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«La
Repubblica», 8 novembre 1996
Esce oggi il secondo romanzo di Enrico
Brizzi. Lo abbiamo intervistato
JACK FRUSCIANTE FA IL BIS CON SESSO
E DROGA
Lo scrittore ha ventidue anni e vive a Bologna
in un miniappartamento. Ci racconta che cosa vuol dire avere successo
così presto: il primo libro ha venduto mezzo milione di copie ed
è stato tradotto in tredici paesi La sua nuova storia è
volutamente hard ed ha per protagonisti quattro teppisti. S’intitola
“Bastogne”, simbolo dell’ultimo attacco nazista
di Simonetta Fiori
Bologna. «Ci dispiace, la procedura
è da servizi segreti. Solo così potrà avvicinare
Enrico Brizzi». Alla Baldini & Castoldi ci avevano avvertito,
con cortesia e preveggenza. Primo fax. Attesa. Secondo fax. Attesa. Asciutta
conversazione telefonica con la madre, professoressa di Lettere in pensione
(tono paziente da che mi tocca fare). Breve intermezzo con il fratello
diciottenne (fierissimo). Finalmente l’appuntamento.
L’autore di culto dei giovanissimi abita a Bologna, quartiere di
case basse, in un miniappartamento di due stanze. Una rimarrà segretamente
chuisa per tutta la durata della visita. «È la stanza della
tortura ammicca Brizzi, ventiduenne dagli occhi languidi e furbi, mentre
ti fa strada nella sua tana. Sul pavimento troneggia un gran materasso
colorato, fotografie allegramente osée sono appiccicate su un Apple
antidiluviano (ma non siete la generazione di Internet? «Io ci sono
affezionato: è il mio primo computer!»). Pochi libri, selezionati:
Super Eliogabalo di Arbasino, Gargantua e Pantagruel in edizione originale.
La musica la sceglie lui: Billy Idol, punk sregolatissimo.
Siamo a casa di Brizzi, studente al quarto anno di Scienze delle comunicazioni,
perché oggi arriva in libreria il suo nuovo romanzo. S’intitola
Bastogne e racconta le sciagurate avventure di quattro teppisti –
Ermanno, suo cugino Jerry, Dietrich e Raimundo – in una città
chiamata Nizza (ma che in realtà è Bologna) negli adrenalinici
anni Ottanta. Una giostra elettrica di duecento pagine, oleata da sesso
e violenza, acidi & coca & ecstasy, tutto il repertorio molto
splatter di stupri-rapine-scippi, con citazioni da Céline e Supertognazzi,
Nietzsche e Renato Pozzetto, Max Weber e Lory del Santo. Sullo sfondo
– e sono le pagine meno convenzionali – la Bologna dei vernissage
creativi, la fauna del Dams, con «i videoartisti, i giovani scrittori,
i new fumettisti, i mecenati di sinistra, i produttori, gli importatori,
i pusher, i consumatori e i travestiti». C’è anche
«lo scrittore benestante Massimo Neppi, moralista e comico, che
racconta fandonie a una ragazza affascinata dalla sua calvizie».
Il Brizzi tardoadolescenziale di Jack Frusciante è uscito dal gruppo
– tredici traduzioni tra Europa e Stati Uniti, quattordici edizioni
in Italia, oltre mezzo milione di copie vendute – si trasforma in
narratore cattivissimo. Aspirante cannibale.
Che succede? Jack Frusciante rientra nel gruppo?
«Ma che dici? A me questa letteraturpulp fa un po’ ridere,
e non m’interessa affatto essere etichettato tra i cannibali. Né
mi piace essere targato come scrittore per ragazzine. Mi piace scrivere
delle storie. Punto».
Fatto sta che t’adegui al nuovo linguaggio.
«Racconto storie di disordine e confusione, dolore e annichilimento.
Ci si può sentire disperatamente rabbiosi, a vent’anni. E
non vedere niente. A volte anch’io mi sento così. Ma io sono
un privilegiato. C’è chi sublima il proprio disagio pigiando
l’acceleratore a centottanta. Io non ho la patente. Scrivo».
Scrivere come terapia?
«La violenza è dentro di noi, serpeggia per strada, invade
la città. Lo la incanalo nella creatività. In fondo anche
questo mio romanzo è una sfida».
Quale sfida?
«Senti, se avessi voluto il successo facile, avrei fatto Jack Frusciante
2. Ti ricordi come finiva quella storia d’amore? Aidi, la protagonista
femminile, parte per l’America. E al vecchio Alex gli si fanno gli
occhi lustri mentre pedala in collina. Beh: più di un editore mi
ha proposto di scrivere un sequel, con Aidi che ritorna dagli Stati Uniti
e magari convola a nozze col nostro. Puttanate».
Altre proposte?
«Scrivere i testi per Ambra. Fare il giurato per Miss italia. Partecipare
a una festa di Comunione e Liberazione per fare il gggiovane che rifiuta
le canne. Nooooo. L’ultima proposta è arrivata da Carlo Freccero.
Una collaborazione per Raidue. Boh. Tra Magalli, paillettes e piazze,
mi sembra tutt’un’estetica da strapaese. Che vado a farci,
io? Il giovine Baricco da night line?».
Alt! Ora sei acidino perché Baricco ha scritto che Isabella Santacroce
ha più talento di te...
«Oh, mon dieu. Quando ho visto la pagina sui “cannibali”,
mi sono cascate le braccia. Questa nuova moda dello splatter mi sembra
operazione da quattro soldi. Tempo fa, a Reggio Emilia, ci hanno divisi
tra “buonisti” e “cattivisti”: tutte balle. Abbiamo
storie diverse, forse progetti diversi. Di Baricco, poi, non m’importa
proprio niente. Così come non mi frega niente se Cotroneo manda
giù una bottiglia di rhum e scrive che il mio nuovo romanzo è
strabiliante... Ci vuole ben altro, per farmi piacere!».
Brizzi s’alza di scatto, fa ruotare un similcomodino finché
compare una fotocopia ingrandita d una cartolina da Amsterdam. «Caro
Brizzi, provi a scrivere ascoltando le Sonate per piano di Skrjabin (eseguite
da Aškenazij). È una cura da cavalli, ma fa bene al ritmo!».
Firmato Alberto Arbasino.
Ma tu l’hai seguito, il consiglio di Arbasino?
«Sinceramente no. Ma per il prossimo romanzo...».
Di chi ti senti figlio, letterariamente?
«Enne. Enne. Figlio di nessuno».
Non sarai un po’ presuntuoso?
Altro scatto. Questa volta verso una bibliotechina vicino alla scrivania.
Una decina di titoli, preparati ad hoc. Brizzi li illustra in modo scolastico.
«Allora, cominciamo? I racconti di Ernest Hemingway. Salinger. Le
città invisibili di Calvino. E poi Nietzsche e Céline, la
rabbia del secolo...».
Passa ai fratelli maggiori.
«Andrea De Carlo per la sua sobrietà esemplare. Pier Vittorio
Tondelli per il suo vissuto emiliano. Daniele Del Giudice perché
ogni sua frase è una costruzione pensata, ciascun vocabolo ben
soppesato. Mi piacerebbe far parte della squadra. Io solo di recente ho
imparato a scrivere in modo più lento e consapevole. Anche grazie
a Umberto Eco, alle sue lezioni di Semiotica: ho capito quante possibilità
infinite ci sono nella scelta d’una parola. Prima ero solo un naif,
un selvaggio non ancora addomesticato».
Le donne del tuo Bastogne sono una tragedia. O insicure e lagnosissime.
O zoccolette. O fanciulline molto trendy. Così giovane e già
misogino?
«No, no, le donne mi piacciono. Altroché. In Bastogne ho
solo sintetizzato il peggio del mio pensiero sulle ragazze, forse per
liberarmene. Con Jack Frusciante è uscito dal gruppo avevo riempito
una mancanza vera: si trattava d’una storia d’amore realmente
vissuta, una storia che mi aveva fatto soffrire. Scrivendo Bastogne mi
sono forse alleggerito delle situazioni più penose… Mettiamola
così: qualche ex fidanzata, se spiritosa e dotata di senso critico
si riconoscerà in quel frullato di stereotipi».
A proposito chi è Massimo Neppi, lo scrittore moralista che corteggia
goffamente le ragazze?
«Non ti viene in mente nessuno? Qualche anno fa ho conosciuto Stefano
Benni: arrogante, indigesto, maldestro. Vabbè, lascia stare».
Circola molta droga, nel romanzo. Che ne sai, tu, degli effetti degli
acidi?
«Leggo Frigidaire e Musica Ottanta. Sento i racconti degli amici.
Anch’io a diciassette anni ho mangiato gli acidi. Mio padre non
lo potrà mai capire, ma ho acquisito nuove percezioni, prospettive
diverse...».
Gli acidi bruciano il cervello.
«Massì, non sto dicendo che Philip Dick creava capolavori
grazie alle anfetamine. O che Andrea Pazienza era un genio solo con l’eroina.
Non mi sento però di criticarli».
Il tuo esordio narrativo raccontava una storia d’amor platonico.
Questo secondo libro celebra un sesso sporco, violento...
«... talvolta si fa l’amore anche con rabbia!».
Senti un po’, ma non ti piacerà un po’ troppo la mascherina
da giovane maledetto?
«Uffa, sto dicendo la verità! Se avessi voluto spacciarmi
per tipo tosto, avrei organizzato una sceneggiata cruentissima...».
Sei famoso per sparare balle. Le più grosse?
«Sono nato a Nizza: non è vero. Studio alla facoltà
di Fisica: non è vero. Ho preso due miliardi d’anticipo dalla
casa editrice: non è vero...».
Ma chi ci crede?
“La notizia dei due miliardi è uscita sul Resto del Carlino.
Quel giorno, e anche l’indomani, il telefono non ha fatto che trillare:
caro, come stai? Perché non ci si vede? Le mie amiche che squittivano!».
Perché hai scelto come titolo Bastogne?
«È il simbolo dell’ultimo disperato attacco, l’ultima
controffensiva eroica dei tedeschi condannati alla sconfitta...».
Un momento: stai parlando della Germania nazista!
«Tranquilla, nessuna apologia d’una potenza negativa. Semmai
è un omaggio ai perdenti, tutti i perdenti. In fondo anche Violante
ha detto che bisogna rendere omaggio ai morti di Salò».
Chi è stato a suggerirti l’epigrafe di Marziale: Lasciva
est nobis pagina, vita proba?
«Nessuno. L’ho pescata io da un libro scritto da mio padre
Giampaolo (n.d.r., insegna Storia moderna all’Università
di Sassari)».
Credi che Bastogne gli piacerà?
«Ha sufficiente esprit de finesse per distinguere il racconto di
fantasia dalla mia vita...».
Ho letto che hai votato per il Pds.
«Come si fa a votare per il Pds in una città come Bologna?
Una città che supera a destra Milano, con i vigili urbani più
forcaioli d’ Italia, dove rischi di finire in galera se hai due
canne in tasca... Ho votato scheda nulla. Oppure Rifondazione».
Ti atteggi a libertario, in realtà fai parte dì un’industria
del bestseller che ha regole molto rigide.
«L’importante è che non mi impongano di scrivere ciò
che non sento. Alla distanza si vedrà. Se butterò i miei
soldi in bicchierate romane con Sgarbi. O se magari fondo una rivista.
Musica, letteratura e arti visive. Bologna Settantasette: vent’anni
dopo».
Che cosa ti ha portato il successo?
«Il danaro per essere autonomo. L’attenzione delle ragazze.
La popolarità in osteria».
Come ti immagini da grande?
«Boh. Forse a Santiago di Cuba, abbronzato, circondato da una nidiata
di figli. O forse in una casa editrice. Con gente che devo ancora incontrare».
Prima di andar via, ci si aprono le porte della segretissima «stanza
della tortura». Un grande e rassicurante studio, tappezzato di bei
libri di storia moderna e contemporanea. Brizzi mortifica lo sguardo:
«Mia madre mi ha lasciato questo piccolo appartamento. A una condizione:
che non toccassi lo studio di papà!».
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