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IL
GAZZETTINO, 17 novembre 1996.
Dopo “Jack Frusciante è
uscito dal gruppo” è in libreria il secondo romanzo di Enrico
Brizzi.
QUATTRO DISPERATI METROPOLITANI A “BASTOGNE”.
Una storia violenta e crudele. L’autore: «Non volevo limitarmi
a replicare il primo successo»
Di Vanni Zagnoli.
Bologna. NOSTRO SERVIZIO.
Attesissimo, è appena uscito in libreria
il secondo romanzo di Enrico Brizzi, il giovane scrittore bolognese che
si era rivelato al grande pubblico con “Jack Fruscinate è
uscito dal gruppo”. La seconda opera di Brizzi, 22 anni, appena
partito per la naja come tutti gli altri ragazzi della sua età,
è intitolata “Bastogne”. Ambientata a Nizza agl’inizi
dello scorso decennio, narra di quattro ragazzi (Jarry Cousin, Raimundo
Blanco, Detrich Lassalle ed Ermanno Claypool): è una vicenda di
disperati metropolitani che si nascondono nel gruppo per sfuggire all’angoscia
dell’esitenza, con crudeltà feroce.
L’iniziale titolazione del romanzo era “Cousin Jerry back
in town”, quella definitiva “Bastogne”. Sono duecento
pagine molto pulp, altrettanto dure. E pensare che qualcuno si aspettava
una storiella da tempodellemele. Insomma, da buonista si è trasformato
in cannibale.
«Non è vero che il mio romanzo sia un pulp. Sono differente
dalla tecnica Usa. Io pratico una tecnica per raccontare un’altra
storia. Molto classica e scarsamente americana. Con amicizia, tradimento
e il giovanile sentirsi spaesato”. Ci sono comunque passaggi crudeli
e violenti, come la rapina al ristorante cinese.
«La differenza con il pulp sta proprio qui. Nel mio caso è
la paura che prende di chi è incapace di governarla. La mancanza
di senso di colpa? È legittimata dal fatto che sono giovani. La
loro ottica è il solipisismo di gruppo, vale a dire il culto di
se stessi, come non esistessero altri. Al punto che Ermanno Claypool l’anno
dopo ritorna per vendetta, non per nostalgia. In parte ho voluto rappresentare
i tempi attuali, con quei quattro disadattati, con il loro estraniarsi
che induce all’aggregazione giovanile. Del resto, il mondo di oggi
non lo vedo troppo bene. Siamo in tempi strani, in cui si può andare
al pub, per una birra, ma poi si ritorna subito a casa, quasicché
tutto finsica lì».
In Bastogne Enrico Brizzi gioca con la sua città, chiamandola Nizza,
mentre in realtà è Bologna.
«Ho voluto cambiare il nome dello scenario perché la storia
non è autobiografica, pertanto anche il tempo è modificato.
E allora ho scelto Nizza, per motivi di cabala. In francese si scrive
Nice, la pronuncia italiana di Nietzsche, il famoso filosofo che, soprattutto
in passato, mi aveva parecchio affascinato. Amo Bologna, città
fredda che ama e disprezza, ma non posso farci nulla. Qui manca qualcosa,
basterebbe che il centro fosse quello di vent’anni fa. Sono stati
gli anni ’80 a rovinare tutto, lasciandoci grande superficialità,
altrettanto vuoto».
Il romanzo tratta pure la tematica della violenza nei confrnti delle donna.
Certamente qualche femminista – e non solo – si arrabbierà
di fronte a un simile tratteggio della figura muliebre.
«In un certo modo ho rappresentato la loro insoddisfazione. Un distillato
di violenza collettiva vista attraverso gli occhi femminili ma pure altrui».
Rispetto al primo romanzo, ad ogni modo, l’ambientazione è
rivoluzionata.
«Mi avevano chiesto di fare un ‘Jack Frusciante 2’,
ma non ho accettato. Non scrivo romanzi in serie. Avevo voglia di scrivere
una storia come questa. In un primo tempo il racconto era molto più
breve, ma poi l’ho voluto allargare».
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