PIETRE MILIARI
  Ernest Hemingway - Festa mobile

Di Lorenzo Marzaduri*, agosto 2004

Era l’inverno del ‘64 e io ero in quarta elementare. Dopo la guerra c’era stato il baby-boom, le classi potevano avere anche quaranta alunni, ma non bastava e bisognava moltiplicarle, organizzarle in doppi turni; ciascuna perciò andava a scuola una settimana alla mattina e la successiva dopo pranzo.
Quella volta so che era pomeriggio, perché tenevo d’occhio il colore del cielo per vedere quando imbruniva dato che, quando cominciava a far scuro e la luce a svanire, significava che era quasi ora di andarsene e alla campanella mancava poco. Il maestro, che si chiamava maestro Lorenzelli ed era stato un capo partigiano e poi, finita la guerra, sindaco del suo paese, ci ordinò di aprire i quaderni a righe e prepararci a scrivere. "Dettato," scandì, e noi bambini intingemmo penna e cannetta nei calamai e scrivemmo quella parola.
Poi, da un libro, lentamente per darci modo di scriverle, ci lesse altre parole che scrivemmo.
"Poi veniva la brutta stagione," dettò. "Alla fine dell’autunno, in un solo giorno, cambiava il tempo. Di notte dovevamo chiudere le finestre perché non entrasse la pioggia, e il vento freddo strappava le foglie dagli alberi. Le foglie giacevano fradice nella pioggia," seguitò, "e il vento le spingeva contro il grosso autobus verde al capolinea. Il caffè lì vicino era gremito, le vetrine appannate dal fumo dell’interno." Poi ci disse di andare a capo, e lentamente scandì: "Ernest Hemingway." Si alzò e scrisse quel nome alla lavagna affinché noi bambini potessimo copiarlo correttamente.
Io avevo già sentito quel nome. Uno scrittore morto da poco in modo tragico, questo avevo sentito. Alla televisione, forse, perchè in quegli anni lontani la tivù parlava spesso di libri e di scrittori. Doveva essere stata, comunque, l’idea d’una morte improvvisa e tragica ad avermi colpito in quei miei impressionabili anni, facendomi ricordare quel nome. Il maestro Lorenzelli disse che era un americano, uno scrittore grandissimo e un uomo giusto e libero. Un uomo, disse, che aveva veduto più d’una guerra e rischiato molte volte la vita, senza mai tirarsi indietro né perdere di vista, da uomo giusto e libero, la parte con cui dovesse schierarsi. Disse che quelle righe facevano parte d’un libro molto bello uscito da poco, e avrebbe forse voluto dirci altre cose di quel libro e di chi l’aveva scritto, ma la luce fuori era ormai del tutto svanita: puntuale, la campanella lo interruppe e quella volta mi spiacque.
Chiudemmo quaderni e astucci, indossammo sciarpe e paltò sui grembiuli e i colletti e uscimmo con la solita rumorosa allegria d’ogni fine lezioni. Fuori non pioveva, o forse sì, forse era solo l’umidità nebbiosa della sera, ma quelle poche righe dettate che parlavano di pioggia continuavano a vivere, a ramificarsi nella mia ospitale fantasia di bambino: così immaginai il capolinea dell’autobus, invisibile oltre la curva, sul lato opposto della via principale, due o tre fermate più in là.
Me lo figurai nel tempo in cui platani e tigli perdevano le foglie e la pioggia, di stravento, le ammucchiava contro la banchina rialzata e le ruote del bus. Lo immaginai senza averlo mai veduto, perchè non avevo bisogno di andarci, al capolinea, essendo casa mia dalla parte opposta e la mia fermata a pochi passi dalla scuola. L’autobus, poi, era ancora una specie di novità, l’azienda dei trasporti aveva smesso i vecchi tram su rotaia pochi mesi prima soltanto, eppure immaginai il capolinea del vecchio Quarantasei come un quadro impressionista, senza nulla sapere di impressionisti, e lo immaginai così, col grosso autobus fermo e le foglie fradice spinte dal vento, e le vetrine annebbiate di condensa di qualche vicino caffè.
Un altro luogo, da un altro tempo, si era sovrapposto al mio tempo e ai miei luoghi. Ero ben lontano in quei miei nove anni dal sapermi spiegare in modo lucido qualcosa di tanto complesso come il concetto di universalità (del sentire, anzitutto), ma qualcosa ero in grado di avvertire, perchè in un bambino l’intero universo é contenuto nel proprio e, ancorché piccolo, l’universo d’un bambino contiene ogni possibile sentire.
Sull’autobus, poi, in quel tempo di applicazioni tecnologiche modeste, non esistevano macchinette che obliteravano e distribuivano I titoli di viaggio e bisognava passare dal bigliettaio, che sedeva sul predellino in fondo, di fianco a dove si saliva. Con lui, a differenza del conducente, potevi parlare perché aveva licenza di farlo. Potevi chiedere informazioni e scambiar parole e ogni volta che trovavi un bigliettaio già incontrato - e quando gli orari coincidevano capitava sovente - s’aggiungeva un pizzico di consuetudine: di volta in volta un cenno in più, un saluto in più, una parola in più.
Con uno di essi, così - io ero già in prima media - ci mettemmo una volta a parlare di libri e di scrittori, di quelli che conoscevo e di quelli che secondo lui dovevo assolutamente conoscere. Non saprei dire come tale conversazione sia cominciata nè chi sia stato a cominciarla, ma da quell’occasione, ogni volta che ci si rivedeva, ci si tornava sopra. Anche questo era normale a quei tempi,quando i tranvieri erano una specie di orgogliosa aristocrazia operaia e, nel laboratorio sociale che era all’epoca la mia città, il bisogno di leggere le cose giuste e acculturarsi veniva percepito, dalla gente del popolo, come un dovere sociale.
Questo bigliettaio era comunista, come due persone su tre in città a quei tempi, amava Pavese e Vittorini, diceva che non dovevo perdermi i loro libri per niente al mondo. Il terzo nome che mi fece fu quello di Hemingway. Diceva che Il Vecchio e il Mare e Per chi suona la campana, più che semplici romanzi, erano rivelazioni, bibbie da comodino a cui rivolgersi per capire gli uomini. Caso volle che la mia prof di lettere, di lì a poco, adottasse Il Vecchio e il Mare come libro di lettura: lo adottò in un’edizione scolastica che aveva in copertina un fotogramma tratto dal film, una foto di Spencer Tracy "che pescava da solo su una barca nella corrente del golfo," un’edizione che - teneramente - cassava le poche parolacce che l’autore faceva qua e là pronunciare al protagonista, parolacce che ritrovai nell’edizione della collana Medusa, quella con le illustrazioni di Guttuso, quando fui libero di rileggermi quel libro per il gusto e non per obbligo scolastico. Poi però, dopo Il Vecchio e il Mare e Per chi suona la campana, vennero I Quarantanove Racconti, e mi convinsi che di Hemingway non avrei potuto più leggere nulla di meglio, che tanto valeva spostare la mia insaziabile voluttà di lettura su qualcun altro, nel mare magno degli autori che non conoscevo ancora: perchè dopo Macomber e la sua breve vita felice, dopo la carcassa del leopardo imprigionato nel ghiaccio del Kilimangiaro, dopo la Capitale del Mondo e il Vecchio al Ponte, dopo la mostrina che scintilla sul bavero del soldato alla luce del lampione in Un posto pulito e illuminato bene, m’ero convinto – con qualche ragione - di aver conosciuto il suo massimo, che niente di nuovo e di più bello avrebbe potuto darmi, e che tanto valeva dedicarmi ad altri - a Faulkner, che so, o a Steinbeck, o ai cento altri superbi americani che andavo divorandomi a quei tempi. Tanto più che Fiesta non mi aveva acchiappato, non ero semplicemente riuscito a calarmici, e Morte nel pomeriggio, col suo essere più trattato di tauromachia che narrazione, mi aveva addirittura deluso.
Il risultato fu che continuai ad accumulare libri di Hemingway, man mano che me li regalavano o li trovavo usati sulle bancarelle, offerti a prezzo accessibile anche per le mie povere paghette; oppure quando li rubavo alla libreria Nanni, col gusto malandrino di far fessi quegli antipatici della libreria Nanni, che quando era stagione di testi scolastici e mamma gli portava speranzosa i miei dell’anno prima, gliene prendevano al massimo uno o due, glieli pagavan quattro soldi e la umiliavano pure esortandola a dir grazie. Li accumulavo per averli, quei libri, senza dar loro particolari precedenze, e Festa Mobile fu uno di essi, fatti sparire con destrezza da qualche espositore sotto il portico davanti alla libreria. Uno di quelli che mi attizzavano per qualche ragione e immaginavo fosse utile avere in casa, a portata di mano, pronti per la volta che fosse venuto il loro momento - perché c’è sempre, per ogni libro, il momento più giusto per la più giusta delle epifanie, come per le persone. E su quel libro, in copertina, c’era uno splendido dettaglio ingrandito del volto barbato e nobile del suo autore, duro e tenero al tempo stesso come quello d’un padre. Da rubarlo, quel libro, solo per la copertina. Quanto poi giaceva nascosto sotto quel sottile strato di brossura e frontespizi si sarebbe rivelato, a tempo debito, la più preziosa delle acquisizioni. E fu molto dopo - dopo decine, forse centinaia, di altri autori e altre scoperte - che ciò avvenne.
Fu al ritorno da Parigi, dov’ero stato con la mia giovane moglie per quel viaggio di nozze che non avevamo ancora fatto e che, finalmente, eravamo riusciti a concederci, lasciando a balia dalle nonne il nostro bambino di dieci mesi: pochi giorni soltanto, dopo un viaggio di due giorni in utilitaria attraverso l’Europa e prima degli altri due necessari al ritorno. Non più che un mordi e fuggi, sicuro, ma il primo dei mordi e fuggi on the road che mi riusciva di fare con lei, quando avremmo entrambi voluto esser morti prima di amare un’altra persona ed eravamo, davvero, poveri e felici. Fu per questo che non lo riposi, quel libro, quando mi ricapitò tra le mani una volta tornato. Perchè c’era una frase, in copertina, che rammentavo: una frase tra virgolette che diceva esattamente così, che "quella era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo tanto poveri ma tanto felici." Mi bastò aprirlo per venirne risucchiato. Le sole prime righe bastarono a catturarmi, nella maniera esclusiva che hanno certi libri di catturarti e tu capisci allora di non potertene staccare più per nulla al mondo, fino al termine, fino all’ultima pagina e talvolta anche dopo.
"Poi veniva la brutta stagione," recitavano quelle prime righe. Con l’autobus fermo al capolinea, che pareva non aver aspettato altri che me, tutto quel tempo, per rimettersi in moto. Col caffè triste all’angolo della piazzetta con Rue Mouffetard, e la Rue Cardinal Lemoine subito accanto, e gli odori, i vapori, le voci, il fumo, la pioggia. Quelle righe erano memoria. Erano la voce di un uomo avanti negli anni che ricorda. Un uomo la cui vita era stata d’una densità straordinaria, con la fortuna più unica che rara d’aver potuto vivere tutto, proprio tutto, ciò che aveva scritto; un uomo che aveva attraversato il suo tempo e la pletora di eventi e catastrofi e guerre civili e mondiali e rivoluzioni che esso conteneva; che da una vita presa sempre d’assalto come il più combattivo dei boxeur e sempre osservata con inesauribile, partecipata attenzione aveva ottenuto ogni possibile riconoscimento, e gloria, denaro, successo, imperitura fama.
Eppure quest’uomo, già con un piede in un’altra dimensione del tempo, raggiunta ormai la possibilità di osservare il proprio vissuto dalla prospettiva della sua fine - di osservare cioè la vita dal punto di vista della morte - scrivendo per la prima volta senza il mascheramento di pseudonimi, riandava a quando era poco più d’un ragazzo (ma con quante e quali esperienze già alle spalle), e lui e la giovane moglie e il loro bambino vivevano in una casa modesta del Quartiere Latino, con la piccola rendita di lei e i pochi soldi delle collaborazioni giornalistiche di lui, quando riusciva a piazzarne. Riandava a quando "la fame era una buona scuola", a quando un’inesauribile, vivacissima e non ancora disillusa curiosità per gli uomini e il mondo lo portava a conoscere e a vivere ogni persona e situazione, e a farne tesoro. A quando, come scrittore, era ancora tanto agli inizi da non avere in un certo senso neppure cominciato - e il destino s’incaricava di smarrirgli a una stazione la valigia con tutti i manoscritti da lui prodotti fin lì. A quando, però, aveva tutto a disposizione per mettersi a fare sul serio: perchè aveva "Parigi, il posto meglio organizzato al mondo per scrivere, se uno vuole farlo veramente," e la possibilità di incontrare, frequentare, conoscere, confrontarsi con e imparare da, personalità straordinarie - salvo non lasciarsene mai sedurre, scorgendo e registrandone, anzi, con efferata puntualità, le più inattese idiosincrasie - e perchè aveva poco più di vent’anni, tutto era ancora possibile (c’erano anzi le migliori condizioni per renderlo facilmente possibile), aveva accanto le creature che più amava al mondo e l’insieme di questo era tutto ciò che voleva.
Era una voce che esibiva talvolta la spietatezza del nichilista professo, talaltra l’irriverenza di chi - non temendo la morte – sembra schernirla; più spesso però, assumeva l’impassibilità (e l’abrasività) della pietra. Lo sguardo di chi osservava da un luogo ove concetti come partecipazione emozionale erano ormai privi di senso. Eppure sembrava addolcirsi, palpitare di grazia, ogni volta che la memoria indugiava sulla giovane moglie, sul loro menage, sui pranzi saltati da lui - sostituiti con passeggiate al Luxembourg - per far mangiare lei, sui libri presi a prestito alla libreria di Sylvia Beach sentendosi molto fortunati a poter disporre, gratis, di tanta abbondanza, sui pomeriggi insieme alle corse ippiche e sulle cene al ristorante costoso - dove altrimenti non si osava entrare - quando girava bene con le scommesse. Su una complicità che era più forte di tutto, anche delle opportunità sociali, anche delle opinioni del mondo. Sulle vacanze al Voralberg, d’inverno, quando riuscivano a concedersele e lei "aveva il sole sul bel viso abbronzato dalla neve, una figura stupenda, i capelli d’oro rosso cresciuti per tutto l’inverno, incolti, magnifici," tanto da desiderare, vedendola "di esser morto prima di aver amato un’altra." Ogni istante con lei viveva in una memoria capace di farsi scrittura acuminata, asciugata fino alla secchezza, depurata di tutto, in cui sembrava non esserci spazio per travestimenti né indulgenza e dove però, ad ogni riga, poche asciutte parole puntualmente restituivano la nostalgia per una condizione felice e perduta, la tenerezza provata e mai riprovata, e un’inebriante impressione d’amore.
Perché quella che si dipana in Festa Mobile, quella offerta dalla voce interiore della memoria, è una delle più disarmanti e toccanti storie d’amore mai narrate, capace di crocifiggerti l’anima con la semplice, abrasiva forza d’una schiettezza senza pari. Storia d’amore per la più rimpianta delle compagne e storia d’amore tout court, per la Vita anzitutto, per la bellezza che sa offrire quando ancora la disillusione ha da venire, il presente è bellissimo e tutto, proprio tutto, é ancora possibile; dove il ricordo del gusto delle ostriche mangiate fresche col vino bianco, quello del pane imbevuto d’olio d’oliva e pepe a spazzare il fondo del piatto delle pommes à l’huile, quello di ogni drink ingollato e d’ogni cibo assaporato é tanto vivo e percepibile da farsi presenza; dove ogni figura del mondo è parte del quadro, e ciascuna – poivrottes stordite e dolenti come bevitrici in un quadro di Degas, camerieri orgogliosi dei loro baffi e del loro passato di cavalleggeri, portinaie felici perché il marito ciclista è arrivato terzo in una gara importante, venditrici di libri usati sul quai, carrettieri, caprai, carbonai, affittacamere, persino negromanti - restituisce al quadro la propria dote di verità e di poesia; dove la gente del popolo, la più povera, ha due modi per dimenticare la miseria, I più deboli affogandola nel bere e i più gagliardi scrollandola di dosso con l’esercizio fisico; dove scrittori falliti si riciclano in critici, artisti affermati corrono dietro alle proprie ossessioni, altri si pavoneggiano, altri ancora mostrano improvvise e catastrofiche fragilità; dove scommettitori, viveurs, uomini di mondo, pittori, poeti, mogli pazze di scrittori viziati, salotti letterari, bistrò, cafè, marciapiedi, soffitte, alberghi popolari, ippodromi, velodromi, compongono un affresco potente e ineffabile, dove l’ineffabile è nel Tutto ma pure, come solo la Divinità, in ogni più apparentemente marginale dettaglio.
Quella prima volta che lessi Festa Mobile, infatti, me ne sfuggì uno, di dettagli. Forse perchè le cose andavano, in un certo senso, ancora bene. Il libro m’era parso uno dei più belli che avessi mai letto, forse persino il più bello, ma dovevo averlo divorato con troppa ingordigia. Succede con ogni libro che ti piace, che poi quando lo rileggi t’accorgi di procedere con più attenzione, e noti cose che prima non avevi notato. Ma forse fu solo perché certe cose non potevano arrivarmi, ancora, col loro più esatto significato.
C’è sempre un momento più giusto per un libro, il suo momento giusto, e coincide con la coscienza di chi lo legge, nella sua crescita, nel suo aver fatto o non aver fatto certi giochi della verità con sé stessi.  Se il momento non è quello giusto, è più facile che certe righe, anche a leggerle, vengano rimosse. Pensai, così, che i toni stranamente amari del capitolo finale alludessero alla perdita inevitabile della giovinezza, alle fregature imposte da sempre più vincolanti patti sociali, a certe corruzioni interiori generate da ciò che chiamano maturità. E quando lessi dell’appuntamento dato alla giovane moglie a una certa stazione, che lui avrebbe dovuto raggiungere col primo treno appena rientrato a Parigi da fuori, credetti di leggere che "la ragazza che amavo allora era Parigi, così non presi il primo treno, nè il secondo, nè il terzo." Immaginai perciò questo ragazzo riempirsi gli occhi e l’anima di un’atmosfera che stava per abbandonarlo, di posti e luoghi e facce che doveva lasciare, consapevole che un momento della vita - il più felice - stava per finire, per trasformarsi in altro. Lo immaginai concedersi un momento di spleen, intimo e personale, prima di correre da lei e sentirsi dire che lo amava e che gli era mancato tanto (e lui, a quel punto, a dirle che anche lui la amava e non amava nessun’altra).
Ma non era quel che stava scritto. "La ragazza che amavo allora era a Parigi," questo era scritto. Questo era quel che avrei dovuto leggere. Il motivo che gli aveva fatto perdere il primo treno, e il secondo, e il terzo. Dio è nel dettaglio, appunto. Nel più piccolo dei particolari. Nella più breve delle preposizioni semplici. In una lettera, una sola lettera, davanti alla quale ero passato, distratto, senza accorgermi e senza capire.
Perchè non sono i tempi nè le atmosfere che cambiano: sono le persone, e quasi sempre in peggio. A volte poi, si può cambiare atrocemente in peggio senza rendersene conto. Come per gioco, addirittura, perchè "tutte le cose veramente malvage nascono da un atto innocente," così come molte cose atroci hanno inizio da un gesto che si crede il più innocuo dei gesti. "Una ragazza nubile che diventa la migliore amica di un’altra ragazza sposata, e poi, inconsapevolmente, innocentemente e inesorabilmente decide di sposarne il marito." E quando il marito non ha, o non ha più, la possibilità di essere un buon compagno per la moglie, ecco che la situazione - "finchè non ne conosci l’esito" - presenta dei vantaggi: "quando hai finito di lavorare il marito ha due belle ragazze a portata di mano. Una è nuova e sconosciuta, e se la fortuna non lo assiste finisce per amarle tutt’e due. Allora, invece di essere in due più il bambino, sono in tre." E tutto comincia allora ad andar male, prima un poco per volta, poi tutto in una volta. "Menti e ti detesti ed è questo che ti distrugge e ogni giorno si fa più pericoloso, ma vivi alla giornata come se fossi in guerra." E si può ancora star bene in due, allora, e talvolta illudersi per qualche attimo di aver ritrovato la magia smarrita, di essere "di nuovo invulnerabili," prima di non essere più soli, prima che "l’altra storia" ricominci, e la vita, quella vita, finisca.
Quel che il maestro Lorenzelli - capo partigiano, pubblico amministratore, insegnante elementare e idealista - non teneva presente dettando quelle righe, tanti anni prima, era che spesso le persone non sono all’altezza delle idealità migliori, e che neppure le migliori persone meritano, talvolta, quel futuro migliore che altri si sono incaricati di fornir loro, magari col sacrificio. Nè poteva sapere che il libro da cui aveva dettato quelle poche parole sarebbe stato capace di cambiar la vita ad almeno uno dei suoi tanti alunni, facendo desiderare di scriverne a propria volta, nella meravigliata, dolorosa scoperta che l’incanto della vita non è che un attimo bruttato da noi stessi, e dopo non rimanga che scriverne. Per quel che può servire.

© Lorenzo Marazaduri 2004.

*Lorenzo Marzaduri ha esordito nel 1989 per Transeuropa con il romanzo all’insegna del thriller Rito mortale cui hanno fatto seguito, sempre per l’etichetta di Ancona, Sergio Rotino contro Rommel e Benito Adolfo Castracani e la raccolta di racconti Clapton.
Suoi i testi di Buio (illustrazioni di Giuseppe Palumbo) e Hey Joe (illustrazioni di Onofrio Catacchio) usciti rispettivamente per Metrolibri e Granata press.
Nel 1997 torna al thriller con la trilogia di racconti Piccole tenebre (Baldini & Castoldi) per poi tuffarsi, con il giovane amico Brizzi, nella realizzazione del romanzo a mosaico L’altro nome del rock, dedicato a quanti si scaldano al fuoco autentico della musica-con-chitarre.