
Il
Resto del Carlino, 2 settembre 1995.
UN PUNK AL CAMPIELLO: “PER
FORTUNA HO VISTO BARESI
Diaro semiserio di Enrico Brizzi, l’esordiente bolognese
arrivato secondo al premio veneziano.
E’ di gran sollievo organizzare feste,
e ancora più parteciparvi senza doversi preoccupare di nulla.
Capita che ti invitino da qualche parte e la tua presenza sola sia visibilmente
gradita, capita che i padroni di casa siano carini e cerchino di metterti a
tuo agio, e via così.
E’ capitato anche (non me lo sarei aspettato) al premio Campiello, una
delle feste dei libri che ravvivano il malarico gotha editorial-imprenditorial-letterario.
I miei colleghi erano quattro: né simili né amici tra loro: Paolo
Barbaro, veneziano e ingegnere e pieno di ottimi sentimenti; il Daniele Del
Giudice, silenzioso e aereo come le sue pagine, solo un po’ meno sportivo
di quello che ci si aspetterebbe da un quarantenne più anglosassone
che latino; Virgilio Scapin, pieno di scarti laterali e terragni come una macchietta
alla Sordi; e infine Maurizio Maggiani, quello che avrebbe vinto e faceva finta
di non saperlo.
Magari non lo sapeva, ma insomma non va mica tanto bene fare gli anarchici
scamiciati che vanno ai premi solo per polemica e poi, vincendo, restano senza
parole, in grado solo di miagolare grazie grazie, troppo buoni, Venezia è la
città più bella del mondo, i piccioni, le gondole, evviva la
trentatreesima edizione del Campiello, evviva gli industriali veneti.
Vincitore e vinti, ci si era sottoposti in mattinata a una conferenza stampa
molto glamour (ha notato lo scrittore Andrea Carraro che c’erano più telefonini
che uomini) nel corso della quale il vostro affezionato, così ventenne
e così punk & sexy nella sua giacchetta di seconda mano, era stato
coccolato dai fotografi, lodato dagli astanti e imbrodato dai suoi stessi sensi
di colpa per essersi gettato in pasto al pubblico in cambio di una doppia per
tre notti al Dan ieli, inclusi tutti gli extra e il servizio taxi in motoscafo.
La sera prima, cena esclusivissima alla fondazione Guggenheim, memorabile per
i Pollock, i Magritte e i Dalì lasciati in giro come nelle case normali
la foto di nonno o la pitturina di San Giuseppe col rametto di ulivo. Meno
memorabile il dolce alla crema di limone. Ancora meno la godibilità della
conversazione, fondata su catene di luoghi comuni (a sfondo regionale, alimentare,
sulle donne, i motori e tutti gli altri grandi temi che permeano lo zeitgeist
contemporaneo).
Presente, tra gli altri illustrissimi, Alberto Sordi. E allora? Oramai Scapin
lo incarnava talmente bene, specie nei momenti in cui interpretava l’italiano
medio colto da imbarazzo, da non sollevare più alcuna impressione.
Di Un americano a Roma e de I Vitelloni, oramai, ricorderò solo la faccia
pavida di Scapin.
Congruamente svaligiato il frigobar, nella miglior tradizione del giovane sciocco
a cui permettono (quasi) tutto, ci si è presentati alla serata di gala,
provati ma felici ma.
Al cocktail, tutti ricchi, felici e pressoché ignari di lettere, ma
il premio è promosso dagli industriali del Veneto, che non hanno mai
insidiato veramente da vicino l’Accademia della Crusca, e quindi.
Serata televisiva presentata dalla formosa Mara Venier e dall’ancora
più formoso Vincenzo Mollica.
Per la cronaca non mancavano il sindaco di Sarajevo, i gondolieri, Aquaman,
i ministri del regno, le maschere regionali; i fantini del palio di Siena;
i piatti del buon ricordo, Ernest Hemingway e il motociclista nipponico Tofuso
Lamoto.
Sono arrivato secondo.
Sono stato a cena all’Harry’s bar.
Uscendo dall’albergo ho incrociato Franco Baresi.
Finalmente qualcosa da raccontare agli amici.
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