«Il Resto del Carlino», 17 novembre 1996

JACK FRUSCIANTE È DIVENTATO CANNIBALE
Anche Enrico Brizzi arruolato nelle file della “pulp fiction”.
Droga, violenza, sesso e rock‘n’roll: le avventure di quattro teppisti in storie di fin troppa ordinaria follia.

di Carlo Donati

E così anche il “vecchio Brizzi” si è arruolato volontario fra i cosiddetti scrittori cannibali, quella truppa di giovani che, con sanguinolenze varie, stanno creando l’ultima moda della narrativa italiana. Il vecchio Brizzi naturalmente è lo scrittore bolognese Enrico Brizzi, oggi ventiduenne e già celebre autore di Jack Frusciante è uscito dal gruppo (500000 copie vedute), che pubblica ora il secondo romanzo, un libro molto atteso sia dal pubblico sia dal suo editore, che lo manda in libreria con una tiruatura altissima.
Ed eccolo qui, si intitola “Bastogne” (Baldini & Castoldi). È la storia di quattro giovani teppisti in guerra con il mondo.
Pazzoidi, maniaci, e tossici, cominciano col violentare e massacrare una studentessa perché non le piace la musica dei Public Image Limited. Poi violentano e massacrano una sua amica perché piange e sanguina dopo aver ricevuto una testata sul naso. Fanno una strage durante una rapina a un ristorante cinese, uccidono un vigile urbano, ammazzano un drogato, tirano qualche rasoiata qua e qualche colpo di catena là. Con una parentesi, la notte di Natale, quando – anche loro si sentono più buoni – ridiventano ragazzi e vanno in giro a ribaltare i cassonetti dell’immondizia, a bruciare le cabine del telefono e a rompere i lampioni.
La storia è ambientata a Nizza. C’è una regolare Promenade des Anglais, poi le palme e i grandi alberghi, ma subito dopo troviamo il Dams, gli Skiantos, perfino due torri e chilometri di portici e strade che vanno in collina e locali off che sembrano quelli battuti da Alex in attesa della sua Aidi in Jack Frusciante. E infatti siamo di nuovo a Bologna. Ma la favola non è più la stessa. Duecento pagine con una quantità spropositata di violenza, sangue e sesso. E con ogni varietà di droga, nota e ignota, da fumare, da fiutare e da inghiottire. Ogni varietà di alcool, liscio, frizzante o shakerato. Ogni genere di musica, dai Righiera ai Talking Heads. Ogni genere di cinema, da Ugo Tognazzi ad Harvey Keitel passando per Lory Del Santo.
Ogni genere di filosofia, da Federico Nietzsche al catechismo. Ogni genere di ricordo, da Mario Kempes (ex calciatore argentino) a Bastogne (la città delle Ardenne dove gli Alleati respinsero l’ultima controffensiva dell’esercito tedesco). E anzi Bastogne, che dà il titolo al romanzo, è l’incerta metafora che spiega il delirante assalto al mondo dei quattro sciagurati (rompere l’assedio del benessere, della società perbenista, eccetera eccetera; anche se a Bastogne assediati erano gli Americani e assedianti i Tedeschi).
Insomma, già visto, già letto, narrativa “pulp” nel più pieno significato del terine e della moda corrente. Peccato, perché quando Brizzi si prende qualche pagina di pausa fra un massacro e l’altro, o si ricorda che esiste l’ironia, ridiventa lo scrittore talentoso che avevamo scoperto in Jack Frusciante, ma quando fa il maledetto assomiglia ad uno dei tanti replicanti che smontano e rimontano i soliti orrori come se fossero mattoncini lego. Peccato davvero, perché se Bastogne riesce comunque a stare in piedi – ed è quasi un miracolo – il merito è della scrittura.
Se questo frullato ha un senso, lo si deve proprio alla prcoce abilità di questo giovanotto che, parola per parola, frase per frase, lavora con una cura da frate certosino. Lo slang riequilibrato nella lingua, il ritmo sicuro, la capacità di presa: la penna di Brizzi resta di qualità. A patto che diserti al più presto dalla truppa dei cannibali.