
«Cuore»,
3 settembre 1994
C’è una sola cosa più
folle della storia d’amore raccontata da Enrico Brizzi: Enrico
Brizzi
JACK FRUSCIANTE, SEI CIRCONDATO
Diciannove anni, spericolato quanto basta, matto il giusto, esagerato
nella produzione letteraria, dalle fanzines alle tesine per gli
esami all’università. Ora, il romanzo e l’assedio
dei media assetati di sangue giovane, ansiosi di triturarlo nelle
rotative. Silvia Ballestra, scrittrice anche lei, lo ha incontrato
e prova a raccontarlo. Ma quello, maledetto, scappa, sfugge, parla
d’altro. Oh cazzo, vuoi vedere che i giovani non sono un’invenzione
di Maurizio Costanzo, che ci sono davvero, che pensano e tutto
il resto?
di Silvia Ballestra
Incontro Enrico Brizzi a Parigi dove, con “alsaziana”
regolarità, si reca ogni anno un paio di settimane d’agosto
assieme alla sua famiglia. È lo scrittore più giovane
(è nato nel 1974) e cyberpunk che abbia mai conosciuto. Anche
se possiede pochi bit di storie (quelle di una vita che fino a un
paio d’anni fa “entrava tutta dentro un Jollinvicta”)
gli strumenti per raccontarle sono in ordine e sapienti. La storia
d’amore di Jack Frusciante è uscito dal gruppo (Transeuropa
edizioni, 20.000 lire, 158 pagine) è scannerata fra viaggi-studio,
sbronze, problemi con i genitori, graffiti, camerette come in certe
pubblicità della Timberland, con tale trasporto che, difficilmente,
una volta cominciato il libro, si riesce a smettere prima di essere
arrivati in fondo.
Insomma, emozionati e partecipi e anche un po’ ghignando,
seguiamo Alex che, in sella alla sua bici su e giù per i
colli di Bologna o mano nella mano con Aidi (sì, in questo
libro ci si abbraccia soltanto), si lascia rapire da tormentoni
un po’ adolescenziali. Tipo Il piccolo principe (le parole
della volpe popolano i loro scambi epistolari), le favolette zen
lette un po’ a scrocco in Feltrinelli, Cummings, il solito
gabbiano J. Livingstone. Dunque, Aidi è Adelaide e Alex è
Enrico diciassettenne, figli di famiglie borghesi, due studenti
del liceo classico della città che “in due non fanno
nemmeno trentatré anni e mezzo”. Lei deve partire per
l’America dove resterà un anno e lui nel frattempo
matura la sua trasformazione da primino della classe a rocker ribelle,
fra tenerissime pene d’amore. Proprio così, Jack Frusciante
è una maestosa storia d’amore e rock parrocchiale,
un libro importante e coinvolgente. Uno di quegli esordi che da
soli basterebbero a fare la carriera di uno scrittore, se solo l’Italia
non fosse un paese dove gli esami ricominciano, perennemente, da
capo.
Enrico è già stato direttore (o caporedattore) di
tre testate. “A sette anni, la prima vacanza che ho passato
qui a Parigi, ricordo che scrissi un bel pezzo per L’ululato,
il giornale dei lupetti” mi dice. Poi Perle ai porci, giornalino
del liceo Galvani, e ora River Phoenix, pimpante fanzine videosemiologica.
La prima cosa che gli chiedo è che ne pensa di come i media
hanno accolto il suo libro. Gli ho portato dei ritagli dall’Italia
e lui li scorre, apparentemente calmo.
“Non avevo attese particolari, non ci avevo ancor pensato
ma, nonostante noi con River Phoenix interviste ne avessimo fatte,
magari riportando perfino troppo tutto il parlato, vedere scritte
certe cose su di me e sul mio libro mi lascia un po’ spaesato.
E questo nonostante le cose che ho studiato quest’anno: ho
dato quattro esami, fra cui semiotica con Eco: portavo una tesina
dal titolo Gli 883 o la sanzione assente”. Non si vuole sbilanciare,
il nostro Brizzi. “Capisci? È come sbarcare su un paese
che non si conosce. Potrebbe succedere quasiasi cosa.” Vale
a dire? “Be’, alcuni di quelli che mi hanno intervistato
erano proprio simpatici, è stato divertente. In alcuni casi
però mi è sembrato che avrebbero potuto farmi le stesse
domande se invece di scrivere un libro avessi inciso un disco. Domande
sui giovani. Perché giovane.”.
E qui Brizzi si ferma. Ordina un Cuba Libre ghignando perché
dalla lista risulta a base di rum agricole. “Ci saranno dei
pezzi di terriccio, dentro?” chiede, poi mi racconta di una
birra che ha scoperto qui a Parigi e che si chiama Delirium tremens.
Sull’etichetta c’è un elefante rosa che balla.
Così la conversazione. deraglia su decine di aneddoti che
Enrico tiene di riserva e spara sugli amici suoi – tutto un
mondo popolato di gente come il Vecchio, diverso dall’Anziano,
il Postmoderno, il Malato, e lui, Elwood (ma forse ha anche un altro
nome, non saprebbe dire), e siccome tutta la storia è molto
più che autobiografica, gli chiedo come l’hanno presa
le persone che lo circondano. “Nonna Pina ha aperto il libro
e la prima cosa che ha visto è stata qualche parolaccia.
Ha detto che certe cose non le capiva. Poi è arrivata al
pezzo in cui parlo di lei ed è scoppiata a piangere. Mio
fratello, quel giovane teppista da stadio, l’ha apprezzato.
Anche la sorella di Aidi si è commossa, un po’ meno
il nuovo fidanzato di Aidi”.
E lei? “Appena ho preso il libro ad Ancona, in Transeuropa,
sono andato da lei e gliel’ho portato. Poi ho dovuto fregarle
della miscela dalla Vespa perché ero rimasto senza: ho inalato
litri di miscela. Lei ha telefonato dieci giorni dopo, abbastanza
scarsa. Mi diceva ‘Bello, veramente bello’, si capiva
che voleva dire ‘Potremmo vederci, qualche volta’ e
non lo diceva. Allora l’ho detto io, tipo in giapponese”.
Sei stato molto male per questa storia?
“Da cani. Soprattutto quando lei mi telefonava alle cinque
del mattino dall’America. Non per fare sensazioni forti a
basso prezzo, però sono le uniche storie che mi piacciono”.
Insomma, il melodramma, l’amour fou. “Sì, inseguirsi
su e giù per l’Italia, telefonarsi, incontrarsi per
caso”.
Ma forse Aidi e Enrico si sono allontanati un po’ troppo adesso.
“Lei fa ancora De Gregori con la chitarra... Con questi pigiami
gialli”, mentre lui sta scrivendo un racconto che s’intitola
Ragazzi in pena per le droghe che non riescono ad avere e mi dipinge
una Bologna figlia di borghesi (nomi noti, economisti, professori
universitari, ex ministri) che assomiglia alla Los Angeles fighetta
e disperata di Ellis. E di quegli impeti di tenerezza verso Aidi,
con lui che si dispiace per un piccolo incidente capitatole in vespa
un anno prima, e poi per non farla sentire sola nel Grande Volo
verso l’America le regala il plaid con la giraffa arancione
in cui i suoi l’avevano avvolto appena nato, cosa rimane?
“Il plaid gliel’ho prestato solo per quell’anno,
ma sarei stato contento se l’avesse tenuto, l’ho affidato
a una persona a cui in quel momento tenevo molto. Certo mi trovo
un po’ a disagio, ora, Alex è un’altra persona,
altra storia, diciassett’anni: quest’età così
bella e così difficile, come dice Pupo. Ero al liceo e ora
sono all’Università, anche una certa atmosfera con
i miei amici si è come spezzata. Era come una famiglia, mentre
ora devo aprirmi molto di più. Anche riguardo al libro, non
sai bene quel che gli amici dicono per farti piacere e quello che
pensano davvero”.
Insomma, Enrico è cambiato ancora: da primo della classe
a rocker skazzato, a enfant prodige che se ne andrà in giro
per televisioni. Il suo nome verrà estratto dal cilindro
quando si parlerà di giovani nei media. Niente paura: Enrico
possiede il Kit del Piccolo Comunicatore reclamizzato su River Phoenix
e in più è una specie di karateka d’acciaio...
“Per lo studio faccio così, ho lo studio atomico, non
faccio un cazzo fino all’ultimo momento, poi mi chiudo in
casa e arrivo al punto dell’esaurimento nervoso. Sono molto
resistente a tutto”. Non si capirebbe altrimenti dove trova
il tempo per fanzine, narrazioni, esami e serate alcoliche. “Di
tremila cose che disapprovo di mio padre, devo essergli grato per
questo insegnamento nicciano. Lui dice ‘Se vuoi muovere questo
muro ci riesci. Se lo vuoi veramente”’ Deve essere grato
a suo padre, Enrico, anche per gli esercizi che gli faceva fare
sin da piccolo: “Esercizi di stile, proprio partendo dagli
Esercizi di stile di Queneau. In terza o quarta elementare scrivevo
versioni di piccole storie, magari capitate in famiglia”.
E per la biblioteca, visto che a tredici anni aveva già letto
dei gran Hemingway e London. E poi un paio d’anni fa, l’incontro
con Massimo Canalini di Transeuropa e la scoperta di altri libri
importanti: De Carlo, Tondelli, Piersanti. E Del Giudice, che ha
appena letto a Parigi. “Un po’ freddo, ma scrive benissimo.
Si sente che ogni parola è pesata e pensata. Ancora più
che in De Carlo!” E ha letto da poco Arbasino, entusiasmante
per chiunque si avvicini alla scrittura, e Gadda: “La cognizione
del dolore, mi piace come cesella la frase”. Per non parlare
di Salinger, ma questo lasciamolo scoprire a chi leggerà
il libro. Storie d’amore? “Il vero trash di quest’esperienza,
anzi il vero trip, è che ho fatto la figura del geppetto
totale, la mia mi sembrava una cosa inedita. Mi si potrebbe dire:
chi è che non ha vissuto una storia così? Beh, io
non l’avevo mai vissuta e non l’avevo mai letta. Avevo
letto London, in genere degli autori morti alcolizzati”.
Certo è che anche Enrico avrebbe potuto essere un Under 25
di Tondelli, per come ha seguito determinate indicazioni su cosa
e come raccontare: molto parlato, molta vita, molta autenticità.
Non a caso il libro è dedicato a Tondelli e Pazienza, due
fuorisede che hanno raccontato Bologna criticamente: con Brizzi
è forse la prima volta che la critica arriva dall’interno,
da un antico petroniano, da un vero bolognese nato dentro le mura.
“Hai visto l’indagine sugli spinelli nelle scuole? Con
il preside del Galvani che dice ‘Nella nostra scuola non fuma
nessuno’, mentre c’era gente in acido nei bagni?”
Non tutti i coetanei che lo circondano la pensano come lui, però.
“Molti miei amici hanno votato An perché convinti,
altri Forza Italia per accelerare la rivoluzione comunista, io scheda
bianca perché lucido. I veri punk parrocchiali Rifondazione”.
I punk parrocchiali? “Certo. Siamo otto, fissi. Di quelli
che guardano le partite della Nigeria a torso nudo coi tatuaggi
fatti col pennarello indelebile che non vanno più via. Venti
giorni a raschiarci col crine, dopo.”
Lui si rituffa negli aneddoti, nel trash di un settimanale che ha
trovato qui a Parigi e che lo sta facendo impazzire: “Ci sono
notizie troppo situazioniste: bambini con la lingua pelosa, nomi
e indirizzi di donne milanesi che mangiano gli spaghetti col naso
perché sprovviste della bocca, e anche un combattimento,
breve, ma documentato fotograficamente!, fra Cristo e Satana nei
cieli della Nuova Caledonia”.
|