PIETRE MILIARI
  Dino Buzzati - Il deserto dei Tartari

Di Stefano Aurighi*, maggio 2005


“Il deserto dei Tartari” è un libro che va letto. Solo quando sarà ormai troppo tardi – e solo in quel momento – potrebbe però venirci in mente che forse sarebbe stato meglio non sfogliarlo affatto. Pochi libri ti inchiodano alla realtà come nel caso del “deserto”, mettendo irrimediabilmente nero su bianco il senso della vita, con il rischio concreto di mandare al tappeto i tentativi di dare un  senso compiuto al nostro quotidiano. 

Verrebbe quasi da dire che è meglio leggerlo a vent’anni perché – come diceva Francesco Guccini – “a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età”.
L’incoscienza dei vent’anni, verosimilmente, aiuterebbe a liquidare Buzzati come uomo di mezza età, annoiato e senza meta. Ma se lo si legge con il cinico fardello dei quaranta o con il disincanto fatalista over 50, ci si accorge che Buzzati è tutto tranne che annoiato. E’ lucido, spietato nell’analisi della vita, spiattella lì senza possibilità di errori il motivo per cui transitiamo da queste parti dell’universo, che sembra essere quello di un’inutile attesa di qualche cosa che arrivi e che dia senso al nostro attendere.
Fatta la debita tara al pessimismo che ci coglie di fronte a verità faticose,  va detto che sarebbe però un peccato mortale non approfittare di Dino Buzzati e delle sue parole, che possono assumere il valore inestimabile di una bussola nel nostro transitare.

Il Deserto dei Tartari narra la storia di Giovanni Drogo, un giovane tenente che sceglie di essere destinato alla caserma Fortezza Bastiani. Una destinazione che sin dall’inizio si presenta con i connotati della marginalità, sia geografica che militare.
La fortezza è infatti ai margini dell’impero, lassù sulle montagne. E’ lontana dalla città, che invece accoglie il flusso ininterrotto delle vite degli amici e dei parenti che continuano ad abitarla. Ed è anche ai margini dell’interesse militare, avamposto di sorveglianza di un deserto quasi infinito, con un orizzonte infinitamente lontano dal quale potrebbe arrivare la minaccia armata dei Tartari.
Questo doppio filo di marginalità soffoca in un cappio Drogo sin dalle prime pagine, al punto che – subito – la tentazione è quella di chiedere il trasferimento ad altra destinazione. Ed è proprio qui che prende corpo il micidiale meccanismo di rimandare la decisione al giorno successivo, o alla prossima occasione, sperando che il nemico arrivi a dare un senso a quell’attesa.
Stritolato in questa sequenza progressiva di rinvii, Drogo vive un’esistenza piegata alle regole della caserma, in un tempo contrappuntato da rare apparizioni all’orizzonte di segnali che potrebbero far pensare all’arrivo del nemico. Che però non arriva. Mai. E così l’osservanza rigida della disciplina militare diventa l’unico sistema per riempire il vuoto pneumatico di quell’attesa. Ne diventa, in altri termini, il senso.

“Passano mesi ed anni. Quelli che furono i compagni di scuola di Drogo sono quasi stanchi di lavorare, essi hanno barbe quadrate e grigie, camminano con compostezza per le città salutati rispettosamente, i loro figli sono uomini fatti, qualcuno è già nonno. Gli antichi amici di Drogo, sulla soglia della casa che si sono costruiti, amano adesso soffermarsi a osservare, paghi della propria carriera, come corra il fiume della vita e nel turbine della moltitudine si divertono a distinguere i propri figli, incitandoli a fare presto, sopravanzare gli altri, arrivare per primi. Giovanni Drogo invece aspetta ancora, sebbene la speranza si affievolisca ad ogni minuto”.

Ognuno di noi è Drogo, alla ricerca di un senso, circondato dai compagni che invece sembrano avercela fatta. Ma allo stesso tempo ognuno di noi è compagno di altri Drogo che in noi vedono la realizzazione di una vita compiuta.
Metafora dura per la vita, il Deserto dei Tartari suggerisce una visione laica del mondo, il cui senso è nelle mani di chi gliene vuole dare uno. E come Drogo, che in una morte serena e decorosa suggella esattamente il suo attaccamento al decoro militare, ognuno di noi è proiettato ad una fine che sia coerente con le passioni della propria vita.

*Stefano Aurighi è giornalista, scrittore e alpinista. Vive da quasi quarant’anni fra Modena, Bologna e le Dolomiti.  
Il presente intervento è stato redatto appositamente per Carta Canta.