appartati con le ragazze conosciute meglio durante la camminata, altri, me compreso, avevano fumato la prima sigaretta importante della loro vita, e rimanevano immobili ad ascoltare il mare e guardare il cielo pieno di stelle.
Il mio beniamino e la sua mora fanciulla continuavano a parlare o a stare in silenzio per parlare con gli occhi.
Le mani, adesso, si sfioravano con dolcezza e meno imbarazzo.
I capelli di Veronique, ad un certo punto - non lo dimenticherò mai - avevano deciso di coprire il volto di Sauro, complici di una folata di vento inaspettata.
Lui doveva essere stato così inebriato dal profumo di quei ricami neri e lisci, che non si era mosso di un millimetro, come rapito, quando lei li aveva scostati dal volto chiedendogli scusa.
La mossa decisiva comunque, frenata dalla timidezza e dalla forza di voler prolungare certi momenti il più possibile, ancora stentava ad arrivare. Non che seguissi tutti i movimenti dei due, ma considerando l’ardore con il quale Sauro mi coinvolse quell’estate nel suo innamoramento per Veronique, mi sentivo un poco padrino di quel sentimento latente ed un poco tifoso.
Credo che Sauro abbia pensato, in quegli ultimi minuti in cui era rimasto a guardarla, che avrebbe avuto poco senso provare a baciarla lì, un secondo prima di ripercorrere la strada fatta, più stanchi e più sbronzi, e dovendo ancora affrontare diverse difficoltà di tipo logistico.
Era comunque tempo di tornare verso il college.
L’alba dava i primi segni di vita e ognuno di noi pareva essere più bianco e adulto di quando, qualche ora prima, ci eravamo incamminati complici del buio e dell’entusiasmo.
Il mare aveva già raggiunto la passerella di pietra lasciandoci qualche minuto per passare in sicurezza.
Ancora una volta in fila indiana, mentre Sauro e Veronique sempre per mano aprivano il percorso e scandivano il ritmo fatto di passi veloci.
Alle sette, infatti, la sveglia avrebbe annunciato l’inizio di nuove lezioni e, soprattutto, già prima delle cinque quel folle di Massimino sarebbe stato nel parco a correre ed allenare muscoli e cervello.
Voleva arrivare al punto di stendere chiunque con la sola forza dello sguardo, come aveva farneticato una sera, probabilmente ubriaco, al cospetto di una giovane scozzese.
Arrivati nel parco naturale che ospitava la residenza tutto sembrava tranquillo.
Avevamo attraversato con una luce nuova i seicento metri che ci separavano dalla palazzina di Veronique, la quale aveva avuto l’ottima idea di invitarci nel cucinotto al pian terreno, giusto per qualche minuto, prima che ognuno ritornasse silenzioso nel proprio stabile e nella propria camera.
Aveva pensato di preparare delle grandi tazze di caffè per ciascun reduce dall’avventura, affinché si potesse essere il giusto lucidi ché ormai erano le cinque e di lì a poco saremmo dovuti andare tutti a lezione.Era eccezionale vedere come le ragazze adesso preparassero amorevolmente delle bevande calde, grate ai noi uomini per la nottata alternativa vissuta in sicurezza, senza che nessuna si facesse male o avesse voglia di tornare indietro per una ragione qualsiasi.
Il cucinotto era illuminato da luci al neon di colore bianco opaco, ricordo questo e pochi altri dettagli.
In realtà era come se fossero tre piccole cucine adiacenti, comunicanti con delle porticine marroni, in ciascuna delle quali potevi cucinare e lavare i piatti. Noi tutti eravamo nella stanza centrale mentre Sauro, forse per defilarsi e sottintendere un invito, forse perché davvero, come aveva annunciato poco prima, doveva cambiarsi la maglietta perché troppo sudata, si era spostato nella cucina di sinistra rispetto a quella dove stavamo noi.
Vidi Veronique con in mano una tazza di caffè fumante, vestita di una maglietta leggera che lasciava intravedere il seno, dirigere sorridente verso le quattro mura all’interno delle quali il mio amico si cambiava.
Pensai che quello sarebbe stato il momento magico del vecchio Sauro e decisi di interpormi tra le due stanze, ossia consumare il mio caffè appoggiato alla porticina marrone che dava l’accesso all’antro dove i due amanti ora erano soli, per evitare che qualcuno avesse la malsana idea d’intromettersi nel loro momento più privato.
Non so bene cosa successe ma ricordo con ansia che meno di due minuti dopo sentii delle imprecazioni seguite da urla di dolore e venni successivamente spinto in avanti dall’irruenza con la quale Veronique aprì la porta marrone sulla quale aderiva la mia schiena.
Piangeva e si dimenava, il petto rosso fuoco, vittima di una scottatura clamorosa e maldestra.
Diceva ad alta voce, mentre si era avvicinata al lavandino del cucinotto e versava acqua ad oltranza sulla maglietta, assistita dalle amiche arrivate celeri in suo soccorso, che non avrebbe mai più voluto vedere quel coglione, quell’inetto, quel maldestro ed incapace. Corsi immediatamente nella stanza adiacente snobbando Veronique e trovai Sauro pietrificato, quasi in lacrime.
Era successo qualcosa d’imprevisto ed inspiegabile.
Sauro balbettò singhiozzando di come lei fosse arrivata là sorridendo e guardandolo negli occhi, di come lo avesse accarezzato sul viso con la mano sinistra, mentre con la destra stava per porgergli la tazza piena di caffè. Di come lui non si fosse trattenuto ed avesse deciso di baciarla con forza o con amore, la culla di tutte le forze, e di come nel sfiorarle le labbra non si fosse curato dell’ingombro scoordinato delle proprie braccia.
Il caffè si era rovesciato sul collo e sul petto di Veronique che aveva reagito scostando il viso del mio amico dal suo con odio, con la voglia di respingerlo ed allontanarlo per sempre. Sauro aveva provato a scusarsi, a dire che non avrebbe mai voluto farle del male , a dirle che se l’aveva presa alla sprovvista era perché l’amava.
Eravamo usciti insieme dal cucinotto e prima ancora che potesse avvicinarsi a lei, per accarezzarla e lenire il dolore, la voce della giovane ustionata aveva ordinato che ce ne andassimo, che sparissimo, che era stata una pessima idea invitarci lì e che, grazie al cielo, quarantotto ore dopo sarebbe stata a casa sua, con gente in gamba e sveglia, mica pischelli imbranati che si emozionano di fronte a due centimetri di pelle nuda.
Sauro aveva provato a guardarla dritto negli occhi ancora una volta, ma per lei la questione era chiusa.
Un disagio causato da un errore, magari un trauma celato negli anni antecedenti o forse la negazione spontanea di un sentimento troppo vero per poter essere cullato in soli due giorni.
Fatto sta che Veronique non volle più aver nulla a che fare con Sauro e si fece vedere nei due giorni seguenti, incosciente maliziosa, in giro abbracciata ed in amore con un abbronzantissimo maggiorenne.
Non vi sto nemmeno a raccontare quanto soffrì Sauro di fronte a quell’alba dal sapor di sconfitta e di fronte alla presa di coscienza che si fosse innamorato per davvero proprio di una ragazza che non voleva sapere più nulla di lui.
Iniziò a riprendersi qualche giorno dopo la partenza di Veronique, ad una settimana dal nostro ritorno a casa.
In realtà di quegli ultimi giorni ho ricordi scoordinati e meno briosi; portavo volentieri con me la tristezza del mio amico, sperando di alleggerirne il peso. Due sono le cose rimaste nitide : la prima fu che il buon Sauro, generoso come nessuno, mise da parte l’egoismo della propria sofferenza a vantaggio della nostra armonia e di alcune serate passate in compagnia delle ragazze di Roma. Finalmente eravamo tutti e due insieme a farci accarezzare dietro lo stesso albero nel parco, anche se potevi leggergli negli occhi quanto il cuore e la mente fossero altrove.
La seconda è la madre di questo ricordo e di mille domande fatte a lui negli anni.
Ci assestavamo compressi tra i sedili umidi e scoloriti dell’aereo diretto a Milano, e dopo aver esagerato in tutto la notte prima, essendo l’ultima, eravamo ad una manciata di minuti di volo dall’incontro/scontro con gli occhi pieni di aspettative dei nostri genitori che, con molta probabilità, si trovavano già in aeroporto.
Chiesi a Sauro se non fosse il caso di ordinare un caffè, giusto per riprenderci e sembrare un minimo più umani.Le ultime parole che ricordo di quella vacanza, prima di essere travolto dallo sconforto cosmico, furono: “ Non berrò mai più caffè per tutta la vita. Questo sia chiaro. E tu solo sai perché ”.
In aeroporto venni catapultato da mio padre nelle braccia di mia madre, mentre Sauro evitò a priori, con la faccia sporca d’insoddisfazione, che potesse succedergli una cosa del genere.
Dal finestrino della monovolume blu metallizzato guardavo con tristezza lui e tutti gli altri compagni di un mese, e sebbene la malinconia mi avesse rapito prima ancora che mio padre ingranasse la marcia portandomi lontano da loro, sapevo che avrei ritrovato il mio amico sui banchi di scuola a settembre e che, nonostante tutto, era solo la fine di luglio ed un altro mese di avventure ed amori adolescenti mi avrebbe assistito con il suo candore.
Erano passati un paio di minuti in cui ero rimasto immobile, rapito da quel ricordo.
Sauro sorseggiava il suo caffè dandomi le spalle, ignaro che a meno di un metro da lui ci fossi io e con me lo stupore di ritrovarlo dopo tanto tempo. Era la prima volta dopo quell’estate scozzese, non considerando gli ultimi tre anni in cui era sparito, che lo vedevo bere caffè.
Pensai che forse era innamorato o che magari, nella meno probabile delle ipotesi, avesse incontrato di nuovo Veronique. Avrei dovuto semplicemente allungare una mano per sfiorarlo ed abbracciarlo dopo tanto tempo.
Non lo feci perché il momento in cui lo pensai coincise con il suo commiato.
Non provai nemmeno a chiamarlo: sapevo che era tornato a casa e che in qualsiasi momento - non riuscii ad aspettare più di un giorno – ci saremmo potuti vedere.
Preferii lasciarmi cullare dalle vibrazioni prodotte dall’onda di quel ricordo, chiudere gli occhi ed immaginarmi le carezze sul viso e i bigliettini rosa ricevuti in aereo dalle più piccole, che avevano aspettato l’ultimo minuto dell’ultimo giorno per farti sapere che si erano innamorate di te.
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Flavio Allegretti
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