«Famiglia Cristiana», numero 43, 2 novembre 1994
STORIA DI UN RAGAZZO NORMALE

di Piero Negri

«In America i romanzi li scrivono i sociologi. Da noi, grazie al cielo i narratori sono ancora soprattutto scrittori. E dunque anch’io ho il diritto di occuparmi del testo. E non del contesto». Studia con Umberto Eco. L’autore del Nome della rosa, tra l’altro, all’esame di semiotica l’ha premiato con un glorioso trenta e lode. Ha scritto un bel romanzo d’esordio. Il suo libro (il testo) per freschezza e maturità di linguaggio merita un’attenta lettura. Da cronisti, però, dobbiamo occuparci del contesto, cioè della storia dell’autore, dei temi del romanzo, di come e perché questo libro aiuta a scardinare alcune false certezze sul mondo dei giovani.
Enrico Brizzi ci scuserà. Lui, l’autore, è nato a Bologna il 20 novembre 1974. Ha dunque ventanni. Jack Frusciante è uscito dal gruppo, il romanzo che ne segna il debutto, è stato scritto nel corso dell’ultimo anno di liceo. È una storia d’amore i cui protagonisti («In due non fanno nemmeno trentatré anni e mezzo») e il cui tono sono di tale purezza da sembrare, nell’era delle ninfette di Non è la Rai, una intelligente provocazione. La storia vera, naturalmente, è molto diversa. Più semplice, ma anche molto più complessa.
«Non ho cominciato presto a scrivere», racconta Brizzi, «ho iniziato molto presto a leggere. I miei genitori mi hanno avvicinato alla letteratura con intelligenza, senza trasformarla in un peso. Ho esordito come caporedattore del giornalino dei Lupetti». Papà è docente di storia moderna all’Università di Sassari. Mamma è ìnsegnante.
Per pubblicare Jack Frusciante… Enrico ha fatto tutto da solo. «Il primo romanzo che ho scritto», racconta «appena concluso l’ho mostrato a mio padre. Attendevo un commento, qualche critica: niente. Un giorno ho visto il manoscritto in camera sua, pieno di correzioni. Questo, invece, l’ha visto stampato. Delle quattro o cinque case editrici alle quali avevo spedito quel primo romanzo, tuttora inedito, soltanto una, la Transeuropa/Lavoro editoriale di Ancona, mi ha chiamato. Negli anni passati avevano pubblicato le antologie di narrativa giovanile curate da Pier Vittorio Tondelli (lo scrittore morto a trentasei anni nel 1991). Mi hanno accolto, infatti, ricordandomi una sua frase: “Scrivete della vostra normalità”. Così abbiamo scelto di dare la precedenza a un altro racconto, nato nel frattempo come sfogo per la fine di una storia d’amore.
«Tutto è accaduto nella primavera; in estate Aidi, la protagonista femminile, è partita per l’America, subito dopo ho cominciato a scrivere il romanzo. Lo spunto è autobiografico: sono veri i personaggi, veri i luoghi, realmente accaduti, più o meno, gli eventi. È stato un caso, abbastanza imprevisto: fino ad allora non avevo mai guardato così bene dentro di me. Certamente, non è stato facile: ho impiegato cinque mesi per la prima stesura e poi l’ho riscritto da capo altre due volte. Sentivo una necessità quasi fisica di raccontare questa storia, ho tenuto duro, e alla fine del lavoro mi sono sentito davvero sollevato».
In breve, Jack Frusciante è uscito dal gruppo racconta l’amore che sboccia tra due liceali. Lui, Alex, è un ex studente modello appassionato di musica rock. Lei, Adelaide detta Aidi. è una ragazza di buona famiglia che vive in collina. Lei, che intanto si prepara a trascorrere un anno di studio negli Stati Uniti, gli dice: «Non me la sento di metterci insieme, ma per certe cose siamo ben oltre lo stare insieme». Lui, più avanti, riflette sulla «magia di essere insieme, e il fascino di non capire esattamente che cosa volessero l’uno dall’altro, perché soltanto dandosi la mano – uh – avevano già tutto».

«Diciott’anni si hanno una volta sola»

C’è, nel romanzo, un fresco stupore nella scoperta dei sentimenti, tutta la purezza di stati d’animo nuovi e misteriosi. Come diceva il protagonista di uno di quei film adolescenziali americani, ‘diciott’anni si hanno una sola volta nella vita’. «Quando il libro è uscito dalla tipografia», racconta Brizzi, «sono andato in Vespa ad Ancona, alla casa editrice, per prendere le prime copie. La prima in assoluto è stata per la vera Aidi: mi ha detto che si è riconosciuta nel personaggio. Quando lei è tornata dall’America la nostra storia è ricominciata, ma è durata soltanto dieci giorni, ormai eravamo troppo diversi. Questa parte della vicenda mi lascia perplesso, non so che morale trarne: forse è qualcosa che ha a che fare con le aspettative tradite».
Enrico ora è iscritto al secondo anno del nuovo corso di laurea in scienze della comunicazione, diretto da Umberto Eco. Continua a scrivere, naturalmente, ad ascoltare musica e a frequentare gli amici del quartiere Saragozza. Da qualche
mese, poi, è tornato negli scout: ora fa il capo del gruppo dei Lupetti, il suo nome è Fratel Bigio. «Sono negli scout», spiega, «dall’età di sette anni. È qualcosa che ormai fa parte di me, che mi dà tuttora sensazioni molto forti: dedicare il proprio tempo agli altri mi sembra davvero un’attività dalla carica rivoluzionaria».
Detto questo, però, Enrico puntualizza: «Il mio sogno è non avere etichette. Faccio l’università, sono uno scout: a prima vista sono il prototipo del bravo ragazzo. Invece, per certi altri aspetti, quel luogo comune non mi rappresenta. È come per la definizione di ‘rock parrocchiale’ contenuta nel libro: niente di profondo, però è vero che per un certo periodo a Bologna si è suonato il rock nelle sale delle parrocchie.
«Non è una nuova tribù, una nuova definizione, né, tanto meno, un’ideologia: nella mia scuola c’era chi andava in discoteca e chi preferiva il rock, così come c’era chi giocava a tennis e chi a calcio, chi si dimenticava degli amici del quartiere e chi no. Ma io mi riconosco nei personaggi alla Jack Frusciante, quello del titolo del libro: faceva parte del gruppo rock americano dei “Red hot chili peppers” e quando, dopo anni di gavetta, è arrivato il successo, ha preferito andarsene» -
Tra gli autori preferiti, Brizzi cita “gli americani”. E poi Pier Vittorio Tondelli, Andrea De Carlo, Antonio Del Giudice, ma anche i fumettari Hugo Pratt e Andrea Pazienza. A Pazienza e Tondelli, entrambi morti giovani, ha dedicato il libro. Alle elezioni ha deposto nell’urna una sconsolata scheda bianca ma non gli mancano idee, ideali: «Una soprattutto», spiega: «aprire finestre su punti di vista diversi, fare, se è il caso, come Jack Frusciante. Che forse, all’improvviso, ha scoperto che alla musica preferiva il silenzio».