PERCORSI DI LETTURA
  Su Piero - Gli anni con Tondelli al Dams di Bologna

Di Massimo Canalini - settembre 2004

Nota dell’editore.
Gentili amici, ho fatto un conto. E dopo aver contato un po’ per bene tutto, non senza un certo stupore ho compreso che per realizzare i box di «Tondelliana» in programma sono stati ascoltati oltre cinquanta testimoni che mai avevano preso la parola prima, ovvero cinquanta amici che hanno conosciuto Pier Vittorio e lo hanno frequentato e gli hanno voluto bene in vita. Duecento ore di registrazione, centinaia di documenti esclusivi, parte dei quali in audio e video di mia proprietà, oltre, naturlamente, dodici mesi di ricerca intorno alla vita e l’opera di Pier Vittorio, affrontati in forma pura, ovvero non dando quasi niente per già posto o acquisito. I costi di questo sforzo non correranno mai il rischio di essere sopravvalutati. La croce che determinati babbei mi costringono a portare, con adatto coraggio io la porto. Vi provo. E invece di girare in Porsche, ho preferito finanziare questa ricerca e contentarmi di girare in Matiz. La mia macchina è dunque, e quasi, a pedali, ma la ricerca è qualcosa di non più visto, ossia è imbattibile e inaffondabile. Quando il suo disegno d’assieme sarà completato, conto che volentieri sbalordirete di ammirazione per quanto Tondelli ci ha lasciato, come io sbalordisco.
Va bene. Più o meno è tutto.
Ora, tentiamo insieme un giretto in anteprima dietro le quinte.
(Da Tondelliana III, in uscita ad autunno).

Su Piero. Gli anni con Tondelli al Dams di Bologna.
La cospicua raccolta di testimonianze, riflessioni critiche, seminari-conversazioni, "scritti in onore di", "cover" e materiali di fiction - più d'una dozzina fra volumi grandi e piccoli - che costituiscono "Tondelliana", scaturisce, in realtà, da un'ipotesi assai meno estesa e che inizialmente si prefiggeva di ricordare (e ringraziare) Pier Vittorio Tondelli in occasione del mio venticinquesimo anno di attività editoriale.
Com'è noto, l'impronta tondelliana della casa editrice Transeuropa origina dal progetto "Under 25" e dalla ricerca intorno al "nuovo" che Tondelli sviluppò con Transeuropa, fra il 1985 e il 1990, dando vita alla pubblicazione di tre fortunate antologie.
All'inizio della scorsa estate, mentre mi apprestavo a radunare il materiale relativo al lavoro di scouting ed editing svolto da Tondelli sui testi dei ragazzi, lessi per esteso e per la prima volta, dopo quattordici anni, una lettera indirizzata alla casella postale della casa editrice ma destinata a Pier Vittorio - lettera il cui vero contenuto, per puro caso, era rimasto "nascosto", e fin dall'inizio, innanzitutto a me.
A suo tempo, infatti, scorrendone le prime righe, l'avevo scambiata per una missiva di congratulazioni e elogi che una fan commossa rivolgeva all'autore di "Camere separate".
Poiché si trattava non di un breve testo "under 25", bensì di una comunicazione al giovane romanziere, avevo a suo tempo interrotto la lettura e riposto la lettera con l'idea di farla avere a Tondelli in occasione di un nostro prossimo incontro. Ma si era ormai nell'estate del 1989, e senza che io potessi prevederlo, gli incontri con Pier Vittorio e le telefonate fra noi sarebbero divenute, immagino anche a causa della sua malattia, meno frequenti.
In sostanza, di quella lettera mi dimenticai.
Ma adesso, quattordici anni dopo, in questo pomeriggio del 15 maggio 2003, riordinando come ho detto lettere e documenti che mi avrebbero aiutato a ricordare Pier Vittorio, la missiva era stata letta fino in fondo, e poi, commosso e incredulo, l'avevo riletta daccapo e, per prima cosa, del suo contenuto avevo, alquanto precipitosamente, dato notizia al telefono ai miei amici scrittori.
La lettera, si lasciava inequivocabilmente comprendere, era scritta dall'ex fidanzata bolognese di quel (Mario)-Thomas che in "Rimini", e soprattutto in "Camere separate" aveva, in compagnia della nuova ragazza tedesca (Beate)-Beatrix-Susann, un ruolo importante, per non dir decisivo, nello svolgimento della narrazione.
A dar retta a "Camere separate", Mario-(Thomas) era dunque il partner di Pier Vittorio, e quella lettera ritrovata veniva a dirmi che questo giovane uomo amato da Tondelli era scomparso per Aids nell'estate del 1986.
Mia moglie e io abbiamo un bambino, oggi di quattro anni, a cui a suo tempo avevamo posto il nome Pier Vittorio in ricordo del mio amico, e ben si può comprendere quali sentimenti, quale genere di commozione prendesse ad abitarci a partire dalla lettura di tale lettera.
Dunque, c'erano persone reali e lutti reali, dentro il romanzesco di questo giovane scrittore e amico prematuramente scomparso!
Così, mi misi sulle tracce della persona che aveva scritto a Tondelli, questa Bianca che adesso doveva avere più o meno quarant'anni e che quindici anni prima viveva a Bologna in una via di cui sapevo il nome - quest'ulteriore aiuto che mi avrebbe messo in condizione di procurarmi, forse, un suo recapito telefonico.
Cercai Bianca, e trascorsa una serie di tentativi infruttuosi, fortunosamente la ritrovai, che dopo esser stata via da Bologna per molti anni e aver vissuto a Roma sotto il nome del marito, da una manciata di giorni era rientrata in casa dei genitori e lì si sarebbe trattenuta per il periodo estivo. Dallo stupore di questa telefonata che metteva in contatto due sconosciuti - entrambi tuttavia, sia pure per differenti occasioni, riguardati dal nome di Pier Vittorio Tondelli - prese nuovo abbrivio e mutò strada la mia intenzione di pubblicare semplicemente un'opera in onore di Pier Vittorio.
Naturalmente, il 15 maggio dello scorso anno non potevo nemmeno lontanamente immaginare che un complesso approfondimento intorno all'opera e all'esistenza di Tondelli mi avrebbe condotto per mano in vista di qualcosa che ancora adesso faccio fatica a non considerare inaudito.
Se non sapessi di aver progredito nella ricerca attraverso 150 ore di testimonianze, materiali audiovideo esclusivi e una quantità di fondamentali lettere inedite di cui neppure la famiglia di Pier Vittorio può essere in possesso; se non sapessi che nel corso della presente ricerca io per primo ho dovuto mettere in crisi determinati convincimenti intellettuali maturati nel corso di una vita intorno al pensatore che consideravo chiave per l'elaborazione e comprensione di un adatto fare letterario (Heidegger); se non mi rendessi perfettamente conto di quanti cambiamenti tale ricerca è costata a me per primo nel corso di undici febbrili mesi, allora, a sentirmi ripetere quel che al termine di questa Odissea in piccolo è venuto in chiaro, è possibile che almeno all'inizio, io stesso, daccapo, dubiterei.
Mettendomi sulle tracce di una donna bolognese di forse quarant'anni che si chiamava Bianca, sono invece entrato in contatto con una storia d'amore che Pier Vittorio visse - e fra mille avanti e indietro e fraintendimenti e baruffe a lungo condivise - con questa ragazza di Correggio, questa indimenticabile "Maggie Cassidy" che oggi dimostra meno di trent'anni pur avendone quarantatré, vive sempre nella casa dei suoi genitori, è bellissima come un tempo, e si chiama Federica.
Attraverso un complesso e laborioso periodo in cui ho trascorso mesi e mesi al telefono e poi in viaggio per raccogliere testimonianze, (evidentemente soccorso, lo dico sorridendo, da qualcosa che non è soltanto più o meno legato alla mia volenterosità), grazie all'aiuto di persone che mi hanno generosamente assistito fornendo un contributo essenziale alla conduzione della ricerca - Giulio Milani, Andrea Demarchi e mia moglie - son riuscito a incontrare circa 50 testimoni dei quali ho raccolto la memoria intorno a Pier, una quantità di lettere autografe, la ricostruzione di episodi e fatti utili a consentire persino un controllo incrociato delle fonti.
E tutto questo è vero già a partire dall'aver rintracciato testimoni in apparenza ormai irraggiungibili quali, lo dico con stupore, i compagni d'armi (e nel contempo i protagonisti di "Pao Pao") del caro Tondelli.
Dopo aver raccolto le prime sei testimonianze - di padre Pierre Riches e Renzo Tomassini, di Matteo Bianchi e Andrea Mancinelli, di Claudio Lolli e dell'amica degli anni del Dams Annalaura Crisigiovanni - ho potuto, nell'agosto del 2003, vincere il riserbo di Fausta Casarini e di altri fondamentali amici correggesi di Pier Vittorio, consegnar loro i materiali inediti che avevo raccolto insieme alle prime sei testimonianze già pronte, e cominciare a conoscere più da vicino il Tondelli adolescente, il Tondelli liceale e poi studente universitario di cui, com'è ovvio, nulla sapevo...
Catechista fino ai vent'anni: io non lo sapevo.
Eterosessuale fino alle 11 di sera del 5 febbraio 1981: non lo sapevo.
Fidanzato in gioventù con la ragazza forse più bella del luogo, la stupenda Federica: be', non lo sapevo.
Cominciare a decifrare le illustrazioni di Juan Gatti poste a mo' di framezzo nel "Weekend": non immaginavo si potesse-dovesse fare e, del resto, non avrei saputo da dove cominciare.
Comprendere chi sono i 24 destinatari di "Biglietti agli amici", ovvero i 24 nomi e cognomi "criptati" in quel libretto da tutti ritenuto misterioso e che Pier Vittorio aveva voluto pubblicare e recapitare "ad personam" in occasione del Natale 1986: non ci pensavo, daccapo non avrei saputo da dove cominciare e proprio non avevo idea che si dovesse farlo.
Scoprire che la serie amorosa omosessuale della quale Pier Vittorio prende a dar notizia per lettera all'ex fidanzata fra il 5 febbraio 1981 e l'estate del 1982 è, dai capelli all'anima, automitografica: l'avrei creduto possibile solo in sogno.
Poiché su tale serie si basa Federica per attribuire a Pier Vittorio un'improbabile statuto di amante "bisessuale", e poiché Federica parrebbe ostinarsi a voler leggere in chiave realistica delle lettere che palesemente le "mentiscono", posso solo dedurne che gli amici (letterati e non letterati) di Pier Vittorio siano stati un pochino travolti - ma come non comprenderli, dopo tutto! - dai fantastici onirismi e mascheramenti messi in campo da Tondelli per condurre a compimento il ritratto (e il percorso) complessivo del proprio sé omosessuale - intendendosi qui, e innanzitutto, il proprio sé di scrittore omosessuale: "il fantasma della sua terza persona", come credo lo chiamerebbe "Lui", Pier.
Mi sono dunque trovato a un crocevia in cui improvvisamente non tornava più nessun conto e in cui, proprio come in mezzo a una bufera scatenata, non riuscivo a comprendere come mai, perché questo ostinato travestimento, quest'insieme di apparenti fantasie e fantasticherie attribuitesi in vita da Tondelli - tutte non meno romanzesche, esse indubitabilmente sì, della sua opera di narratore.
Ebbene, proprio non sapevo come uscirne, e tutto si manifestava come un voluto e predisposto enigma; così, gli amici più cari di Pier Vittorio interpretavano i progressi della ricerca - progressi intorno ai quali li tenevo informati - come qualcosa di non accettabile, qualcosa che riusciva solo a scandalizzarli, gettarli nell'incredulità e, fatalmente, nel diniego.
I riscontri a proposito dei referenti reali divenivano nel frattempo tracce che potevo seguire nello svolgersi dei romanzi e del "Weekend", e dunque consentivano (obbligavano) a leggere, rileggere e ancora leggere daccapo le fitte 2.000 pagine della sua opera totale per comprendere, infine, con cosa, esattamente, si aveva a che fare.
Ovvero, con un tenace progetto di "automitografia soteriologica" condotto in vista di una tensione letteraria ed evangelica degna d'un beat-beato, come direbbero Tondelli e il suo amato Kerouac; elaborando un romanzesco e un proprio volto di letterato non meno mitografico, per così dire, del romanzesco stesso; e il tutto, nell'obbedienza, riga per riga e parola per parola, del cosiddetto "Vangelo secondo Girard".
Del Vangelo, del romanzesco e dell'omosessualità concepita e svelata come "rivalità mimetica" e "contesto vittimario", secondo gli esiti della clamorosa ricerca condotta, a partire dai primi Sessanta, dal pensatore francese René Girard.
Diversamente da quel che ritengono determinati psicologi dell'ultraprofondo, infatti, l'omosessualità - e dunque, qui, l'omosessualità in Tondelli, l'omosessualità posta in scena nei suoi romanzi - è legata mani e piedi, e perciò stesso subordinata, alla ovunque spadroneggiante "rivalità mimetica", già mai il contrario. E per "rivalità mimetica" è qui da intendersi - detto in breve, e con lo stesso Girard - il principale motore del romanzesco moderno, e l'ancor più originario principio generatore del mito e del sacro come fondazione inestricabilmente violento-salvifica della cultura umana.
Non vi è d'altra parte nessuna differenza, scrive Girard, fra l'omosessualità maschile e quella femminile, così come fra l'erotismo omosessuale e quello eterosessuale.
Qualunque posizione ci si appresti ad assumere in proposito, sempre costateremo di trovarci in presenza di declinazioni e stadi del medesimo desiderio mimetico-triangolare. Della medesima, onnipresente rivalità.
Su tale concistoro di equivalenze si basa Proust per spiegarci in che modo, in letteratura, è possibile trascrivere un'esperienza omosessuale in termini eterosessuali e, per esempio nel caso di Tondelli, viceversa, senza mai tradire la verità dell'uno e dell'altro desiderio.
Son dunque Proust e Tondelli, come ognun vede, (o vedrà), "ad aver ragione contro tutti coloro che - per esecrarla o per esaltarla - vorrebbero fare dell'omosessualità una specie di essenza."
"Tondelliana", non è allora che l'inizio e il primo avvio, io credo, della cospicua messe di studi un po' seri che mi auguro possa prendere abbrivio - una volta compreso meglio di cosa parliamo quando parliamo dello scrittore e uomo (ma più adatto sarebbe chiamarlo "postmoderno testimone della fede") Pier Vittorio Tondelli - intorno cioè a una delle esistenze più luminose e capaci di forza spirituale, con cui chiunque di noi, vorrei dire, avrebbe potuto augurarsi, anche solo per un giorno, di venire in contatto in vita.
Poiché Pier Vittorio Tondelli non è uno scrittore, e non è l'artista.
Pier Vittorio Tondelli è l'opera, e quest'opera - questo "sinolo di Autore e Opera" - scaturisce dall'Evangelo e testimonia esclusivamente dell'Evangelo. A partire, come vedremo, dall'intuizione fondamentale d'una lettura, da parte di Pier Vittorio, "non sacrale" e "non sacrificale" del Nuovo Testamento.
Ovvero, a partire da una sua lettura del Vangelo "secondo Girard".
Ciò detto, "Tondelliana" dovrebb'essere - è quel che auspico, ciò che di sicuro non mi dispiacerebbe - un po' una stazione di partenza nel mentre ci apprestiamo a confrontarci col prodigioso insieme "Vita-Opera" di quest'autore a cui spetta, e certo non solo in ambito letterario, un rango e un ruolo di straordinario statuto e stupefacente bellezza.
Molto bene. E ora, sempre per restare al nostro nuovo, prezioso paio di occhiali griffati "Tondelli-Girard", poniamo ascolto, ovvero proviamo a leggere bene il seguente passaggio di "Rimini", pagine 620-21 di "Opere. Romanzi, teatro, racconti", Bompiani eccetera; Pier Vittorio si appresta a dar conto di talune considerazioni, invero sorprendenti, che lo scrittore omosessuale Bruno May e il giovane artista Aelred suo amante parrebbero improvvisamente - chissà se dentro un forte soprassalto o meno - condividere.
Tale condivisione di cui il narratore ci dice, riguarderebbe niente meno che la vera natura del rapporto fra due uomini. E infatti Pier Vittorio scrive: "...La vera natura del rapporto fra due uomini [e nemmeno così necessariamente omosessuali, aggiungerei]: come ci si possa amare e come si possa vivere insieme e sostenersi sentendosi fianco a fianco, uniti, dalla stessa parte, proiettati nella conquista di qualcosa. Ma, una volta raggiunta la perfezione del rapporto", perché resta "ancora "qualcosa""?
E cos'è?
"Un rito di passaggio verso la vita adulta o una cerimonia di preparazione all'incontro con l'altro, la donna?"
"Rito di passaggio" e "cerimonia di preparazione" sono termini che potrebbero provenire da tanti ambiti e campi argomentatitivi genericamente legati alla cultura psico-antropologica, e questo è vero. Ma la presenza così nitidamente posta (e a mio avviso non senza un sobbalzo di stupore per chi legge) de l'"altro, la donna", ci aiuta istantaneamente a collocarli nell'ambito girardiano. O non è così?
E ancora: in sostanza, e da dentro un sorridente, voluto psicologismo, l'Autore sta insufflando che ci troviamo, qui, in presenza di qualche omosessuale che sarebbe, a guardar meglio, un eterosessuale latente?
O addirittura in presenza di un etrosessuale tout-court rimasto vittima di una rivalità mimetica col sesso maschile talmente intensa da averlo costretto a "erotizzare" un esponente del suo stesso sesso?
E non ci viene forse qui detto che la natura di ogni desiderio si fonda sull'imitazione di un desiderio altro (e terzo, in quanto rappresentato dal desiderio secondo il mediatore, il modello), rispetto alla correlazione diretta che secondo un certo comune (e romantico) sentire legherebbe in modo affatto lineare un soggetto - sempre mi raccomando immaginato e preteso nella sua fantomatica autonomia - al proprio oggetto del desiderio?
E a parte questo e comunque, qui, Tondelli, eventualmente, di che donna vuol dirci?
Per Aelred, ovvero per quest'artista da giovane nei confronti del proprio mentore nonché scrittore omosessuale trentenne Bruno May, parrebbero, e alquanto sapidamente, non esservi dubbi: "...Quando [Aelred? o non piuttosto Bruno? - Tondelli sorride nel non farcelo volutamente comprendere appieno] delicatamente lo penetrava reggendogli in alto le gambe, in quei momenti, allora, "qualcosa" veniva a turbarlo come una immagine cacciata lontano che prepotentemente tornava a farsi viva ai suoi occhi. Ed era sempre l'immagine di una donna, il sospiro di una donna, la voce strozzata dell'orgasmo di una donna."
È sapido assolutamente, io direi. E siccome magari sospetta di star esagerando, subito Pier Vittorio specifica: "Non di una particolare donna, ma dell'essenza stessa della femminilità."
Cioè, e sul più bello, almeno uno dei due nostri gay-heroes percepisce avanti agli occhi, nello sprofondo pelvico dell'atto - ripetiamolo bene insieme - l'"immagine", il "sospiro", la "voce strozzata dell'orgasmo" dell'essenza stessa della femminilità!
"L'essenza stessa della femminilità" è, come ognun vede, il mediatore del desiderio, ovvero l'ostacolo e l'impensato che si frappone alla pretesa autonomia semplicemente "binaria" del desiderio fra uomini; e quel che di "omo" mette in scena Pier Vittorio qui, è non tanto la storia d'amore più o meno sapida e pazzesca fra Aelred e il suo mentore Bruno May, quanto piuttosto lo svelamento del dispiegarsi delle meccaniche del desiderio all'interno d'una coppia non-eterosessuale.
Come direbbe Girard, gran parte della strada è ormai fatta, e in verità qui si sta già parlando (o quasi), dell'omosessualità come la pone in scena (conoscendone girardianamente i fondamenti e dunque svelandola) Pier Vittorio Tondelli, "poiché il modello rivale, nella sfera sessuale, è normalmente un individuo del medesimo sesso, dal momento" (e fin tanto che) "l'oggetto è eterosessuale.
"Ogni rivalità sessuale è dunque strutturalmente omosessuale (corsivo mio). Quella che chiamiamo omosessualità è la subordinazione completa, questa volta, dell'appetito sessuale agli effetti di un gioco mimetico che concentra tutti i poteri di attenzione e di assorbimento del soggetto sull'individuo responsabile del double bind" - ovvero "doppio vincolo", così com'è stato inizialmente posto e individuato dalla cosiddetta Scuola di Palo Alto (Gregory Bateson).
"Per rendere più evidente tale genesi, bisogna qui citare un fatto curioso osservato dall'etologia. Presso alcune scimmie, quando un maschio si riconosce battuto da un rivale" - e qui Girard secondo me scherza, ride, e ne approfitta per rivolgersi anche al solito Levi-Strauss, che viceversa si ostina a non dargli "soddisfazione" - "e rinuncia alla femmina che quello gli contendeva, si mette, di fronte al vincitore, in posizione, ci dicono, di "offerta sessuale". In un contesto come il nostro, caratterizzato da un mimetismo sempre più intenso che assicura il passaggio dall'animale all'uomo, questo fenomeno è di grande rilievo. Suggerisce indubbiamente quella genesi che ho appena proposto. Non c'è "vera" omosessualità tra gli animali, perché tra loro il mimetismo non è abbastanza intenso da deviare stabilmente l'appetito sessuale verso il rivale. È già, tuttavia, sufficientemente intenso, nel parossismo delle rivalità mimetiche, da accennare questa deviazione.
"Se ho ragione, si dovrebbe trovare nelle forme rituali l'anello mancante tra il vago accenno animale e l'omosessualità propriamente detta. Ed effettivamente, l'omosessualità rituale è un fenomeno abbastanza frequente; ha luogo nel parossismo della crisi mimetica e la si trova in culture che sembrano escludere del tutto l'omosessualità, al di fuori dei riti religiosi.
"Ancora una volta, insomma, l'omosessualità appare in un contesto di acuta rivalità. Un confronto tra il fenomeno animale, l'omosessualità rituale, e l'omosessualità moderna non può non segnalare che è il mimetismo a determinare la sessualità e non il contrario!"
E dunque, ma solo di passaggio e sempre pronto ad avventurarmi di qui a un minuto per successivi e ancor più aerei precipizi, mi vien fatto di chiedermi: ma se Pier Vittorio tutto questo lo sa e lo mette in scena sviluppando con ogni evidenza (anche) una sorta di "critica dell'omosessualità (per esempio come specificità)", conseguentemente, che diavolo di omosessuale potrà mai essere?
Non dovrebbe staccarglisi la retina a ogni nuovo rigo che verga?
O non siamo piuttosto noi che non riusciamo a leggere in modo adeguato quanto è venuto a dirci?
E va bene. E allora cosa, benedetto, è venuto innanzitutto a dirci?
Sempre, e alquanto opportunamente (e beatamente) sorridendo, è venuto a dirci: guardate che qui ci troviamo in un contesto vittimario assoluto e super-esposto, e noi a questi nostri fratelli mimetici perennemente potenzialmente a rischio di "ostracizzazione", "caprificazione" e "pogrom", gli dobbiamo innanzitutto voler bene e li dobbiamo amare. Noialtri, noi tutti, a questi nostri fratelli vittime in certo qual modo "elevate a potenza" del desiderio mimetico, proprio li dobbiamo abbracciare, ché fra l'altro l'omosessualità quale patologia - così come l'intendono determinati campi di studi e studiosi eminentemente (ne siano consapevoli o meno) persecutorî - non sarebbe nemmeno una questione vera, specie se testardamente ci si ostina a non coglierla all'interno della ben più vasta, fondativa e generatrice "rivalità mimetica" saldata al suo formidabile perno, ovvero sia la "vittima espiatoria".
Ed è sempre la mancata comprensione della gamma di oscillazioni a cui soggiace la rivalità mimetica a illuderci di poter riconoscere come essenza o pulsione a sé stante la cosiddetta "bisessualità", che quale categoria "a sé" è invece e piuttosto l'ennesima invenzione mitologica di tanti freudiani "per attenuare ciò che vi è di troppo assoluto nella rottura" (anch'essa sempre mitologica e sempre freudiana) "fra eterosessualità e omosessualità."
E allora, intanto, proviamo a tirare qualche somma.
E per farlo, torniamo per un istante daccapo: cosa viene veramente a dirci, Tondelli?
Innanzitutto:
1. che faremmo bene a prestare attenzione al disvelamento delle meccaniche del desiderio che con grazia di scrittura lui per primo non si stanca di sistemarci avanti al naso, ivi inclusa la comprensione della finale, inevitabile destinazione allo scacco del desiderio stesso;
2. la necessità di venir via a gambe levate da una simile trappola violenta per il tramite della sola svolta possibile, ovvero la conversione, ovvero l'accettazione della nostra più propria natura di creature ed enti creati. Ossia la rinuncia, finalmente!, all'inesausta quantità di diktat messi in campo dal desiderio; ossia la rinuncia a rapporti umani fondati sulla conquista e su dinamiche di violenza sempre a spese dell'altro e, ma anche o, di qualcun altro.
Chi?
Ormai lo sappiamo: il solito "messo in mezzo", "lo straniero di passaggio", il "capro potenziale" così irresistibilmente lampeggiante, ai nostri occhi, di super appetitosi segni vittimari - l'innocente che una volta sacrificato consentirà di risolvere la crisi. Quel povero toro a cui un minuto sì e un minuto sissignore tutte le volte volentieri taglieremmo la testa, se mai un simile sacrificio servisse a dirimere la questione e produrre l'agognato, stramaledetto accordo.
"Avanti, su, veniamoci incontro! Accordismoci e tagliamo la testa al toro!"
E cosa oppone, Pier, a tutto questo?
Io direi che lo scrive, fra le altre cose, persino all'amico regista Luciano Manuzzi. Natale del 1986, "Quinta ora della Notte, Biglietto numero 5", pagina 27: "...personaggi che si amano senza possedersi, che si appartengono e si "riguardano" vicendevolmente senza appropriarsi l'uno degli altri".
Be', ammettiamolo: quest'uomo qui è un grande.
E la sua prima scuola, Gesù mio, è stata la parrocchia!, il catechismo!
E ora, ascoltiamo bene cosa ci viene detto a pagina 625 del solito "Opere. Romanzi eccetera":
Bruno May, lo scrittore omosessuale protagonista, insieme al giornalista etero Marco Bauer, di "Rimini": "Poiché tu sei il mio dio, Aelred, di cosa dovrei perdonarti?"
E anche: "Amo profondamente Aelred" scrive Pier Vittorio subito sotto, allorché Bruno May si rivolge al proprio mentore spirituale Père Anselme (alias, e in un certo senso nella vita vera di Tondelli, padre Pierre Riches). "Al punto che vorrei essere [détonation à la Girard] lui."
E qui, come ben comprendiamo grazie ai nostri nuovi occhiali griffati, alquanto acutamente s'intravede che il povero Aelred è oggettivamente "a rischio". Da divinità a pietanza principale di un pasto per così dire cannibalico, il passo potrebbe essere, veniamo sbalordendo, inquietantemente brevissimo.
E Pier Vittorio, intanto che come un ragazzo scherza e ride ed entra ed esce di continuo dalle "The Father Brown's Stories" di Gilbert K. Chesterton, deve saperlo, comprendiamo?, come nessuno.
Tondelli nelle vesti, dunque, di un "Padre Brown", e Nanni Moretti sacerdote atipico in "La messa è finita". È strano, no? Che razza di inaspettati panni e destini, vestivano determinati artisti in quei turbinosi e lontani-vicini Ottanta.
Ecco, dopo questo lungo viaggio intorno alla vita e l'opera di Pier Vittorio, "La messa è finita" è un film che proprio vorrei rivedere. Chissà che non mi aiuti a capire determinate questioni ancora meglio.
E "La seconda volta"? Che è un film sull'amore magnifico - superbamente diretto e interpretato - e lo si interrogava come un reperto archeologico intorno agli anni del terrorismo? Con tutti quei sarà giusto "a ferite ancora aperte", tutti quei si potrà fare o si dovrà non fare?
Il dibattito intorno a questo film che riguardava la comprensione o non comprensione dell'amore nell'epoca presente, verté sul terrorismo, prevalentemente, e non è che Calopresti o qualcuno si sia precipitato a spiegarci come stavano realmente le cose circa il vero tema del film.
Trattasi di fraintendimenti interpretativi à go-go, ben comprendiamo.
Allo stesso modo, un film, se mai sarà possibile, intorno all'heideggeriana questione dell'Essere, qual è poi il luminoso "La sottile linea rossa" di Malick, perciò stesso sarebbe solo una notevole pellicola sullo sbarco americano a Guadalcanal e i mai abbastanza denunciati disastri della guerra.
Un mero bel film "di guerra", ove il soldato Witt (l'attore Jim Caviezel) - questo "agnello assoluto" che nell'omonimo romanzo di James Jones vestiva panni, se non erro, precisamente omosessuali - dopo aver disertato abbracciando la vita della pacifica popolazione del luogo, torna sulla linea del fuoco, non spara a nessuno, salva dei compagni, muore, e trasmette il proprio lascito spirituale al "non-credente" sergente Welsh (Sean Penn).
Come direbbe Pier Vittorio, lo Spielberg di "Salvate il soldato Ryan" è probabilmente un ottimo buon regista, e Malick invece è, molto diversamente da così, un uomo spirituale e, come Kerouac, egli è persino, e in un qualche modo, un santo.
Stiamo parlando, dunque, di persone che hanno ricercato la santità nell'opera cinematografica e nell'opera romanzesca.
E qui, in Malick proprio come in Tondelli, la prospettiva non ha davvero a che vedere con dei fatti reali (storici, o relativi al costume) più o meno veramente accaduti negli anni Quaranta (o Ottanta), ma superando d'un balzo ogni questione d'apparenze e realismo didascalico, scopertamente si dialoga, invece, intorno alle cose ultime o, se preferiamo e meglio ancora, intorno alle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo.
E anche in questo caso, risulta forse a qualcuno che Terrence Malick sia sceso in campo a fornir dritte o spiegazioni? Dicendo "ma sapete, oltre che un signor regista cinematografico, alla fine io sarei anche un traduttore di Heidegger negli Stati Uniti"? Per nulla affatto. E dunque Malick, non troppo diversamente da Tondelli, volutamente ha taciuto su tutto.
Va bene e, ancora per un minuto, non allontaniamoci dal "mondo del cinema" e di certi scrittori che, nel bene e nel male, hanno avuto a che fare col cinema.
Parlandoci di uno di questi particolari scrittori - Chandler, oppure Fitzgerald o qualcun altro ancora, qui non è determinante - a un bel momento Pier Vittorio sostiene che per raggiungere quel certo tipo di illuminazione in cui la vita diviene testo, devi esattamente scrivere, poiché solo dalla scrittura scaturisce l'illuminazione in cui "la vita si fa testo". Dalla scrittura, dunque, e non dalla vita.
E, non molto dopo, aggiunge: Kerouac, per esempio - ovvero uno che non fa parte della schiera in questione, (schiera che Pier Vittorio certamente non disprezza) - ma Kerouac, precisa, non si tratta di ammirarlo o meno, poiché uno così noi lo possiamo - e lui di sicuro lo può - solamente amare.
E dice: ha ragione Ginsberg, Kerouac è un santo della letteratura. E poiché è un santo della letteratura, a differenza di tanti suoi colleghi (americani e non) che erano semplicemente degli scrittori (e a volte, come qui, degli scrittori imprestati al cinema), quest'uomo che ha dato al "persistente mito della letteratura americana", il mito della fuga, "la sistemazione definitiva, dedicando [...] le pagine più belle e più sofferte" dedicate da un americano "al proprio paese", sarà presto o tardi "beat-ificato."
C'è almeno un aneddoto, un brano, in cui Pier Vittorio affronta la questione di una luce prima spenta e poi accesa.
Nel brano di cui dico, è riportato l'episodio di un cavallo di resina che galleggia, a Hollywood, in una piscina.
L'episodio, spiega Pier Vittorio, si trova in un romanzo dello (sfortunato) scrittore Nathanael West: Il giorno della locusta.
Questo romanzo, sappiamo, era considerato (da Fitzgerald) il più bel romanzo su Hollywood e ha per protagonista un giovane scenografo di nome Hackett.
La scena del finto cavalo "morto" accade nel corso d'un ricevimento.
L'"avvistamento", sulle prime indistinto, comincia al buio, ma a un certo punto tutte le luci vengono accese e il cavallo, che un istante prima era solo una massa oscura, ora è illuminato a giorno.
"Perché?" chiede il giovane scenografo Hackett, ingenuamente.
"Ma è chiaro", gli viene risposto. "Per divertire".
Dunque, scrive Pier Vittorio, a Hollywood si possono utilizzare simulacri di cavalli morti al solo scopo di "divertire".
Ecco cos'è Hollywood, scrive, e chi è la sua gente.
Ma dall'alto di una determinata finestra di viale Saltini in Correggio, Tondelli, che non è un moralista, non se ne scandalizza. Si diverte, anzi, poiché proprio come certi scrittori americani divenuti sceneggiatori, ha sempre saputo che quel cavallo era finto. Ma a differenza di costoro che, come lui, ghignano dell'inganno (mentre magari qualcun altro è fuggito oppure, non reggendo all'inganno, si è persino "ucciso, coerentemente, nei modi più disperatamente spettacolari"), i suoi sogni - ovvero il compito, il destino che egli dovette riconoscere come suo - non erano di celluloide e non avevano a che fare, semplicemente, con la letteratura e la scrittura. Seppure è vero, riconosce, che quando le luci vengono di nuovo spente, quel simulacro di cavallo "morto" produce sul serio l'effetto d'una carcassa che galleggi, infetta, sul tetto nero e fermo d'una città e d'un un mondo di putrefazioni.
"La questione di una luce prima spenta", dicevamo, "e poi accesa".
Ecco, vediamo per l'ultima volta e "in metafora" i personaggi romanzeschi sagomati da Pier Vittorio e da lui stesso volutamente lasciati nella (per così dire) semioscurità del proprio stesso fondamento.
Si chiamano in tanti modi: Io narrante, Mino, Granlombardo, "Federica", Splash, Renzu, Beaujean, Agi Carcassai, Grandelele, Magico Alvermann, Marco Bauer, Bruno May, Aelred e Thomas, Leo, eccetera.
Vediamoli per l'ultima volta e distinguiamo le loro sagome immerse nel primo buio come in un complesso diorama, disposte in modo che convergano, per diagonali e direttrici differenti, verso uno stesso nucleo: è un bel diorama, pensiamo, e tutte le figure vi risultano, lo comprendiamo dal nitore dei profili che riusciamo a distinguere, egregiamente lavorate.
Non c'è dubbio: raffigurano dei viandanti in cammino, e le statuine di ognuno son disposte in modo tale, vedete?, come traversassero il paesaggio - là il disegno d'erba di un monte, e qui un ponticello sotto cui scorre e brilla la raffigurazione d'un corso d'acqua - per ricongiungersi.
È un diorama bellissimo, andiamo avanti a pensare, mentre piano piano intorno a noi tutto quanto imbruna.
E poi, quando accendiamo la luce girardiana, con stupore e commozione di ragazzi comprendiamo che da tanto tempo (eravamo al cospetto) stavamo contemplando, nel quasi buio, esattamente un presepe.
Leggiamo, ora, il testo di un canzone intitolata "Winter Lady", "Signora dell'inverno".
Sappiamo che si tratta di una canzone scritta negli anni Sessanta dal cantautore canadese Leonard Cohen, e sappiamo che Pier Vittorio la conosce, con ogni evidenza, sin da ragazzo. Il terzo verso di questa canzone dice: "I'm just a station on your way", "Sono solo una stazione sul tuo cammino".

Signora che viaggi, fermati un po'
Finché la notte finisce
Sono solo una stazione sul tuo cammino
So di non essere il tuo amante.
Quand'ero soldato io vissi
Con una ragazza di neve
E per lei mi battei con tutti
Finché le notti si fecero più fredde.
Lei portava i capelli come te
Eccetto quando stava dormendo
Li aveva intessuti su un telaio
Di fumo, oro e brezza.
E perché ora sei così calma
Sotto l'arco della porta?
Molto prima di scegliere il tuo viaggio
Tu passasti per questa strada
Signora che viaggi, fermati un po'
Finché la notte finisce
Sono solo una stazione sul tuo cammino
So di non essere il tuo amante.

Sappiamo anche, per averlo visto coi nostri stupefatti occhi fra la quantità di lettere che l'autore di "Altri libertini" invia nel corso degli anni (1974-82) all'amata Federica - e io, perdonatemi, ogni volta daccapo non posso fare a meno di pensare a lei come a una specie di "Maggie Cassidy" che ancora oggi abita a Correggio - sappiamo, dicevo, che questo stesso verso, su di un foglio acquerellato a mano da lui medesimo, è stato trascritto da Pier Vittorio e dedicato, (lasciato nelle mani del) "Gazzottino", o "Chicca", come a volte, pure, la chiama.
Il foglio, reca la data 28 aprile 1977, e la canzone da cui il verso è tratto dice anche, riascoltiamolo:
Molto prima di scegliere il tuo viaggio
Tu passasti per questa strada
E poi dice:
Signora che viaggi, fermati un po'.
Forse, Federica è pure una persona che viaggia molto? Sì, a quanto pare. Anche oggi, anche ora, non la si trova in casa, ho imparato perfettamente, quasi mai. O è al lavoro, oppure è molto spesso in viaggio per lavoro.
Da ragazza studiò Lingue orientali a Venezia e visitò la Cina per una quantità di tempo. Da ragazza, in estate, se andavi a suonare al campanello di casa sua, la casa dei genitori, difficilmente l'avresti trovata, poiché magari lei era già partita per Londra, e se la chiamavi al telefono ti sentivi rispondere che era in viaggio, ormai; irraggiu ngibile, da qualche parte per l'Inghilterra.
Federica è via, e Correggio è esattamente vuota. È così. Proprio vero. C'è mica niente da fare. Adesso poi, è agosto daccapo, il giro veloce per il Belgio e un po' l'Olanda, fatto lavorando quel tanto che ti permetteva di non annoiarti, dopo un attimo che sei andato via è già trascorso, fra poco più di un mese noialtri del settembre 55 si avrà vent'anni e io avrei bisogno di una macchina per scrivere - pure questo è vero.
Eravamo in quattro gatti, lì a Bruxelles, e per questo, forse, a me è piaciuto. C'era pace, lì a Bruxelles, e così è stata una piacevole esperienza. Poiché la confusione io la odio. Per questo odio soprattutto il Dams. Ma adesso, al ritorno, ora che le mie giornate sono senza storia o quasi, durante il giorno leggo un po', ascolto la radio e aspetto che venga notte.
Vero. Aspetto solo la notte per far le due e bere, e un po' ubriacarmi, come capita quando sei in compagnia.
Dunque, il Piervi, beve. E noi? Come suoi lettori, normalmente, le sue storie grandi e piccole, lo sappiamo, ce le beviamo volentieri quasi tutte.
Già, poiché qui, amici, si beve molto, è chiaro: innanzitutto, bevi per ammazzare il tempo, la noia; oppure la donna che proprio non ti fila o gli amici traditori, giusto?, che con le dolci metà in vacanza han preso il largo, beati loro, via da Correggio, via da quaggiù.
Cose più o meno alcoliche fino alle due di notte a parte, come fai a dargli torto, ti dici, al vecchio Piervi. O meglio, a Viki, come certamente si firmerebbe ora, se solo avesse qualcosa da scrivere a qualcuno.
Fra l'altro, immagino che le sue amiche - Fausta, oppure Miriam - siano in vacanza anche loro.
Del resto è già il 7, chi deve partire, mi dico, l'avrà fatto, ormai. E Rosanna? No, anche lei viaggia, gira, ha parenti un po' in tutta Italia e qualcuno della sua famiglia vive persino in Svizzera: scommetterei che da Correggio, oramai, è partita anche lei. E Claudio? Dove sarà il vecchio Claudio? Lui e la sua montagna di dischi "introvabili", le sue collezioni di riviste, stoffe, libri e miniature? Forse lui è rimasto, mi dico. Chissà. E va bene, mi dico, proviamo a vedere come se la sta cavando, di questi tempi, il buon amico professore di scienze. Dopo tutto lui ha già trent'anni, giusto? È grande, è un adulto, ed è possibile che la smania giovanile dei viaggi lo riguardi, mi dico, un po' meno. Fra un minuto avremo suo notizie e sapremo cosa fare stasera, se ci si vedrà in giro da qualche parte o no, ma per mezzo minuto facciamoci vivi, mi dico, con la nuova amica Annalaura, questa ragazza conosciuta al Dams, mite e conversativa, immersa com'è in quella musicalità ineffabile e che subito riconosci quando una persona veneta ti si rivolge.
Cara Annalaura, mi dico, carissima amica, che piacere sentire che anche quaggiù, persino in questo terribile e noioso paese, riesce a raggiungermi, finalmente, la tua inconfondibile voce. Qui son piuttosto solo: ho un unico amico di illusioni, di sogni e d'arte, ma lui ha già trent'anni...
Oh, e questo è Claudio. Meno male, lui almeno c'è ed è a Correggio, per fortuna, non in vacanza.
Fra cinque anni, Pier Vittorio lo ricorderà dopo Tagliaferri, Arbasino, Celati e Michail Bachtin, nei "Titoli di coda" di "Altri libertini". Claudio, in quell'elenco, sarà il primo degli amici correggesi a essere citato, la prima persona che non sia un editor, un teorico del romanzesco o un grande scrittore tout-court, a venir ricordata nel gruppo degli amici. Poiché Claudio, che nei "Titoli di coda" il giovane Tondelli chiamerà "Doctor Piffo", gentilmente gli ha fornito, scrive, "i testi di Wyatt, Drake, Cohen, Buckley, Reed, Glenmore, Cockburn" come già era accaduto, in passato, nel corso di "precedenti esibizioni letterarie."
E qui, m'immagino si riferisca, per esempio, a una "cosa di teatro" intitolata "Jungen Werter" (o Werther?, non lo so), che Vicky avrebbe presentato in pubblico, a Correggio, nell'estate del 1978. Una "cosa di teatro" proposta, il 12 luglio, all'interno d'una serie di iniziative tenute dal gruppo di poesia e performance "Simposio Differante" nel cortile di Palazzo Principi. E anche di questi ragazzi, Vicky affettuosamente si ricorderà nei "Titoli di coda": "La banda matta del "Simposio Differante"" scriverà, che "ha reso mondana ed engagée la sopravvivenza" nei paraggi di Correggio Emilia.
Con Claudio ascolto i dischi, oppure faccio l'oroscopo cinese, interpello il "Principio Superiore" e rido di tutta questa filosofia sprecata e del suo Zen a Milarepa che non riesce a dargli un poco di felicità. Così, si va avanti; magari cerchi qualcosa da fumare che ti possa insegnare a essere una giornata, un sasso, o un gatto morto in riva al mare in burrasca, o un albero solitario su di un monte...
Però.
Eh, ma però non si trova niente, sai, e si resta, amica mia, sempre noi. Che poi uno si potrebbe anche nauseare, di ritrovarsi sempre davanti alla solita stupida faccia oquei soliti fantasmi.
Già. I soliti fantasmi. Chissà che intende.
Magari Annalaura lo capisce. Forse, insieme, ne avranno già parlato chissà quante volte, dei soliti fantasmi. Comunque, a lume di naso direi che qui si cerca di mandare avanti qualcosa di urgentemente inerente il - sul serio non so di cosa parlo - principio d'identità: "la solita stupida faccia", dice Pier, "quei soliti fantasmi". O la faccia che si ritroverebbe sempre davanti non è la sua allo specchio - un po' alla Leo stile "Vecchio Testamento" che in "Camere separate" si guarda riflesso in un finestrino d'aereo, un po' granatiere à la "Pao Pao", come scriverà fra sei sette anni sulle ali della sua nuova gayosità trionfante, mentre mi "guardo il mondo da un oblò", canticchia, ridacchia, "però ci sto"?
Difficile dirsi. Comunque, subito si raccomanda da sé, pazienza.
Nell'attesa, del resto, non se ne sta propriamente con le mani in mano. E infatti dipinge. Manca una settimana a ferragosto e il giovane Pier, in casa dei suoi, lì a Correggio, sta dipingendo a quanto pare una piccola tela.
Sì, cara Annalaura, è così: sto dipingendo, vedi? E nel mio quadretto c'è una radio, un libro, una sigaretta e una bustina di tè. È un po' il ritratto della mia estate. O almeno, di questa. Poiché l'anno scorso era diverso, e io pensavo che il Dams... Lo sai, no?, quante attese, quali sogni, si nutriva un po' tutti, noialtri, sul Dams eccetera. Ora, invece, sto aspettando che un amico mi presenti al regista Cottafavi, che si trova a Correggio. Io gli faccio vedere le foto del "Piccolo Principe", gli mentisco appena appena, gli dico che studio eccetera. Sputtanarsi un poco, certo. Ma potrebbe anche venirne fuori qualcosa: forse, soltanto un modo per gettare via un po' meglio questo tempo. Ti saprò dire.
Capisco. E così vuol farsi presentare al Cottafavi.
Non solo, ma ha già in mente di mentirgli - va be', un pochetto - allorché gli sarà possibile arrivargli a tiro.
M'immagino che le foto del "Piccolo Principe" siano delle cose di scena realative a un suo primissimo e giovanile adattamento teatrale dal famoso testo del poetico ma anche spericolato scrittore-aviatore, tragicamente precipitato nelle acque del Tirreno un certo giorno di guerra dell'ormai lontano 1944.
Posso, effettivamente, immaginarmi qualunque cosa, ma di sicuro non che d'improvviso Pier Vittorio mi si rivolga all'Annalaura nei termini, andiamo a vedere anche noi, con cui le si sta rivolgendo: "Mia cara e piccola incestuosa" le dice infatti, "ho voglia di vederti e di fare", scherzineggia, "quattro risate."
Ma come mai, vorrei capire, questa cosa della "piccola incestuosa". Che significa?, e in che modo la si dovrebbe eventualmnete interpretare? Cercherò di capirlo meglio più avanti, prometto che farò il possibile per saperlo, ma intanto, senza più interromperlo, proseguiamo ad ascoltare il vecchio Pier che, nel frattempo, se disporrà di un po' di grana avrebbe giusto in animo di raggiungere Venezia per via, dice, d'un certo seminario di Grotowski.
Ancora cose di teatro, dunque. E poiché per me il teatro è, grazie a Dio, arabo, mi rifiuto di assecondare ogni ulteriore e più o meno curiosissima vocina interna che pretenderebbe di fare ancora altre domande e ridivengo magnetofono: "...Sarò a Venezia, forse, per il seminario di Grotowski. Ma un mio amico mi ha detto che bisogna iscriversi e sostenere, prima, un colloquio in francese col Mostro. Io mi contenterei di assistere anche dal di fuori, ma se mi saprai informare meglio, con date precise o con quelle che a te son più opportune, mi farebbe piacere. Ça va?"
E poi, cosa sarà successo? Li avrà trovati, Pier, i soldi necessari per raggiungere Venezia e frequentare il seminario che tanto gli interessava, oppure no?
E Annalaura, a parte questo, chi è?
Sinceramente, mi piacerebbe conoscerla: dopo tutto, lei è un'altra delle persone che fra cinque anni, quando il sospirato libro d'esordio verrà pubblicato, Pier Vittorio ringrazierà nell'ormai famosa paginetta finale chiamata "Titoli di coda".
Come ho già detto, in testa a questo elenco di ringraziamenti compare, in qualità di "Art Director", il suo editor in Feltrinelli, Aldo Tagliaferri, ovvero, avverte lo stesso Pier, colui che "ha suggerito, assistito, apostrofato e supervisionato" "Altri libertini" fino alla stesura stabilizzata e definitiva del testo.
Vediamo: "Giovanni Boni, Nadia Pazzaglia, Lucia Vacchiano hanno mantenuto a whisky e cognac e Sip e grande affetto nelle fughe a Milano, Annalaura Crisigiovanni in quelle bolognesi".
Fughe a Milano, e fughe bolognesi.
Molto bene, allora. E poiché il caso ha voluto che rintracciassi per prima Annalaura, cominciamo, con l'augurio che siate d'accordo, proprio da lei e dalla città di Bologna.
Il nastro del mio registratore obsoleto, indomito riprende il suo giro. E dunque, ascoltiamo insieme quali parole e discorsi lo abitano in questo esatto momento.

*Massimo Canalini, editore e talent-scout, è l’uomo dietro il marchio ‘Transeuropa’, la leggendaria fucina con sede in Ancona da cui sono usciti i romanzi d’esordio – fra gli altri – di Pino Cacucci, Lorenzo Marzaduri, Silvia Ballestra e Enrico Brizzi.
Il presente testo costituisce un anteprima del volume Tondelliana III.