Di Massimo
Canalini - settembre 2004
Nota dell’editore.
Gentili
amici, ho fatto un conto. E dopo aver contato un po’ per
bene tutto, non senza un certo stupore ho compreso che per realizzare
i box di «Tondelliana» in programma sono stati ascoltati
oltre cinquanta testimoni che mai avevano preso la parola prima,
ovvero cinquanta amici che hanno conosciuto Pier Vittorio e lo
hanno frequentato e gli hanno voluto bene in vita. Duecento ore
di registrazione, centinaia di documenti esclusivi, parte dei quali
in audio e video di mia proprietà, oltre, naturlamente,
dodici mesi di ricerca intorno alla vita e l’opera di Pier
Vittorio, affrontati in forma pura, ovvero non dando quasi niente
per già posto o acquisito. I costi di questo sforzo non
correranno mai il rischio di essere sopravvalutati. La croce che
determinati babbei mi costringono a portare, con adatto coraggio
io la porto. Vi provo. E invece di girare in Porsche, ho preferito
finanziare questa ricerca e contentarmi di girare in Matiz. La
mia macchina è dunque, e quasi, a pedali, ma la ricerca è qualcosa
di non più visto, ossia è imbattibile e inaffondabile.
Quando il suo disegno d’assieme sarà completato, conto
che volentieri sbalordirete di ammirazione per quanto Tondelli
ci ha lasciato, come io sbalordisco.
Va bene. Più o meno è tutto.
Ora, tentiamo insieme un giretto in anteprima dietro le quinte.
(Da Tondelliana III, in uscita ad autunno).
Su Piero. Gli anni con Tondelli al Dams di Bologna.
La
cospicua raccolta di testimonianze, riflessioni critiche, seminari-conversazioni, "scritti
in onore di", "cover" e materiali di fiction - più d'una
dozzina fra volumi grandi e piccoli - che costituiscono "Tondelliana",
scaturisce, in realtà, da un'ipotesi assai meno estesa e
che inizialmente si prefiggeva di ricordare (e ringraziare) Pier
Vittorio Tondelli in occasione del mio venticinquesimo anno di
attività editoriale.
Com'è noto, l'impronta tondelliana della casa editrice
Transeuropa origina dal progetto "Under 25" e dalla ricerca
intorno al "nuovo" che Tondelli sviluppò con Transeuropa,
fra il 1985 e il 1990, dando vita alla pubblicazione di tre fortunate
antologie.
All'inizio della scorsa estate, mentre
mi apprestavo a radunare il materiale relativo al lavoro di scouting
ed editing svolto da Tondelli sui testi dei ragazzi, lessi per
esteso e per la prima volta, dopo quattordici anni, una lettera
indirizzata alla casella postale della casa editrice ma destinata
a Pier Vittorio - lettera il cui vero contenuto, per puro caso,
era rimasto "nascosto",
e fin dall'inizio, innanzitutto a me.
A suo tempo, infatti, scorrendone
le prime righe, l'avevo scambiata per una missiva di congratulazioni
e elogi che una fan commossa rivolgeva all'autore di "Camere separate".
Poiché si trattava non di un breve testo "under 25",
bensì di una comunicazione al giovane romanziere, avevo
a suo tempo interrotto la lettura e riposto la lettera con l'idea
di farla avere a Tondelli in occasione di un nostro prossimo incontro.
Ma si era ormai nell'estate del 1989, e senza che io potessi prevederlo,
gli incontri con Pier Vittorio e le telefonate fra noi sarebbero
divenute, immagino anche a causa della sua malattia, meno frequenti.
In
sostanza, di quella lettera mi dimenticai.
Ma adesso, quattordici
anni dopo, in questo pomeriggio del 15 maggio 2003, riordinando
come ho detto lettere e documenti che mi avrebbero aiutato a ricordare
Pier Vittorio, la missiva era stata letta fino in fondo, e poi,
commosso e incredulo, l'avevo riletta daccapo e, per prima cosa,
del suo contenuto avevo, alquanto precipitosamente, dato notizia
al telefono ai miei amici scrittori.
La lettera, si lasciava inequivocabilmente
comprendere, era scritta dall'ex fidanzata bolognese di quel
(Mario)-Thomas che in "Rimini",
e soprattutto in "Camere separate" aveva, in compagnia
della nuova ragazza tedesca (Beate)-Beatrix-Susann, un ruolo importante,
per non dir decisivo, nello svolgimento della narrazione.
A dar
retta a "Camere separate",
Mario-(Thomas) era dunque il partner di Pier Vittorio, e quella
lettera ritrovata veniva a dirmi che questo giovane uomo amato
da Tondelli era scomparso per Aids nell'estate del 1986.
Mia moglie
e io abbiamo un bambino, oggi di quattro anni, a cui a suo tempo
avevamo posto il nome Pier Vittorio in ricordo del mio amico, e
ben si può comprendere
quali sentimenti, quale genere di commozione prendesse ad abitarci
a partire dalla lettura di tale lettera.
Dunque, c'erano persone
reali e lutti reali, dentro il romanzesco di questo giovane scrittore
e amico prematuramente scomparso!
Così, mi misi sulle tracce della persona che aveva scritto
a Tondelli, questa Bianca che adesso doveva avere più o
meno quarant'anni e che quindici anni prima viveva a Bologna in
una via di cui sapevo il nome - quest'ulteriore aiuto che mi avrebbe
messo in condizione di procurarmi, forse, un suo recapito telefonico.
Cercai
Bianca, e trascorsa una serie di tentativi infruttuosi, fortunosamente
la ritrovai, che dopo esser stata via da Bologna per molti anni
e aver vissuto a Roma sotto il nome del marito, da una manciata
di giorni era rientrata in casa dei genitori e lì si sarebbe trattenuta per il periodo estivo. Dallo stupore
di questa telefonata che metteva in contatto due sconosciuti -
entrambi tuttavia, sia pure per differenti occasioni, riguardati
dal nome di Pier Vittorio Tondelli - prese nuovo abbrivio e mutò strada
la mia intenzione di pubblicare semplicemente un'opera in onore
di Pier Vittorio.
Naturalmente, il 15 maggio dello scorso anno non
potevo nemmeno lontanamente immaginare che un complesso approfondimento
intorno all'opera e all'esistenza di Tondelli mi avrebbe condotto
per mano in vista di qualcosa che ancora adesso faccio fatica a
non considerare inaudito.
Se non sapessi di aver progredito nella
ricerca attraverso 150 ore di testimonianze, materiali audiovideo
esclusivi e una quantità di
fondamentali lettere inedite di cui neppure la famiglia di Pier
Vittorio può essere in possesso; se non sapessi che nel
corso della presente ricerca io per primo ho dovuto mettere in
crisi determinati convincimenti intellettuali maturati nel corso
di una vita intorno al pensatore che consideravo chiave per l'elaborazione
e comprensione di un adatto fare letterario (Heidegger); se non
mi rendessi perfettamente conto di quanti cambiamenti tale ricerca è costata
a me per primo nel corso di undici febbrili mesi, allora, a sentirmi
ripetere quel che al termine di questa Odissea in piccolo è venuto
in chiaro, è possibile che almeno all'inizio, io stesso,
daccapo, dubiterei.
Mettendomi sulle tracce di una donna
bolognese di forse quarant'anni che si chiamava Bianca, sono
invece entrato in contatto con una storia d'amore che Pier Vittorio
visse - e fra mille avanti e indietro e fraintendimenti e baruffe
a lungo condivise - con questa ragazza di Correggio, questa indimenticabile "Maggie Cassidy" che
oggi dimostra meno di trent'anni pur avendone quarantatré,
vive sempre nella casa dei suoi genitori, è bellissima come
un tempo, e si chiama Federica.
Attraverso un complesso e laborioso
periodo in cui ho trascorso mesi e mesi al telefono e poi in
viaggio per raccogliere testimonianze, (evidentemente soccorso,
lo dico sorridendo, da qualcosa che non è soltanto
più o meno legato alla mia volenterosità), grazie
all'aiuto di persone che mi hanno generosamente assistito fornendo
un contributo essenziale alla conduzione della ricerca - Giulio
Milani, Andrea Demarchi e mia moglie - son riuscito a incontrare
circa 50 testimoni dei quali ho raccolto la memoria intorno a Pier,
una quantità di lettere autografe, la ricostruzione di episodi
e fatti utili a consentire persino un controllo incrociato delle
fonti.
E tutto questo è vero già a partire dall'aver rintracciato
testimoni in apparenza ormai irraggiungibili quali, lo dico con
stupore, i compagni d'armi (e nel contempo i protagonisti di "Pao
Pao") del caro Tondelli.
Dopo aver raccolto le prime sei testimonianze
- di padre Pierre Riches e Renzo Tomassini, di Matteo Bianchi
e Andrea Mancinelli, di Claudio Lolli e dell'amica degli anni
del Dams Annalaura Crisigiovanni - ho potuto, nell'agosto del
2003, vincere il riserbo di Fausta Casarini e di altri fondamentali
amici correggesi di Pier Vittorio, consegnar loro i materiali
inediti che avevo raccolto insieme alle prime sei testimonianze
già pronte, e cominciare a conoscere
più da vicino il Tondelli adolescente, il Tondelli liceale
e poi studente universitario di cui, com'è ovvio, nulla
sapevo...
Catechista fino ai vent'anni: io non lo sapevo.
Eterosessuale fino
alle 11 di sera del 5 febbraio 1981: non lo sapevo.
Fidanzato in
gioventù con la ragazza forse più bella
del luogo, la stupenda Federica: be', non lo sapevo.
Cominciare
a decifrare le illustrazioni di Juan Gatti poste a mo' di framezzo
nel "Weekend":
non immaginavo si potesse-dovesse fare e, del resto, non avrei
saputo da dove cominciare.
Comprendere chi sono i 24 destinatari
di "Biglietti agli
amici", ovvero i 24 nomi e cognomi "criptati" in
quel libretto da tutti ritenuto misterioso e che Pier Vittorio
aveva voluto pubblicare e recapitare "ad personam" in
occasione del Natale 1986: non ci pensavo, daccapo non avrei saputo
da dove cominciare e proprio non avevo idea che si dovesse farlo.
Scoprire
che la serie amorosa omosessuale della quale Pier Vittorio prende
a dar notizia per lettera all'ex fidanzata fra il 5 febbraio 1981
e l'estate del 1982 è,
dai capelli all'anima, automitografica: l'avrei creduto possibile
solo in sogno.
Poiché su tale serie si basa Federica per attribuire a
Pier Vittorio un'improbabile statuto di amante "bisessuale",
e poiché Federica parrebbe ostinarsi a voler leggere in
chiave realistica delle lettere che palesemente le "mentiscono",
posso solo dedurne che gli amici (letterati e non letterati) di
Pier Vittorio siano stati un pochino travolti - ma come non comprenderli,
dopo tutto! - dai fantastici onirismi e mascheramenti messi in
campo da Tondelli per condurre a compimento il ritratto (e il percorso)
complessivo del proprio sé omosessuale - intendendosi qui,
e innanzitutto, il proprio sé di scrittore omosessuale: "il
fantasma della sua terza persona", come credo lo chiamerebbe "Lui",
Pier.
Mi sono dunque trovato a un crocevia
in cui improvvisamente non tornava più nessun conto e in cui, proprio come in mezzo
a una bufera scatenata, non riuscivo a comprendere come mai, perché questo
ostinato travestimento, quest'insieme di apparenti fantasie e fantasticherie
attribuitesi in vita da Tondelli - tutte non meno romanzesche,
esse indubitabilmente sì, della sua opera di narratore.
Ebbene,
proprio non sapevo come uscirne, e tutto si manifestava come un
voluto e predisposto enigma; così, gli amici più cari
di Pier Vittorio interpretavano i progressi della ricerca - progressi
intorno ai quali li tenevo informati - come qualcosa di non accettabile,
qualcosa che riusciva solo a scandalizzarli, gettarli nell'incredulità e,
fatalmente, nel diniego.
I riscontri a proposito dei referenti
reali divenivano nel frattempo tracce che potevo seguire nello
svolgersi dei romanzi e del "Weekend",
e dunque consentivano (obbligavano) a leggere, rileggere e ancora
leggere daccapo le fitte 2.000 pagine della sua opera totale per
comprendere, infine, con cosa, esattamente, si aveva a che fare.
Ovvero,
con un tenace progetto di "automitografia soteriologica" condotto
in vista di una tensione letteraria ed evangelica degna d'un beat-beato,
come direbbero Tondelli e il suo amato Kerouac; elaborando un romanzesco
e un proprio volto di letterato non meno mitografico, per così dire,
del romanzesco stesso; e il tutto, nell'obbedienza, riga per riga
e parola per parola, del cosiddetto "Vangelo secondo Girard".
Del
Vangelo, del romanzesco e dell'omosessualità concepita
e svelata come "rivalità mimetica" e "contesto
vittimario", secondo gli esiti della clamorosa ricerca condotta,
a partire dai primi Sessanta, dal pensatore francese René Girard.
Diversamente
da quel che ritengono determinati psicologi dell'ultraprofondo,
infatti, l'omosessualità - e dunque, qui, l'omosessualità in
Tondelli, l'omosessualità posta in scena nei suoi romanzi
- è legata mani e piedi, e perciò stesso subordinata,
alla ovunque spadroneggiante "rivalità mimetica",
già mai il contrario. E per "rivalità mimetica" è qui
da intendersi - detto in breve, e con lo stesso Girard - il principale
motore del romanzesco moderno, e l'ancor più originario
principio generatore del mito e del sacro come fondazione inestricabilmente
violento-salvifica della cultura umana.
Non vi è d'altra parte nessuna differenza, scrive Girard,
fra l'omosessualità maschile e quella femminile, così come
fra l'erotismo omosessuale e quello eterosessuale.
Qualunque posizione
ci si appresti ad assumere in proposito, sempre costateremo di
trovarci in presenza di declinazioni e stadi del medesimo desiderio
mimetico-triangolare. Della medesima, onnipresente rivalità.
Su
tale concistoro di equivalenze si basa Proust per spiegarci in
che modo, in letteratura, è possibile trascrivere un'esperienza
omosessuale in termini eterosessuali e, per esempio nel caso di
Tondelli, viceversa, senza mai tradire la verità dell'uno
e dell'altro desiderio.
Son dunque Proust e Tondelli, come ognun
vede, (o vedrà), "ad
aver ragione contro tutti coloro che - per esecrarla o per esaltarla
- vorrebbero fare dell'omosessualità una specie di essenza."
"Tondelliana", non è allora che l'inizio e il
primo avvio, io credo, della cospicua messe di studi un po' seri
che mi auguro possa prendere abbrivio - una volta compreso meglio
di cosa parliamo quando parliamo dello scrittore e uomo (ma più adatto
sarebbe chiamarlo "postmoderno testimone della fede")
Pier Vittorio Tondelli - intorno cioè a una delle esistenze
più luminose e capaci di forza spirituale, con cui chiunque
di noi, vorrei dire, avrebbe potuto augurarsi, anche solo per un
giorno, di venire in contatto in vita.
Poiché Pier Vittorio Tondelli non è uno scrittore,
e non è l'artista.
Pier Vittorio Tondelli è l'opera, e quest'opera - questo "sinolo
di Autore e Opera" - scaturisce dall'Evangelo e testimonia
esclusivamente dell'Evangelo. A partire, come vedremo, dall'intuizione
fondamentale d'una lettura, da parte di Pier Vittorio, "non
sacrale" e "non sacrificale" del Nuovo Testamento.
Ovvero,
a partire da una sua lettura del Vangelo "secondo
Girard".
Ciò detto, "Tondelliana" dovrebb'essere - è quel
che auspico, ciò che di sicuro non mi dispiacerebbe - un
po' una stazione di partenza nel mentre ci apprestiamo a confrontarci
col prodigioso insieme "Vita-Opera" di quest'autore a
cui spetta, e certo non solo in ambito letterario, un rango e un
ruolo di straordinario statuto e stupefacente bellezza.
Molto bene.
E ora, sempre per restare al nostro nuovo, prezioso paio di occhiali
griffati "Tondelli-Girard", poniamo
ascolto, ovvero proviamo a leggere bene il seguente passaggio di "Rimini",
pagine 620-21 di "Opere. Romanzi, teatro, racconti",
Bompiani eccetera; Pier Vittorio si appresta a dar conto di talune
considerazioni, invero sorprendenti, che lo scrittore omosessuale
Bruno May e il giovane artista Aelred suo amante parrebbero improvvisamente
- chissà se dentro un forte soprassalto o meno - condividere.
Tale
condivisione di cui il narratore ci dice, riguarderebbe niente
meno che la vera natura del rapporto fra due uomini. E infatti
Pier Vittorio scrive: "...La vera natura del rapporto fra
due uomini [e nemmeno così necessariamente omosessuali,
aggiungerei]: come ci si possa amare e come si possa vivere insieme
e sostenersi sentendosi fianco a fianco, uniti, dalla stessa parte,
proiettati nella conquista di qualcosa. Ma, una volta raggiunta
la perfezione del rapporto", perché resta "ancora "qualcosa""?
E
cos'è?
"Un rito di passaggio verso la
vita adulta o una cerimonia di preparazione all'incontro con
l'altro, la donna?"
"Rito di passaggio" e "cerimonia di preparazione" sono
termini che potrebbero provenire da tanti ambiti e campi argomentatitivi
genericamente legati alla cultura psico-antropologica, e questo è vero.
Ma la presenza così nitidamente posta (e a mio avviso non
senza un sobbalzo di stupore per chi legge) de l'"altro, la
donna", ci aiuta istantaneamente a collocarli nell'ambito
girardiano. O non è così?
E ancora: in sostanza, e
da dentro un sorridente, voluto psicologismo, l'Autore sta insufflando
che ci troviamo, qui, in presenza di qualche omosessuale che sarebbe,
a guardar meglio, un eterosessuale latente?
O addirittura in presenza
di un etrosessuale tout-court rimasto vittima di una rivalità mimetica col sesso maschile talmente
intensa da averlo costretto a "erotizzare" un esponente
del suo stesso sesso?
E non ci viene forse qui detto che la natura
di ogni desiderio si fonda sull'imitazione di un desiderio altro
(e terzo, in quanto rappresentato dal desiderio secondo il mediatore,
il modello), rispetto alla correlazione diretta che secondo un
certo comune (e romantico) sentire legherebbe in modo affatto lineare
un soggetto - sempre mi raccomando immaginato e preteso nella sua
fantomatica autonomia - al proprio oggetto del desiderio?
E a parte
questo e comunque, qui, Tondelli, eventualmente, di che donna vuol
dirci?
Per Aelred, ovvero per quest'artista
da giovane nei confronti del proprio mentore nonché scrittore omosessuale trentenne
Bruno May, parrebbero, e alquanto sapidamente, non esservi dubbi: "...Quando
[Aelred? o non piuttosto Bruno? - Tondelli sorride nel non farcelo
volutamente comprendere appieno] delicatamente lo penetrava reggendogli
in alto le gambe, in quei momenti, allora, "qualcosa" veniva
a turbarlo come una immagine cacciata lontano che prepotentemente
tornava a farsi viva ai suoi occhi. Ed era sempre l'immagine di
una donna, il sospiro di una donna, la voce strozzata dell'orgasmo
di una donna."
È sapido assolutamente, io direi. E siccome magari sospetta
di star esagerando, subito Pier Vittorio specifica: "Non di
una particolare donna, ma dell'essenza stessa della femminilità."
Cioè, e sul più bello, almeno uno dei due nostri
gay-heroes percepisce avanti agli occhi, nello sprofondo pelvico
dell'atto - ripetiamolo bene insieme - l'"immagine",
il "sospiro", la "voce strozzata dell'orgasmo" dell'essenza
stessa della femminilità!
"L'essenza stessa della femminilità" è,
come ognun vede, il mediatore del desiderio, ovvero l'ostacolo
e l'impensato che si frappone alla pretesa autonomia semplicemente "binaria" del
desiderio fra uomini; e quel che di "omo" mette in scena
Pier Vittorio qui, è non tanto la storia d'amore più o
meno sapida e pazzesca fra Aelred e il suo mentore Bruno May, quanto
piuttosto lo svelamento del dispiegarsi delle meccaniche del desiderio
all'interno d'una coppia non-eterosessuale.
Come direbbe Girard,
gran parte della strada è ormai fatta,
e in verità qui si sta già parlando (o quasi), dell'omosessualità come
la pone in scena (conoscendone girardianamente i fondamenti e dunque
svelandola) Pier Vittorio Tondelli, "poiché il modello
rivale, nella sfera sessuale, è normalmente un individuo
del medesimo sesso, dal momento" (e fin tanto che) "l'oggetto è eterosessuale.
"Ogni rivalità sessuale è dunque strutturalmente
omosessuale (corsivo mio). Quella che chiamiamo omosessualità è la
subordinazione completa, questa volta, dell'appetito sessuale agli
effetti di un gioco mimetico che concentra tutti i poteri di attenzione
e di assorbimento del soggetto sull'individuo responsabile del
double bind" - ovvero "doppio vincolo", così com'è stato
inizialmente posto e individuato dalla cosiddetta Scuola di Palo
Alto (Gregory Bateson).
"Per rendere più evidente tale genesi, bisogna qui
citare un fatto curioso osservato dall'etologia. Presso alcune
scimmie, quando un maschio si riconosce battuto da un rivale" -
e qui Girard secondo me scherza, ride, e ne approfitta per rivolgersi
anche al solito Levi-Strauss, che viceversa si ostina a non dargli "soddisfazione" - "e
rinuncia alla femmina che quello gli contendeva, si mette, di fronte
al vincitore, in posizione, ci dicono, di "offerta sessuale".
In un contesto come il nostro, caratterizzato da un mimetismo sempre
più intenso che assicura il passaggio dall'animale all'uomo,
questo fenomeno è di grande rilievo. Suggerisce indubbiamente
quella genesi che ho appena proposto. Non c'è "vera" omosessualità tra
gli animali, perché tra loro il mimetismo non è abbastanza
intenso da deviare stabilmente l'appetito sessuale verso il rivale. È già,
tuttavia, sufficientemente intenso, nel parossismo delle rivalità mimetiche,
da accennare questa deviazione.
"Se ho ragione, si dovrebbe trovare nelle forme rituali l'anello
mancante tra il vago accenno animale e l'omosessualità propriamente
detta. Ed effettivamente, l'omosessualità rituale è un
fenomeno abbastanza frequente; ha luogo nel parossismo della crisi
mimetica e la si trova in culture che sembrano escludere del tutto
l'omosessualità, al di fuori dei riti religiosi.
"Ancora una volta, insomma, l'omosessualità appare
in un contesto di acuta rivalità. Un confronto tra il fenomeno
animale, l'omosessualità rituale, e l'omosessualità moderna
non può non segnalare che è il mimetismo a determinare
la sessualità e non il contrario!"
E dunque, ma solo di passaggio e sempre
pronto ad avventurarmi di qui a un minuto per successivi e ancor
più aerei precipizi,
mi vien fatto di chiedermi: ma se Pier Vittorio tutto questo lo
sa e lo mette in scena sviluppando con ogni evidenza (anche) una
sorta di "critica dell'omosessualità (per esempio come
specificità)", conseguentemente, che diavolo di omosessuale
potrà mai essere?
Non dovrebbe staccarglisi la retina a ogni
nuovo rigo che verga?
O non siamo piuttosto noi che non riusciamo
a leggere in modo adeguato quanto è venuto a dirci?
E va
bene. E allora cosa, benedetto, è venuto
innanzitutto a dirci?
Sempre, e alquanto opportunamente (e
beatamente) sorridendo, è venuto
a dirci: guardate che qui ci troviamo in un contesto vittimario
assoluto e super-esposto, e noi a questi nostri fratelli mimetici
perennemente potenzialmente a rischio di "ostracizzazione", "caprificazione" e "pogrom",
gli dobbiamo innanzitutto voler bene e li dobbiamo amare. Noialtri,
noi tutti, a questi nostri fratelli vittime in certo qual modo "elevate
a potenza" del desiderio mimetico, proprio li dobbiamo abbracciare,
ché fra l'altro l'omosessualità quale patologia -
così come l'intendono determinati campi di studi e studiosi
eminentemente (ne siano consapevoli o meno) persecutorî -
non sarebbe nemmeno una questione vera, specie se testardamente
ci si ostina a non coglierla all'interno della ben più vasta,
fondativa e generatrice "rivalità mimetica" saldata
al suo formidabile perno, ovvero sia la "vittima espiatoria".
Ed è sempre la mancata comprensione della gamma di oscillazioni
a cui soggiace la rivalità mimetica a illuderci di poter
riconoscere come essenza o pulsione a sé stante la cosiddetta "bisessualità",
che quale categoria "a sé" è invece e piuttosto
l'ennesima invenzione mitologica di tanti freudiani "per attenuare
ciò che vi è di troppo assoluto nella rottura" (anch'essa
sempre mitologica e sempre freudiana) "fra eterosessualità e
omosessualità."
E allora, intanto, proviamo a tirare
qualche somma.
E per farlo, torniamo per un istante daccapo: cosa
viene veramente a dirci, Tondelli?
Innanzitutto:
1. che faremmo bene a prestare attenzione al disvelamento
delle meccaniche del desiderio che con grazia di scrittura lui
per primo non si stanca di sistemarci avanti al naso, ivi inclusa
la comprensione della finale, inevitabile destinazione allo scacco
del desiderio stesso;
2. la necessità di venir via a gambe levate da una simile
trappola violenta per il tramite della sola svolta possibile, ovvero
la conversione, ovvero l'accettazione della nostra più propria
natura di creature ed enti creati. Ossia la rinuncia, finalmente!,
all'inesausta quantità di diktat messi in campo dal desiderio;
ossia la rinuncia a rapporti umani fondati sulla conquista e su
dinamiche di violenza sempre a spese dell'altro e, ma anche o,
di qualcun altro.
Chi?
Ormai lo sappiamo: il solito "messo in mezzo", "lo
straniero di passaggio", il "capro potenziale" così irresistibilmente
lampeggiante, ai nostri occhi, di super appetitosi segni vittimari
- l'innocente che una volta sacrificato consentirà di risolvere
la crisi. Quel povero toro a cui un minuto sì e un minuto
sissignore tutte le volte volentieri taglieremmo la testa, se mai
un simile sacrificio servisse a dirimere la questione e produrre
l'agognato, stramaledetto accordo.
"Avanti, su, veniamoci incontro!
Accordismoci e tagliamo la testa al toro!"
E cosa oppone, Pier,
a tutto questo?
Io direi che lo scrive, fra le altre
cose, persino all'amico regista Luciano Manuzzi. Natale del 1986, "Quinta ora della Notte,
Biglietto numero 5", pagina 27: "...personaggi che si
amano senza possedersi, che si appartengono e si "riguardano" vicendevolmente
senza appropriarsi l'uno degli altri".
Be', ammettiamolo: quest'uomo
qui è un
grande.
E la sua prima scuola, Gesù mio, è stata
la parrocchia!, il catechismo!
E ora, ascoltiamo bene cosa ci viene
detto a pagina 625 del solito "Opere.
Romanzi eccetera":
Bruno May, lo scrittore omosessuale
protagonista, insieme al giornalista etero Marco Bauer, di "Rimini": "Poiché tu
sei il mio dio, Aelred, di cosa dovrei perdonarti?"
E anche: "Amo profondamente Aelred" scrive Pier Vittorio
subito sotto, allorché Bruno May si rivolge al proprio mentore
spirituale Père Anselme (alias, e in un certo senso nella
vita vera di Tondelli, padre Pierre Riches). "Al punto che
vorrei essere [détonation à la Girard] lui."
E qui, come ben comprendiamo grazie
ai nostri nuovi occhiali griffati, alquanto acutamente s'intravede
che il povero Aelred è oggettivamente "a
rischio". Da divinità a pietanza principale di un pasto
per così dire cannibalico, il passo potrebbe essere, veniamo
sbalordendo, inquietantemente brevissimo.
E Pier Vittorio, intanto
che come un ragazzo scherza e ride ed entra ed esce di continuo
dalle "The Father Brown's Stories" di
Gilbert K. Chesterton, deve saperlo, comprendiamo?, come nessuno.
Tondelli
nelle vesti, dunque, di un "Padre Brown", e
Nanni Moretti sacerdote atipico in "La messa è finita". È strano,
no? Che razza di inaspettati panni e destini, vestivano determinati
artisti in quei turbinosi e lontani-vicini Ottanta.
Ecco, dopo questo
lungo viaggio intorno alla vita e l'opera di Pier Vittorio, "La messa è finita" è un
film che proprio vorrei rivedere. Chissà che non mi aiuti
a capire determinate questioni ancora meglio.
E "La seconda volta"? Che è un film sull'amore
magnifico - superbamente diretto e interpretato - e lo si interrogava
come un reperto archeologico intorno agli anni del terrorismo?
Con tutti quei sarà giusto "a ferite ancora aperte",
tutti quei si potrà fare o si dovrà non fare?
Il dibattito
intorno a questo film che riguardava la comprensione o non comprensione
dell'amore nell'epoca presente, verté sul
terrorismo, prevalentemente, e non è che Calopresti o qualcuno
si sia precipitato a spiegarci come stavano realmente le cose circa
il vero tema del film.
Trattasi di fraintendimenti interpretativi à go-go,
ben comprendiamo.
Allo stesso modo, un film, se mai sarà possibile, intorno
all'heideggeriana questione dell'Essere, qual è poi il luminoso "La
sottile linea rossa" di Malick, perciò stesso sarebbe
solo una notevole pellicola sullo sbarco americano a Guadalcanal
e i mai abbastanza denunciati disastri della guerra.
Un mero bel
film "di guerra", ove il soldato Witt (l'attore
Jim Caviezel) - questo "agnello assoluto" che nell'omonimo
romanzo di James Jones vestiva panni, se non erro, precisamente
omosessuali - dopo aver disertato abbracciando la vita della pacifica
popolazione del luogo, torna sulla linea del fuoco, non spara a
nessuno, salva dei compagni, muore, e trasmette il proprio lascito
spirituale al "non-credente" sergente Welsh (Sean Penn).
Come
direbbe Pier Vittorio, lo Spielberg di "Salvate il soldato
Ryan" è probabilmente un ottimo buon regista, e Malick
invece è, molto diversamente da così, un uomo spirituale
e, come Kerouac, egli è persino, e in un qualche modo, un
santo.
Stiamo parlando, dunque, di persone
che hanno ricercato la santità nell'opera
cinematografica e nell'opera romanzesca.
E qui, in Malick proprio
come in Tondelli, la prospettiva non ha davvero a che vedere
con dei fatti reali (storici, o relativi al costume) più o
meno veramente accaduti negli anni Quaranta (o Ottanta), ma superando
d'un balzo ogni questione d'apparenze e realismo didascalico,
scopertamente si dialoga, invece, intorno alle cose ultime o,
se preferiamo e meglio ancora, intorno alle cose nascoste sin
dalla fondazione del mondo.
E anche in questo caso, risulta forse
a qualcuno che Terrence Malick sia sceso in campo a fornir dritte
o spiegazioni? Dicendo "ma
sapete, oltre che un signor regista cinematografico, alla fine
io sarei anche un traduttore di Heidegger negli Stati Uniti"?
Per nulla affatto. E dunque Malick, non troppo diversamente da
Tondelli, volutamente ha taciuto su tutto.
Va bene e, ancora per
un minuto, non allontaniamoci dal "mondo
del cinema" e di certi scrittori che, nel bene e nel male,
hanno avuto a che fare col cinema.
Parlandoci di uno di questi particolari
scrittori - Chandler, oppure Fitzgerald o qualcun altro ancora,
qui non è determinante
- a un bel momento Pier Vittorio sostiene che per raggiungere quel
certo tipo di illuminazione in cui la vita diviene testo, devi
esattamente scrivere, poiché solo dalla scrittura scaturisce
l'illuminazione in cui "la vita si fa testo". Dalla scrittura,
dunque, e non dalla vita.
E, non molto dopo, aggiunge: Kerouac,
per esempio - ovvero uno che non fa parte della schiera in questione,
(schiera che Pier Vittorio certamente non disprezza) - ma Kerouac,
precisa, non si tratta di ammirarlo o meno, poiché uno così noi lo
possiamo - e lui di sicuro lo può - solamente amare.
E dice:
ha ragione Ginsberg, Kerouac è un santo della letteratura.
E poiché è un santo della letteratura, a differenza
di tanti suoi colleghi (americani e non) che erano semplicemente
degli scrittori (e a volte, come qui, degli scrittori imprestati
al cinema), quest'uomo che ha dato al "persistente mito della
letteratura americana", il mito della fuga, "la sistemazione
definitiva, dedicando [...] le pagine più belle e più sofferte" dedicate
da un americano "al proprio paese", sarà presto
o tardi "beat-ificato."
C'è almeno un aneddoto,
un brano, in cui Pier Vittorio affronta la questione di una luce
prima spenta e poi accesa.
Nel brano di cui dico, è riportato
l'episodio di un cavallo di resina che galleggia, a Hollywood,
in una piscina.
L'episodio, spiega Pier Vittorio, si trova in un
romanzo dello (sfortunato) scrittore Nathanael West: Il giorno
della locusta.
Questo romanzo, sappiamo, era considerato
(da Fitzgerald) il più bel
romanzo su Hollywood e ha per protagonista un giovane scenografo
di nome Hackett.
La scena del finto cavalo "morto" accade
nel corso d'un ricevimento.
L'"avvistamento", sulle prime indistinto, comincia al
buio, ma a un certo punto tutte le luci vengono accese e il cavallo,
che un istante prima era solo una massa oscura, ora è illuminato
a giorno.
"Perché?" chiede il
giovane scenografo Hackett, ingenuamente.
"Ma è chiaro", gli viene risposto. "Per
divertire".
Dunque, scrive Pier Vittorio, a Hollywood
si possono utilizzare simulacri di cavalli morti al solo scopo
di "divertire".
Ecco cos'è Hollywood, scrive, e chi è la
sua gente.
Ma dall'alto di una determinata finestra
di viale Saltini in Correggio, Tondelli, che non è un moralista, non se ne scandalizza.
Si diverte, anzi, poiché proprio come certi scrittori americani
divenuti sceneggiatori, ha sempre saputo che quel cavallo era finto.
Ma a differenza di costoro che, come lui, ghignano dell'inganno
(mentre magari qualcun altro è fuggito oppure, non reggendo
all'inganno, si è persino "ucciso, coerentemente, nei
modi più disperatamente spettacolari"), i suoi sogni
- ovvero il compito, il destino che egli dovette riconoscere come
suo - non erano di celluloide e non avevano a che fare, semplicemente,
con la letteratura e la scrittura. Seppure è vero, riconosce,
che quando le luci vengono di nuovo spente, quel simulacro di cavallo "morto" produce
sul serio l'effetto d'una carcassa che galleggi, infetta, sul tetto
nero e fermo d'una città e d'un un mondo di putrefazioni.
"La questione di una luce prima spenta", dicevamo, "e
poi accesa".
Ecco, vediamo per l'ultima volta e "in metafora" i personaggi
romanzeschi sagomati da Pier Vittorio e da lui stesso volutamente
lasciati nella (per così dire) semioscurità del proprio
stesso fondamento.
Si chiamano in tanti modi: Io narrante,
Mino, Granlombardo, "Federica",
Splash, Renzu, Beaujean, Agi Carcassai, Grandelele, Magico Alvermann,
Marco Bauer, Bruno May, Aelred e Thomas, Leo, eccetera.
Vediamoli
per l'ultima volta e distinguiamo le loro sagome immerse nel
primo buio come in un complesso diorama, disposte in modo che
convergano, per diagonali e direttrici differenti, verso uno
stesso nucleo: è un bel diorama, pensiamo, e
tutte le figure vi risultano, lo comprendiamo dal nitore dei
profili che riusciamo a distinguere, egregiamente lavorate.
Non
c'è dubbio: raffigurano dei viandanti in cammino, e
le statuine di ognuno son disposte in modo tale, vedete?, come
traversassero il paesaggio - là il disegno d'erba di un
monte, e qui un ponticello sotto cui scorre e brilla la raffigurazione
d'un corso d'acqua - per ricongiungersi.
È un diorama bellissimo,
andiamo avanti a pensare, mentre piano piano intorno a noi tutto
quanto imbruna.
E poi, quando accendiamo la luce girardiana, con
stupore e commozione di ragazzi comprendiamo che da tanto tempo
(eravamo al cospetto) stavamo contemplando, nel quasi buio, esattamente
un presepe.
Leggiamo, ora, il testo di un canzone
intitolata "Winter
Lady", "Signora dell'inverno".
Sappiamo che si tratta
di una canzone scritta negli anni Sessanta dal cantautore canadese
Leonard Cohen, e sappiamo che Pier Vittorio la conosce, con ogni
evidenza, sin da ragazzo. Il terzo verso di questa canzone dice: "I'm just a station on your way", "Sono
solo una stazione sul tuo cammino".
Signora che viaggi, fermati un po'
Finché la
notte finisce
Sono solo una stazione sul tuo cammino
So di non essere il tuo amante.
Quand'ero soldato io vissi
Con una ragazza di neve
E per lei mi battei con tutti
Finché le notti si fecero più fredde.
Lei portava i capelli come te
Eccetto quando stava dormendo
Li aveva intessuti su un telaio
Di fumo, oro e brezza.
E perché ora sei così calma
Sotto l'arco della porta?
Molto prima di scegliere il tuo viaggio
Tu passasti per questa strada
Signora che viaggi, fermati un po'
Finché la
notte finisce
Sono solo una stazione sul tuo cammino
So di non essere il tuo amante.
Sappiamo
anche, per averlo visto coi nostri stupefatti occhi fra la quantità di
lettere che l'autore di "Altri libertini" invia
nel corso degli anni (1974-82) all'amata Federica - e io, perdonatemi,
ogni volta daccapo non posso fare a meno di pensare a lei come
a una specie di "Maggie Cassidy" che ancora oggi abita
a Correggio - sappiamo, dicevo, che questo stesso verso, su di
un foglio acquerellato a mano da lui medesimo, è stato trascritto
da Pier Vittorio e dedicato, (lasciato nelle mani del) "Gazzottino",
o "Chicca", come a volte, pure, la chiama.
Il foglio,
reca la data 28 aprile 1977, e la canzone da cui il verso è tratto
dice anche, riascoltiamolo:
Molto prima di scegliere il tuo viaggio
Tu passasti per questa
strada
E poi dice:
Signora che viaggi, fermati un po'.
Forse, Federica è pure una persona che viaggia molto? Sì,
a quanto pare. Anche oggi, anche ora, non la si trova in casa,
ho imparato perfettamente, quasi mai. O è al lavoro, oppure è molto
spesso in viaggio per lavoro.
Da ragazza studiò Lingue orientali a Venezia e visitò la
Cina per una quantità di tempo. Da ragazza, in estate, se
andavi a suonare al campanello di casa sua, la casa dei genitori,
difficilmente l'avresti trovata, poiché magari lei era già partita
per Londra, e se la chiamavi al telefono ti sentivi rispondere
che era in viaggio, ormai; irraggiu ngibile, da qualche parte per
l'Inghilterra.
Federica è via, e Correggio è esattamente vuota. È così.
Proprio vero. C'è mica niente da fare. Adesso poi, è agosto
daccapo, il giro veloce per il Belgio e un po' l'Olanda, fatto
lavorando quel tanto che ti permetteva di non annoiarti, dopo un
attimo che sei andato via è già trascorso, fra poco
più di un mese noialtri del settembre 55 si avrà vent'anni
e io avrei bisogno di una macchina per scrivere - pure questo è vero.
Eravamo
in quattro gatti, lì a Bruxelles, e per questo,
forse, a me è piaciuto. C'era pace, lì a Bruxelles,
e così è stata una piacevole esperienza. Poiché la
confusione io la odio. Per questo odio soprattutto il Dams. Ma
adesso, al ritorno, ora che le mie giornate sono senza storia o
quasi, durante il giorno leggo un po', ascolto la radio e aspetto
che venga notte.
Vero. Aspetto solo la notte per far le due e bere,
e un po' ubriacarmi, come capita quando sei in compagnia.
Dunque,
il Piervi, beve. E noi? Come suoi lettori, normalmente, le sue
storie grandi e piccole, lo sappiamo, ce le beviamo volentieri
quasi tutte.
Già, poiché qui, amici, si beve molto, è chiaro:
innanzitutto, bevi per ammazzare il tempo, la noia; oppure la donna
che proprio non ti fila o gli amici traditori, giusto?, che con
le dolci metà in vacanza han preso il largo, beati loro,
via da Correggio, via da quaggiù.
Cose più o meno
alcoliche fino alle due di notte a parte, come fai a dargli torto,
ti dici, al vecchio Piervi. O meglio, a Viki, come certamente si
firmerebbe ora, se solo avesse qualcosa da scrivere a qualcuno.
Fra
l'altro, immagino che le sue amiche - Fausta, oppure Miriam - siano
in vacanza anche loro.
Del resto è già il 7, chi deve partire, mi dico,
l'avrà fatto, ormai. E Rosanna? No, anche lei viaggia, gira,
ha parenti un po' in tutta Italia e qualcuno della sua famiglia
vive persino in Svizzera: scommetterei che da Correggio, oramai, è partita
anche lei. E Claudio? Dove sarà il vecchio Claudio? Lui
e la sua montagna di dischi "introvabili", le sue collezioni
di riviste, stoffe, libri e miniature? Forse lui è rimasto,
mi dico. Chissà. E va bene, mi dico, proviamo a vedere come
se la sta cavando, di questi tempi, il buon amico professore di
scienze. Dopo tutto lui ha già trent'anni, giusto? È grande, è un
adulto, ed è possibile che la smania giovanile dei viaggi
lo riguardi, mi dico, un po' meno. Fra un minuto avremo suo notizie
e sapremo cosa fare stasera, se ci si vedrà in giro da qualche
parte o no, ma per mezzo minuto facciamoci vivi, mi dico, con la
nuova amica Annalaura, questa ragazza conosciuta al Dams, mite
e conversativa, immersa com'è in quella musicalità ineffabile
e che subito riconosci quando una persona veneta ti si rivolge.
Cara
Annalaura, mi dico, carissima amica, che piacere sentire che anche
quaggiù, persino in questo terribile e noioso
paese, riesce a raggiungermi, finalmente, la tua inconfondibile
voce. Qui son piuttosto solo: ho un unico amico di illusioni, di
sogni e d'arte, ma lui ha già trent'anni...
Oh, e questo è Claudio. Meno male, lui almeno c'è ed è a
Correggio, per fortuna, non in vacanza.
Fra cinque anni, Pier Vittorio
lo ricorderà dopo Tagliaferri,
Arbasino, Celati e Michail Bachtin, nei "Titoli di coda" di "Altri
libertini". Claudio, in quell'elenco, sarà il primo
degli amici correggesi a essere citato, la prima persona che non
sia un editor, un teorico del romanzesco o un grande scrittore
tout-court, a venir ricordata nel gruppo degli amici. Poiché Claudio,
che nei "Titoli di coda" il giovane Tondelli chiamerà "Doctor
Piffo", gentilmente gli ha fornito, scrive, "i testi
di Wyatt, Drake, Cohen, Buckley, Reed, Glenmore, Cockburn" come
già era accaduto, in passato, nel corso di "precedenti
esibizioni letterarie."
E qui, m'immagino si riferisca, per
esempio, a una "cosa
di teatro" intitolata "Jungen Werter" (o Werther?,
non lo so), che Vicky avrebbe presentato in pubblico, a Correggio,
nell'estate del 1978. Una "cosa di teatro" proposta,
il 12 luglio, all'interno d'una serie di iniziative tenute dal
gruppo di poesia e performance "Simposio Differante" nel
cortile di Palazzo Principi. E anche di questi ragazzi, Vicky affettuosamente
si ricorderà nei "Titoli di coda": "La banda
matta del "Simposio Differante"" scriverà,
che "ha reso mondana ed engagée la sopravvivenza" nei
paraggi di Correggio Emilia.
Con Claudio ascolto i dischi, oppure
faccio l'oroscopo cinese, interpello il "Principio Superiore" e rido di tutta questa
filosofia sprecata e del suo Zen a Milarepa che non riesce a dargli
un poco di felicità. Così, si va avanti; magari cerchi
qualcosa da fumare che ti possa insegnare a essere una giornata,
un sasso, o un gatto morto in riva al mare in burrasca, o un albero
solitario su di un monte...
Però.
Eh, ma però non si trova niente,
sai, e si resta, amica mia, sempre noi. Che poi uno si potrebbe
anche nauseare, di ritrovarsi sempre davanti alla solita stupida
faccia oquei soliti fantasmi.
Già. I soliti fantasmi. Chissà che
intende.
Magari Annalaura lo capisce. Forse,
insieme, ne avranno già parlato
chissà quante volte, dei soliti fantasmi. Comunque, a lume
di naso direi che qui si cerca di mandare avanti qualcosa di urgentemente
inerente il - sul serio non so di cosa parlo - principio d'identità: "la
solita stupida faccia", dice Pier, "quei soliti fantasmi".
O la faccia che si ritroverebbe sempre davanti non è la
sua allo specchio - un po' alla Leo stile "Vecchio Testamento" che
in "Camere separate" si guarda riflesso in un finestrino
d'aereo, un po' granatiere à la "Pao Pao", come
scriverà fra sei sette anni sulle ali della sua nuova gayosità trionfante,
mentre mi "guardo il mondo da un oblò", canticchia,
ridacchia, "però ci sto"?
Difficile dirsi. Comunque,
subito si raccomanda da sé,
pazienza.
Nell'attesa, del resto, non se ne sta
propriamente con le mani in mano. E infatti dipinge. Manca una
settimana a ferragosto e il giovane Pier, in casa dei suoi, lì a
Correggio, sta dipingendo a quanto pare una piccola tela.
Sì, cara Annalaura, è così: sto dipingendo,
vedi? E nel mio quadretto c'è una radio, un libro, una sigaretta
e una bustina di tè. È un po' il ritratto della mia
estate. O almeno, di questa. Poiché l'anno scorso era diverso,
e io pensavo che il Dams... Lo sai, no?, quante attese, quali sogni,
si nutriva un po' tutti, noialtri, sul Dams eccetera. Ora, invece,
sto aspettando che un amico mi presenti al regista Cottafavi, che
si trova a Correggio. Io gli faccio vedere le foto del "Piccolo
Principe", gli mentisco appena appena, gli dico che studio
eccetera. Sputtanarsi un poco, certo. Ma potrebbe anche venirne
fuori qualcosa: forse, soltanto un modo per gettare via un po'
meglio questo tempo. Ti saprò dire.
Capisco. E così vuol
farsi presentare al Cottafavi.
Non solo, ma ha già in mente di mentirgli - va be', un
pochetto - allorché gli sarà possibile arrivargli
a tiro.
M'immagino che le foto del "Piccolo Principe" siano
delle cose di scena realative a un suo primissimo e giovanile adattamento
teatrale dal famoso testo del poetico ma anche spericolato scrittore-aviatore,
tragicamente precipitato nelle acque del Tirreno un certo giorno
di guerra dell'ormai lontano 1944.
Posso, effettivamente, immaginarmi
qualunque cosa, ma di sicuro non che d'improvviso Pier Vittorio
mi si rivolga all'Annalaura nei termini, andiamo a vedere anche
noi, con cui le si sta rivolgendo: "Mia
cara e piccola incestuosa" le dice infatti, "ho voglia
di vederti e di fare", scherzineggia, "quattro risate."
Ma come mai, vorrei capire, questa cosa
della "piccola incestuosa".
Che significa?, e in che modo la si dovrebbe eventualmnete interpretare?
Cercherò di capirlo meglio più avanti, prometto che
farò il possibile per saperlo, ma intanto, senza più interromperlo,
proseguiamo ad ascoltare il vecchio Pier che, nel frattempo, se
disporrà di un po' di grana avrebbe giusto in animo di raggiungere
Venezia per via, dice, d'un certo seminario di Grotowski.
Ancora
cose di teatro, dunque. E poiché per me il teatro è,
grazie a Dio, arabo, mi rifiuto di assecondare ogni ulteriore e
più o meno curiosissima vocina interna che pretenderebbe
di fare ancora altre domande e ridivengo magnetofono: "...Sarò a
Venezia, forse, per il seminario di Grotowski. Ma un mio amico
mi ha detto che bisogna iscriversi e sostenere, prima, un colloquio
in francese col Mostro. Io mi contenterei di assistere anche dal
di fuori, ma se mi saprai informare meglio, con date precise o
con quelle che a te son più opportune, mi farebbe piacere. Ça
va?"
E poi, cosa sarà successo? Li avrà trovati,
Pier, i soldi necessari per raggiungere Venezia e frequentare
il seminario che tanto gli interessava, oppure no?
E Annalaura,
a parte questo, chi è?
Sinceramente, mi piacerebbe conoscerla:
dopo tutto, lei è un'altra
delle persone che fra cinque anni, quando il sospirato libro d'esordio
verrà pubblicato, Pier Vittorio ringrazierà nell'ormai
famosa paginetta finale chiamata "Titoli di coda".
Come
ho già detto, in testa a questo elenco di ringraziamenti
compare, in qualità di "Art Director", il suo
editor in Feltrinelli, Aldo Tagliaferri, ovvero, avverte lo stesso
Pier, colui che "ha suggerito, assistito, apostrofato e supervisionato" "Altri
libertini" fino alla stesura stabilizzata e definitiva del
testo.
Vediamo: "Giovanni Boni, Nadia Pazzaglia, Lucia Vacchiano
hanno mantenuto a whisky e cognac e Sip e grande affetto nelle
fughe a Milano, Annalaura Crisigiovanni in quelle bolognesi".
Fughe
a Milano, e fughe bolognesi.
Molto bene, allora. E poiché il caso ha voluto che rintracciassi
per prima Annalaura, cominciamo, con l'augurio che siate d'accordo,
proprio da lei e dalla città di Bologna.
Il nastro del mio
registratore obsoleto, indomito riprende il suo giro. E dunque,
ascoltiamo insieme quali parole e discorsi lo abitano in questo
esatto momento.
*Massimo Canalini, editore e talent-scout, è l’uomo
dietro il marchio ‘Transeuropa’, la leggendaria fucina
con sede in Ancona da cui sono usciti i romanzi d’esordio – fra
gli altri – di Pino Cacucci, Lorenzo Marzaduri, Silvia
Ballestra e Enrico Brizzi.
Il presente testo costituisce un anteprima
del volume Tondelliana
III.