«Il Sole 24 Ore», 21 agosto 1994
PAROLE FUORI DAL GRUPPO

di Ermanno Paccagnini

A tutta prima, si ripensa a Lunario del paradiso e a Boccalone; ma è subito evidente che di quindici anni fa è rimasto nel diciannovenne Brizzi la sola lezione stilistica. Ci si trova addirittura agli antipodi o quasi. Perché la delicata «maestosa storia d’amore e di “rock parrocchiale”» (così il simpatico sottotitolo) del diciassettenne “vecchio Alex” e di Aidi, la compagna Adelaide del «bigio liceo Caimani», ripercorsa con una goliardica, sorridente, ironica e talvolta (auto)irridente epopea in una Bologna attraversata in bici e Vespa, gestisce l’“incomprensibile” metamorfosi in «skazzato tardo adolescente» dello studente modello Alex secondo moduli “del privato”, relegando la politica nella dichiarazione d’un anarchismo assolutamente soggettivo, da scorribande notturne con spray e campanelli da suonare. Con, da risolvere, il problema del “gruppo”, «merdosa» entità omologante, quale che sia: parrocchiale o scolastico o familiare. E come uscirne; per non divenirne succube. E qui compare la lezione di Jack Frusciante, il chitarrista dei Red Hot Chili Peppers che anziché seguire il modello Brian Jones o Cobain abbandona i compagni per l’anonimato proprio nel momento del clamoroso successo della band; cui fa da contraltare l’“uscita di scena” di Martino, l’amico diverso e così vicino che come quelli sceglie di scomparire attuando una volontà di morte. Una ipotesi di scelta del privato da gestire in proprio e senza clamori, quindi; al pari del modello Salinger, il cui “giovane Holden” funge in queste pagine da collante alla abbastanza ben impastata tradizione di Celati e dei De Carlo, Palandri e Tondelli degli esordi, intersecati dal Piccolo principe e da una multimedialità che vi veicola persino il Burgess di Arancia meccanica, oltre che immagini da testi di canzoni e spezzoni di film, riviste rock e fumetti, videoclip e associazioni di Leopardi e Vasco Rossi. Ed è questa diversa cultura che si insinua nei dettami e moduli stilistici derivati dalla precedente generazione: una cultura che cala la storia d’amore in un tenerissimo senso di castità, quasi senza baci e tra parole e loquaci silenzi; e che fa partire Aidi per gli Stati Uniti per motivi di studio (e non più come fuga o per droga a basso prezzo).
Una storia personale avvolta dal senso della fine e con l’intensità affettiva che solo la caducità e il senso della perdita sanno dare. Desocializzata: anche linguisticamente; scritta in linguaggio tardoadolescenziale con alto tasso di presenza orale sia nella guascona narrazione in terza persona che soprattutto nei brani «dall’archivio magnetico del signor Alex D.». Una scrittura che recupera (ma solo apparentemente mima, magari con struttura parlata della frase lasciata in sospeso o il grammaticalmente erroneo) lo slang dei diciannovenni: di falsa selvatichezza linguistico-sintattica che, al contrario manipola accuratamente e ricompone svariati materiali linguistici in un frasario fatto di testi di canzone (in italiano o inglese) e memorie scolastiche, battute da fumetto e linguaggi vari (televisivo, dei «parens», dei «profii»), in una creazione cromatica dosata persin nel segno del detrito e con un reale sottofondo di colonna sonora di musica punk (nostrana e no). Con abilità, furbizia, un po’ di comprensibile narcisismo; ma anche freschezza e immediatezza narrativa. Tra inevitabili pause, ma pure momenti ben gestiti (la serata da Martino; la sua morte; gli attimi con Aidi). Per Brizzi il diffìcile comincia ora: per come uscirne, da Jack Frusciante. Per divenire autore.