«Zero In Condotta», 6 dicembre 1996

ELWOOD BOY IS BACK IN TOWN

di Luther Blissett

Elwood Boy, in arte Enrico Brizzi, ha smesso di essere un Giovane Scrittore Per Tutte le Stagioni. Questa volta la Conferenza Episcopale Italiana non potrà consigliare la lettura del suo libro, tanto meno gli insegnanti di religione potranno leggerlo in classe. L’aria è cambiata ... e a me le svolte sono sempre piaciute.
Un’altra cosa è certa: Bastogne farà incazzare a morte le post-femministe. No pity, direbbe l’amico Stewart, il libro sembra scritto apposta per lo scopo. Come dite? Le pulzelle dipinte in queste pagine – nient’altro che oche da stuprare e sgozzare – sono una collezione degli stereotipi maschili più in voga? Le finte ingenue, le indecise, le prendimi-non-prendermi, le me-la-meno-perché-sono-una-gran-figa-ma-non-azzardarti-a-provarci, le sono-un’intellettuale-un-po’annoiata-devi-capire-come-coinvolgermi-se-no-mi-chiudo-in-me, sono tutti cliché meschini e funzionali a un immaginario appena un pelo più sofisticato di quello del camionista di Otranto?
Ne conveniamo, miladies, ne conveniamo. È questo che funziona: proprio il fatto che in quelle pagine si ritrovino pensieri che per caso, per sbaglio, per imposizione culturale o per esperienza personale, ai maschietti hanno attraversato il cervello almeno una volta. Proprio il fatto che nel romanzo, da questi inconfessati deliri da adolescenti frustrati, scaturiscano le conseguenze più drastiche. In fin dei conti, l’odio che il protagonista nutre per certe tipologie femminili non serve ad altro che a esorcizzare l’attrazione verso quelle stronze, stupide, tettute, con la vita facile e gli occhi azzurri, la cameretta rosa, i soldi di papà... che al liceo ci attizzavano da morire. Esorcismo che passa attraverso il disprezzo e la punizione “esemplare” catartica: lo stupro, l’omicidio. “Magistrali” le tre pagine di flusso di pensiero del protagonista. Una lenta deriva mentale verso la lucidissima decisione finale, verso la selezione e l’annientamento della preda: la ragazzina un po’ snob, un po’ annoiata che vorrebbe divertirsi molto, senza rischiare mai niente di sé e del Piccolo Mondo.
È chiaro che non stiamo parlando di eroi classici, ma di colossali etilisti, animali da rissa, che volano in vespa per le strade di una Nizza a noi ben nota, sbafando alle feste dei ricchi e fumando l’impossibile. Gli eroi di Bastogne (quelli storici con le croci di ferro finte al collo e quelli del romanzo), come in un film di Peckinpah, diventano simpatici proprio per il disastro che ci alitano in faccia fin dalle prime pagine, per l’insubordinazione e il “disordine” – come sta scritto nella dedica. E troviamo Nietzsche a Bastogne appunto, insieme agli altri superuomini, relitti con le pezze al culo e la miseria nel cuore, nell’intricata “foresta delle Ardenne, l’ultimo colpo di coda di uomini destinati a diventare i rifiuti della storia, orgogli negati definitivamente, intere vite da cancellare”. I Fantastici Quattro, protagonisti incontrastati, corrono verso una fine scontata eppure in grado di farti fare l’alba; perché non sono dei delinquenti professionisti – dovrebbero sottostare ancora a un qualche tipo di gerarchia per esserlo – e la sorte potrà divertirsi a spedirli verso gli angoli del mondo opposti, chi fuori chi dentro, chi sopra chi sotto terra.
È una fine malinconica, di quelle che ti fanno passare in rassegna le facce degli amici con la fotta di prendere il telefono e chiamarli tutti, anche quelli persi di vista, sbrodolando cose tipo: “Ragazzi, vi voglio bene, non smettete mai di essere i miei supereroi preferiti”.
È una fine da rileggere tre volte di fila, assaporando il retrogusto delle cose stravolte dal tempo, come di quelle che invece rimangono.
Ben tornato in pista, Elwood.