
«L’Espresso»
5 agosto 1994
Opere prime / il romanzo d’esordio
di un diciannovenne
SALINGER ALLA BOLOGNESE
Banchi di scuola e sesso. Rock
parrocchiale e corse pazze in auto. Birre e l’amore fra
Alex e Aidi. E’ “Jack
Frusciante esce dal gruppo”, scritto da Enrico Brizzi. Con
l’aiuto del Giovane Holden.
di Enrico Arosio
L’artista da cucciolo si cala un
Martini Dry ghiacciato con bello stile, in aperto stridore con le
scarpe da trekking e con il fatto che qui non siamo a Bodega Bay
ma a Porretta Terme. L’artista da cucciolo si trova su questo
blando Appennino perché si è isolato sui monti in
campeggio antagonistico-creativo insieme ad altri loschi figuri
incanagliti nello sforzo di doppiare il Capo Horn dei vent’anni.
Deve riposarsi da un’immane fatica. Quella di aver scritto
il suo primo romanzo. Che si chiama così: “Jack Frusciante
è uscito dal gruppo’’. Una storia d’amore
tra liceali, urbana, neoromantica, inkazzata con la kappa. Una storia
di “diciassettenni a orologeria” narrata con precoce
talento, che merita di essere letta. Esce in questi giorni pubblicata
da Transeuropa, la piccola casa editrice di Ancona animata da Massimo
Canalini che con Pier Vittorio Tondelli aveva avviato, e ora continua
senza di lui, una attenta esplorazione della narrativa italiana
under 25.
Con i suoi diciannove anni e rotti, Enrico Brizzi, bolognese, è
il più esordiente degli esordienti. Capello tra il cortino
e il cortastro, breve pizzetto sul mento, il Brizzi non è
alto, ma muscoloso e ben piantato su un paio di gambe lievemente
arcuate che danno alla sua complessione di karateka qualcosa di
aggressivo. L’artista da cucciolo, appunto, alla Dylan Thomas.
Giovane cane che sa mordere.
Enrico Brizzi parla a frasi brevi e staccate, e cerca la precisione.
Le frasi si allungheranno insieme al tragitto interno della birra
ad alta gradazione. Raccontano, a lampi e con uno humour da persona
più vecchia della sua età, la sua storia di “absolute
beginners”.
All’inizio c’era un centinaio di cartelle da lui stesso
definite «alla Blade Runner», in cui un cattivo ragazzo
si sbatteva a mo’ di bounty killer in una metropoli futuribile
pulsante di violenza. Ai compagni del liceo Galvani la storia piace,
e il papà del giovane Enrico, docente universitario di storia,
ha l’idea di inviarlo a quelli di Transeuropa. A Massimo Cavallini
il testo appare come un hamburger di fumetti giapponesi, Stefano
Benni e cinema di serie B, ma intuisce che dietro quel magma di
cultura video c’è una forza fresca. E vuole conoscere
il ragazzo.
Il giovane Enrico, diavolo d’un uomo, sta vivendo una storia
bella perché difficile con una Adelaide liceale e pari grado.
E sta registrando su Macintosh pagine matte e disperatissime su
quello che gli sta accadendo. Sarà, quello, il nucleo originario
di questa «maestosa storia d’amore e di rock parrocchiale»
tra “il vecchio Alex” e la intangibile Aidi, i protagonisti
del romanzo.
Ci vorranno un paio d’anni per fare il libro, l’editing
avviene di notte. Viste le prime quaranta pagine del ragazzo Brizzi,
il suo giovane editore gli ha dato da leggere, come a scuola, venti
libri di narrativa perlopiù contemporanea. «Mi hanno
cambiato la vita», confessa Brizzi ora. «Per me la letteratura
erano i fumetti di fantascienza, i videoclip, l’uso ininterrotto
del giradischi».
Tra quei tomi, ci sono i primi romanzi di Andrea De Carlo, “Treno
di panna” e “Uccelli da gabbia e da voliera”,
poi “Altri libertini” di Tondelli, “Boccalone”
di Enrico Palandri, ma anche i “49 racconti di Hemingway”…
E “Il giovane Holden”, ovvero “Catcher in the
rye” di J.D. Salinger. Che fulmina il giovane Enrico –
a quanti diciottenni è accaduto! – e diviene la chiave
emotiva e linguistica del suo romanzo in fieri, che di accenni salingeriani
trabocca, e sempre spiritosi: «Durante quegli anni da marpioni
sfessati, come direbbe il Caulfield».
Perché questo “instant karma”? Che cosa ha fulminato
Enrico Brizzi di Holden Caulfield? Il cucciolo ci pensa bene: “La
lucidità dello sguardo”. Cioè, grattando: lo
sforzo di osservare ciò che è la verità di
un momento, di una situazione, di un’emozione, la necessità
di evitare il più possibile il già detto, il già
sentito, consunto, abusato, l’immensa banalità della
vita.
Ed ecco perché questo libro – questa storia d’amore
bella e snervante, che non culmina in un coito ma in un bacio –
si chiama “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”.
Questo tal Frusciante esiste davvero, «se non se lo sono portato
via le pere», come graziosamente chiosa Brizzi. Era il chitarrista
dei Red Hot Chili Peppers, e se n’è andato mentre il
gruppo era all’apice della notorietà, senza spiegare
perché, per finire nel nulla, incomprensibilmente. Puro Salinger.
Della vita dei diciannovenni Enrico Brizzi ritiene si tratti di
una discreta merda. Il liceo Galvani, «un freezer».
I suoi coetanei, dei trogloditi della sessualità. L’unica
missione esistenziale sensata, la fuga dalla noia. La tentazione
perenne, l’autodistruzione. Il ragazzo cita il “Rizoma”
di Deleuze e Guattari, i mondiali di calcio tifando Brasile, lo
sport demenziale di lanciarsi in macchina a folle velocità
contro un muro, frenando all’ultimo istante, come fa qualche
audace di sua conoscenza.
La “fanzine” da lui realizzata con gli amici, a Bologna,
si chiama “River Phoenix”, omaggio all’attore
americano crepato giovanissimo di droghe varie. Per pubblicizzarla,
Enrico e i suoi amici hanno sprayato i muri di mezza città.
Una notte sono stati bloccati da una volante, pistole in pugno,
e denunciati. Ecco: quella notte Enrico Brizzi ha avuto paura.

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