PERCORSI DI LETTURA
  Federica in Cina - Pier Vittorio Tondelli e la sua ragazza

Di Massimo Canalini - giugno 2004

Giugno 2004
Federica in Cina - Pier Vittorio Tondelli e la sua ragazza
di Massimo Canalini

Massimo Canalini, devo presumere, sono proprio io.
Federica Gazzotti, invece, è nata a Correggio dove attualmente vive e – non esattamente a Correggio, bensì a Reggio Emilia – lavora. Ha conosciuto Pier Vittorio Tondelli all’epoca del ginnasio: lei aveva quindici anni e Pier Vittorio diciannove. A quanto pare, dopo esser stati fidanzati per forse un semestre ed essersi successivamente lasciati e presi ancora a lungo, hanno continuato a frequentarsi fino agli ultimi giorni di vita dell’autore di “Altri libertini” e “Camere separate”. (È poco? No. Non mi par poco.)

A dodici mesi dall’inizio di questa ricerca.
Oggi, adesso - a dodici mesi dall'inizio di questa ricerca "non ortodossa" intorno all'esistenza e all'opera di Pier Vittorio Tondelli, ovvero anche (e soprattutto) intorno al significato delle sue azioni in vita - oggi, insisto, saprei comprendere meglio in che senso il titolo del presente volumetto colpirebbe nel suo più intimo segno scegliendo d'intitolarsi, faccio un esempio, "La ragazza dell'evangelista." Circa la questione se Federica sia stata o meno, per quanto tempo e come, la ragazza di Pier Vittorio, non possono esservi dubbi: Federica è stata certamente "la sua ragazza".
E va bene. D'accordo. Sia pure. E tuttavia, che importanza ha, infine, (o potrà mai avere un giorno), questo di per sé autoevidente fatto?
Un'importanza - sbalordiremo con calma e piano piano - capitale.
Dunque, e in ogni caso, il sottotitolo che recita "Pier Vittorio Tondelli e la sua ragazza", non mentisce. Se mai, resterebbe da spiegare in che senso "oggi, in questo esatto momento", (all'imbrunire d'un sereno lunedì 7 giugno 2004), io presuma di poter meglio comprendere perché, se nel titolo figurasse la parola "evangelista", il titolo "La ragazza dell'evangelista" (il suo "essere scoccato") riuscirebbe a prefigurare (scorgere con la coda dell'occhio) la "traiettoria" conclusiva della metaforica freccia che in certo qual modo esso incorpora e annuncia. E tuttavia, poiché al momento di chiudere il presente libretto determinate (prodigiose) questioni non le avevo inquadrate ancora, non tocco nulla, lascio titolo e testo com'erano all'epoca del "congedo" (marzo 2004), e mi contento - e nel contempo mi auguro di riuscire comunque a contentare il po' di eventuali lettori interessati a "Tondelliana" - del "vecchio" titolo. Che pure non mi dispiace, quantunque minacci di spedirci, che si ami viaggiare o meno, addirittura in Cina.

Massimo Canalini

Se mai vi furono maestose storie d’amore che si raccontano da sole, una è questa.
«Un po’ come succede nella vita, difficilmente mi disamoro. Se ho grandi amori e delle grandi passioni, queste rimangono come patrimonio per tutta la vita.»
Pier Vittorio Tondelli
Noi non concentriamo ora la nostra attenzione sulla catena montuosa presente davanti a noi per indagarne la conformazione geologica o la posizione geografica, ma soltanto per considerarne la presenza. Ciò che è presente è sorto dalla disvelatezza. La sua provenienza da un tale sorgere risiede nel suo esser presente. Sorgendo dalla di­sve­latezza, ciò che è presente è già al tempo stesso entrato in ciò che è dis­velato: la catena montuosa è posta nel paesaggio. La sua presenza è il sorgente ingresso in ciò che è disvelato all’interno della disvelatezza, anche quando, anzi proprio quando la catena montuosa resta al suo posto, così come essa si estende e s’innalza.
Ma questo sorgere dalla disvelatezza non emerge propriamente, nella presenza di ciò che è presente, come ingresso in ciò che è disvelato. Che questi tratti vengano tenuti indietro per lasciar così venir fuori ciò che è presente, fa parte dell’essere presente. Persino la disvela­tezza, anzi proprio essa, che consente il gioco di quel sorgere ed entrare, resta nascosta in contrasto con lo svelamento di ciò che è presente.

Martin Heidegger, Che cosa significa pensare?
Ti ho visto questa mattina.
Stavi andando di corsa.
Sulle cose passate, non mi sembra
di allentare la presa.
E mi manchi così tanto.
Non c’è nessuno in vista
e stiamo ancora facendo l’amore
nella mia vita segreta.

Leonard Cohen, In my secret life

……….

2

All’inizio del 2003 decisi che per festeggiare i miei primi venticinque anni di attività editoriale avrei fatto bene a inventarmi qualche pubblicazione un po’ originale.
Non avevo granché voglia di festeggiare niente e, per dirla tutta, volevo solo riprovare daccapo a dare qualche scossetta ai pro­motori della rete di vendita. (I miei programmi di lavoro hanno il potere di scatenarmi dei sorrisi interni che molto spesso diventano delle risate vere e proprie. Sempre interne).
Dare scossette alla rete di vendita è un’im­presa affascinante, e parlare coi promotori provando a convicerli che avete per le mani, quest’anno, degli ottimi buoni libri di giovani romanzieri esordienti, è un’esperienza che conosco profondamente e che, ogni volta daccapo, mi procura dei brividi speciali. Rivedere quei volti desiderosi di confrontarsi coi librai e il prima possibile presentargli il vostro folder con le novità, e le ristampe, e le cedole d’uscita: è un sogno. Chiunque dovrebbe provare una volta nella vita a sognarlo. Sono esperienze che ti rimangono, dopo tutto. Dire qualcosa di convincente sui libri che pubblicherete quest’anno ai promotori della rete di vendita. Trasmettere i sensi del vostro credo a questa brava gente che ha da fare, lavora, si batte e porterà le vostre novità in libreria: però dovete dargli delle scossette. È così. Dovete sforzarvi di catturare la loro attenzione e inventarvi tutte le volte qualcosa. Serve ad elettrizzarli. Galvanizzarli.
In linea di tendenza mi rifiuto di pubblicare romanzi che contengano delle trovate. Sono contrario alle trovate ed è per questo che da molti anni non vado più nemmeno al cinema. Quindi, non avendo simpatia per le trovate faccio fatica a scovare le strade giuste per dialogare coi promotori. Va bene. Magari riprenderò questo discorso più avanti. Fatto sta che all’inizio del 2003 mi dissi: “Sono trascorsi dodici anni dalla morte di Pier Vittorio Tondelli e ancora non hai pubblicato una sola riga in suo onore.” Insomma, mi sono detto che avrei fatto bene a ricordarmi di lui attraverso un libro; che forse avrei fatto bene a scrivere qualcosa su Tondelli e fermarmi un minuto, invece di pubblicare altri romanzi di esordienti e ragazzi, e guardare indietro.
Per prima cosa pensai che avrei dovuto ripubblicare i racconti delle antologie “Under 25”. Le copie di quelle antologie erano esaurite da un bel po’ di tempo e quello era il lavoro che per sette otto anni avevo svolto insieme a Tondelli. Tre antologie. Solo che i diritti delle introduzioni e delle schede di presentazione ai vari racconti erano scaduti da un pezzo e forse potevo provare a rinnovarli o forse no, fatto sta che la via più rapida era riprendere i racconti migliori apparsi nelle tre antologie e scrivere io stesso un’introduzione dove avrei raccontato qualcosa a proposito di quell’esperienza. E insieme a questo, parlandone con Andrea Demarchi ci accordammo che una via breve e con tutta probabilità interessante di ricordare Tondelli poteva essere intervistare uno dei suoi vecchi amici. Sia Andrea sia io conoscevamo almeno un nome: Enos Rota, che già in passato aveva preso delle iniziative che si prefiggevano, e a mio avviso alquanto meritoriamente, di tener desto il ricordo di Tondelli.
Fra l’altro Andrea aveva già avuto dei contatti con Enos, e intervistare lui parve a entrambi la prima vera cosa da farsi. Avremmo così predisposto due volumetti: una scelta dei vecchi “Under” e l’intervista a una persona che Pier Vittorio l’aveva conosciuto sin dagli anni dell’adolescenza.
Purtroppo, dopo una prima adesione all’iniziativa, Enos Rota fece presente ad Andrea che rilasciare l’intervista era divenuto un problema, che magari si sarebbe potuto vedere più avanti ma insomma adesso era meglio rinviare ogni cosa e pensarci un po’ meglio eccetera.
Va bene, feci presente ad Andrea. Vorrà dire che al posto dell’intervista a Enos Rota farai un’intervista a me. Ho delle lettere di Tondelli che parlano del progetto “Under 25” e una quantità di altri documenti che dopo tutto nessuno conosce e ci aiuteranno a percorrere daccapo e ricostruire quel periodo. Lasciami soltanto, gli dissi, il modo di cercarli. E così, in attesa di trovare il tempo materiale per mettere insieme il po’ di cose che immaginavo sarebbero tornate utili nel corso dell’intervista, ci salutammo.
Il giorno 15 maggio 2003 dissi a mia moglie di leggere una vecchia lettera che avevo con me da quattordici quindici anni. Non l’avevo mai letta, e del resto non era indirizzata né a me personalmente né alla casa editrice. L’indirizzo riportato sulla busta diceva: “Pier Vittorio Tondelli, Casella postale 118, Ancona”, ossia la casella postale che apparteneva, e ancor oggi è così, alla casa editrice.
La busta era aperta.
E in effetti ero stato io ad aprirla, così come ricordavo di aver scorso a suo tempo, in fretta, le prime righe della lettera.
Avevo aperto e letto centinaia di buste e plichi e dattiloscritti e scartafacci di ragazzi, inviati all’attenzione di Tondelli, all’epoca degli “Under 25”, e quella lettera apparteneva a quel periodo. «Ci troverai» dissi a mia moglie, «delle considerazioni di una lettrice, di una fan, intorno a qualche romanzo di Pier Vittorio. Leggila comunque, poiché dopo tutto è una testimonianza sulla ricezione, da parte di un lettore, dell’opera.»
Dopo un po’ che leggeva, mia moglie trasalì. «Questa persona che si rivolge a Tondelli» disse, «non è una fan.»
«Cioè?»
«È una persona che gli si rivolge per motivi personali» considerò mia moglie. «Guarda tu stesso» disse. «È una lettera straordinaria, ed è qualcosa di molto importante.»
Allora presi la lettera e, invece d’interrompermi dopo poche righe come avevo fatto la prima volta, lessi quel che vi era scritto dall’inizio alla fine. E quand’ebbi terminato di farlo rilessi daccapo. E poi, ancora una terza volta e una quarta. Ero sbalordito. Quella lettera che avevo tenuto con me per quindici anni ed era sopravvissuta a una quantità di traslochi e cambi di sede e trasformazioni, veniva a portarmi notizie inimmaginabili.

…………

3.

Eccola. Scritta a penna su due fogli.
Rileggiamola insieme, d’accordo? Rileggiamola. Non potrà farci male.

Bologna, 24 luglio 1989
È una settimana che ho letto il tuo libro “Camere separate”. A dire il vero l’ho divorato tra una notte, una pausa di sonno esausta e il pomeriggio seguente.
Ho pianto tanto e c’ho bevuto sopra e adesso a distanza di giorni provo a scriverti anche se piena di dubbi, se sia giusto, se sia il caso.
Non so se Mario ti ha parlato di me, lui di te sì anche se sempre discretamente a differenza di tutto il resto che a suo modo mi raccontava con più precisione.
Mario è stato il mio primo amore conosciuto a 14 anni, con cui sono cresciuta e che mi ha accompagnato per tutta l’adolescenza come amico unico, speciale, indefinibile; la persona che sapeva tutto di me, le cose più intime – più belle, il riferimento maschile e femminile insieme che ho avuto per tutti questi anni quando incontrandoci a Bologna o a Berlino ridevamo al pensiero che da “giovani” avremmo voluto sposarci. Quello che sono lo devo in parte a lui e credo che lui potrebbe dire lo stesso.
Birichino e insofferente come tu credo ben sai, mi ha fatto così star male da farmi poi capire che la sua natura non era cattiva ma era così, e così bisognava accettarla: un avventuriero caparbio, ma così franco che ti spiazzava con la sua sincerità.
Quando ho letto il tuo romanzo, l’ho ritrovato così vivo e presente che non ho potuto fare a meno di piangere ma anche di gioire e appagarmi della tua capacità di rendere per scritto le cose della vita, quelle cose che sono anche della mia vita.
Sono tre anni che sto in silenzio e tu mi hai fatto parlare. Di questo volevo ringraziarti. E sono certa che anche Mario sarebbe fiero di te.
Poi vorrei anche dirti che io tutti i giorni ero in ospedale fino all’ultimo e che tutti i miei cari (parenti e amici anche suoi) erano presenti al funerale. Non è stato così solo.
Vedo ogni tanto sua madre, una donna così forte e in gamba; parla di Mario con una vitalità invidiabile – ha appeso in casa tutti i suoi disegni e le sue foto – legge i suoi libri e custodisce con grande amore le sue co­se. Un anno fa sono stata a Berlino a trovare Beate.
Abbiamo trascorso un pomeriggio al parco facendoci un mucchio di sorrisi e parlando quel po’ di italiano che lei riusciva a mettere insieme. Ha finito gli studi con grande velocità ed è diventata molto bella.
Be’ io spero che queste poche righe possano farti piacere – per me è stato molto importante decidere di scriverti ti dò del tu perché ho sempre sentito parlare di Pierre io sono Bianca ti mando questa mia alla redazione di Ancona, l’unico indirizzo che ho reperito.
E così, quella lettera parlava di una persona realmente esistita, Mario, di un ragazzo che era scomparso tre anni prima, nel 1986, e che nel romanzo “Camere separate” aveva avuto con ogni evidenza il ruolo di Thomas.
Sedetti attonito, e dopo un po’ che non par­lavo dissi a mia moglie: «Se quattordici anni fa avessi letto questa lettera per intero, avrei saputo tutto quel che c’era da sapere circa le condizioni di salute di Pier Vittorio. Se avessi letto questa lettera per tempo, oggi molte cose sarebbero diverse
Non potrò mai dimenticare, infatti, quel po’ d’angoscia sempre ogni volta allontanata indietro, con cui raccomandavo a Pier Vittorio di fare attenzione, poiché dalla metà degli anni Ottanta in avanti la questione dell’Aids era esplosa su tutti i giornali con tale veemenza, e nel contempo talmente incerta nelle sue occasioni di contagio – “Il Corriere della Sera” aveva pubblicato un articolo ove si sosteneva che il contagio poteva avvenire anche attraverso le lacrime di un malato – da rendere anche solo il parlarne l’evocazione d’una palpabile minaccia (…).

*Massimo Canalini, editore e talent-scout, è l’uomo dietro il marchio ‘Transeuropa’, la leggendaria fucina con sede in Ancona da cui sono usciti i romanzi d’esordio – fra gli altri – di Pino Cacucci, Lorenzo Marzaduri, Silvia Ballestra e Enrico Brizzi.

Il presente testo costituisce parte del volume Federica in Cina. Pier Vittorio Tondelli e la sua ragazza, compreso nel cofanetto Tondelliana volume II.
L’opera, a tiratura limitata, è dedicata alla cara memoria di Pier Vittorio Tondelli e viene pubblicato in occasione del venticinquesimo anno di attività dell'editore.
I suoi guadagni saranno interamente impiegati a sostegno della prosecuzione, così com'era nella volontà dello scrittore, del "Progetto Under 25."