«L’Unità», 13 novembre 1994
IL CASO FRUSCIANTE JACK

di Roberto Giallo

Enrico Brizzi si avvia con burbanzosa noncuranza verso i vent’anni. Il suo romanzo, Jack Frusciante è uscito dal gruppo (Transeuropa) l’ha proiettato in un bizzarro cyberspazio di interviste, inchiestine sui giovani, sociologia da newsmagazine. Qualcuno, per fortuna, si è accorto anche che si tratta di un bel libro, “una maestosa storia d’amore e rock parrocchiale”, come dice il sottotitolo, che ha tutti i crismi del buon romanzo di formazione e addirittura l’allure del piccolo classico. Transeuropa, piccola casa editrice di Ancona, è la stessa delle antologie under 25 curate da Pier Vittorio Tondelli, dei romanzi di Silvia Ballestra e ora fa centro pieno con questo Brizzi.
Che sarebbe poi “il vecchio Alex” che cavalca in mezzo a una Bologna “tardoadolescenziale” fatta di biciclette, amori perdutamente “in bianco”, gruppi rock e mode giovanili, linguaggi intrecciati tra il gergo liceale, l’inglese delle copertine dei dischi e i “fondamentali della letteratura” divorati con passione. Un bel congegno, insomma. Lui, Enrico, osserva divertito, parla volentieri del libro e di tutto quello che gli si è creato intorno, sempre con occhio sarcastico e magari qualche ingenuità. Pone una sola condizione “da star”: sceglie lui la musica (un live giapponese della Mano Negra), che è comunque un elemento sempre presente. Il rock entra ed esce dalle pagine di Jack Frusciante ed è chiaro che non sarà facile tenerlo fuori dall’intervista.
E così, giovane Brizzi, ecco che il tuo libro rischia di diventare una specie di manualetto sui giovani ad uso dei mass-media.
Sì, ma poi mi sa che in certe cose di fatto è sempre così. Guarda i Nirvana, e scusa il paragone eh, il valore dell’opera viene oscurato rispetto a quello che poi succede intorno, il costume e tutto il resto.
Forse il paragone con il rock è un po’ troppo diretto.
Sì, però devo dire che il libro si prestava a diventare “costume”. Me ne rendo conto da come tante cose sono state fraintese, o come si è fatto proprio finta di non capire. Insomma, il preside del Galvani che mi viene a fare i complimenti e nel libro è definito “rotaryano di merda”. Non è bizzarro? Ognuno ci vede quello che vuole.
Per esempio?
Come sia stato sbandierato che nella storia non si fa sesso, una lettura come: ecco che la verginità torna ad essere un valore, e cose così.
A parte il fatto che, sì, è vero, il vecchio Alex non combina con l’amata Adelaide, ma ci pensa spesso, praticamente sempre.
Infatti. Ma adesso voglio fare un bootleg, tipo aggiungere due capitoli dove c’è molto sesso. Si guzza, insomma, per dirla alla bolognese. Così ognuno potrà scegliere la versione che preferisce. Se è il caso me lo stampo io, proprio un bootleg… Un’altra cosa che mi fa impazzire è quando chiedono della fine dei valori, oppure “il successo ha cambiato la tua vita”, roba da matti.
E allora?
Guarda, non è una cosa da cui si può uscire… Quando l’arte si mescola con i librai che vendono i libri… I gruppi rock dicono: noi suoneremo sempre come se fossimo ancora una band da garage. Ecco. Poi magari firmi per la Sony, va bene. Ma se vai a cena tutte le sere con i funzionari della Sony, non credo che la tua arte migliori.
Pure nel libro i riferimenti sono tantissimi. Jack Frusciante e i Red Hot Chili Peppers, e più o meno tutti i gruppi dell’ultima ora, e le fanzines, e i programmi-cult e i modi di dire. Non c’è un po’ di dandysmo sottoculturale?
Mah, non credo. Io credo che quella storia lì abbia qualcosa di universale, scusa il parolone, voglio dire che poteva anche svolgersi negli anni Cinquanta, o quando vuoi tu. Ma insomma, io l’ho scritta quando avevo 17-18 anni. Ci ho messo quello che sentivo, quello che girava intorno, i gruppi che mi piacevano, i modi di dire tipicamente liceali.
Tutte cose che hanno fatto scalpore come se di colpo si scoprissero i giovani, almeno quei giovani che non appartengono all’universo televisivo…
Ma guarda che è vero che uno può stupirsi e cadere dalle nuvole. Scoprire che tuo figlio ha una vita intellettuale indipendente, che a pochi metri dal salotto, nella sua camera, c’è un mondo parallelo fatto di precisi riferimenti culturali, di manie, di gruppi che suonano, di cose che si leggono. Porca miseria: per certi genitori deve essere come scoprire che il figlio si droga da dieci anni. Mi chiamano e mi dicono: scrivi un po’, che dicono i giovani, che fanno i giovani. Mah, non lo so, i giovani si faranno le seghe, io per me ne conosco duecento, ma ce ne sono venti milioni, come faccio a saperlo?
E così poi del libro si parla sempre poco. Non ti secca?
Sì, no, non lo so. Che devo dire. Una cosa che mi farebbe piacere è che uno lo legge, lo chiude e va a comprarne un altro. Di uno scrittore contemporaneo, roba nuova, scritta oggi. Tondelli, per esempio, va letto tutto, anche quello che ha sritto per i giornali. Altri italiani: la Ballestra, i primi di De Carlo, Del Giudice. Basta con Siddharta. E poi, guarda, io credo davvero che quando un’opera esce appartiene a tutti, magari in certi casi appartiene anche ai deficienti che fanno le inchieste di costume sui giovani.
Pure, le accuse alla letteratura “giovane” sono molte. L’ultima polemica dice di una lingua di plastica, troppa tivù, troppi gerghi…
Ma è il mondo che è di plastica! Che vogliamo fare? La lingua deve rendere il mondo di cui parla. Perché la televisione c’è. Uno può anche far finta di no, ma c’è. E allora?
Forse il contemporaneo non fa fine, che dici?
Ma direi che il contemporaneo è osteggiato, le cose nuove si guardano con sospetto. Forse non si capisce ancora che certe barriere sono esplose. Cultura alta, cultura bassa, le divisioni crollano. Il cadere di certe barriere ideologiche ha fatto in modo, per esempio, che un paio di drop-out del college fondassero la Microsoft, che poi va a dar fastidio all’Ibm e il momento dopo si trasforma nella nuova Ibm… È grande la confusione… Bisogna fare come il Claypool, non c’è altra scelta.
Les Claypool, dici, il bassista dei Primus? (una rock band americana underground e intellettuale, ndr).
Sì. Lui va a casa, apre una birra, accende la tivù. E allora? Magari passa Ambra, o una cazzata così, e allora? Lui è Les Claypool, grande bassista, scrive grandi testi. C’è Ambra? E va bene, mettiamoci Ambra. C’è anche la birra, benissimo. Ma lui non è che smetterà di essere Les Claypool per questo.
Giovane Brizzi, ora che sei una specie di piccola rockstar con il suo romanzo cult sotto il braccio, che farai?
Sì, la cosa che dicono tutti è: ora staranno tutti con il fucile puntato, ma a me questo non è che interessa tanto, chissenefrega. Al peggio spareranno, tanto sono solo fucili a turacciolo. Mi preoccupano molto invece tutte le cose cucite intorno, le teorie, le sovrastrutture costruite su quello che ho scritto. E comunque, io ho sempre amato le band al primo disco… Dopo, boh, che devo dirti?