
«Tuttolibri»
Supplemento «La Stampa», 10 settembre 1994
BRIZZI-SLANG A BOLOGNA
di Angelo Guglielmi
C’è più di un motivo per
cui io mi occupi di questo romanzo di Enrico Brizzi, Jack Frusciante
è uscito dal gruppo. Un motivo per così dire sentimental-privato:
anch’io, come il protagonista del romanzo, ho fatto il liceo
a Bologna e per anni, come lui, ho percorso le stesse strade e luoghi
e piazze, in cui lui si trascina da mattina a sera – lui in
bicicletta, io a piedi. Il secondo motivo è che lui, l’autore,
ha solo diciannove anni e io sento il dovere di dedicare un occhio
attento e non prevenuto a ciò che fanno i giovanissimi (o
forse a ciò che sono rispetto a quelli che li hanno immediatamente
preceduti o rispetto all’idea che convenzionalmente abbiamo
di loro). Il terzo motivo è che è un romanzo e allora
è pane per i miei denti: sono curioso di entrare in contatto
con la lingua in cui è scritto, di scoprire quanta conoscenza
del mondo vi è rinchiusa, di fare previsioni sul futuro dell’autore.
Se questi sono i motivi prendiamoli in esame uno per uno. Sul primo
invero non ho nulla da raccontare se non che mi ha fatto piacere
ripercorrere nella memoria (ma il piacere è tutto mio) via
Saragozza, piazza del Collegio di Spagna, via Rizzoli, piazza Minghetti
(davanti alla Posta), la libreria Feltrinelli che allora non c’era,
via D’Azeglio, san Mammolo, via Codivilla (ma non è
la salita dell’Osservanza?), le colline Roncrio dove tutti
i giorni io con altri amici andavamo a trovare una nostra cara amica
con la quale ogni occasione era buona per recitare Aprile è
il più crudele dei mesi, ecc., e il Liceo Caimani (penso
il Liceo Galvani – io andavo al Minghetti). Ma basta: anzi
scusate la debolezza (mia).
Sul secondo motivo qualcosa da dire ce l’ho. Come sono i giovani
d’oggi? Almeno quelli appartenenti alla media borghesia? Vediamo.
il protagonista (e anche l’autore) del romanzo fa la seconda
liceo: fin lì è stato uno studente modello –
tutto attenzione e libri; ora – improvvisamente – gli
cresce dentro una grande insofferenza: per la scuola e quel senso
soffocante di obbligo che l’accompagna; per i professori che
nascondono la loro insipienza dietro la severità –
«almeno sapessero fare una buona lezione!»; per i compagni
e le compagne immiseriti in prospettive mediocri – un matrimonio
ricco, un lavoro qualunque purché di prestigio, un figlio,
qualche trasgressione e per farsi perdonare il gelato alla moglie;
per lui stesso che quel futuro proprio non lo vuole avere. Da questo
momento non più libri (solo qualche romanzo: Tondelli ma,
ahimé, anche De Carlo), molto cinema, dischi rock (a strafottere),
il sabato in discoteca dove si beve pur non avendone voglia e la
domenica è il giorno più brutto con la nausea del
tanto sbevazzare della notte prima. Gli amici, solo quelli che ti
assomigliano, con i quali parlare e sparlare di compagne di classe
– «quanto sono fighe!» – cedendo all’iperbole
come chi non ha esperienza.
Su questo sfondo di vita uguale a quella di tanti altri un amore
tenero e violento con Adelaide (una ragazza della sua età)
ma senza baci e senza sesso. Lei: «Non me la sento di metterci
insieme..., ma per certi versi siamo ben oltre lo stare insieme».
Lui: «Sono disposto.. a cercare solo quel che mi fa essere
felice, che mi fa star bene..., che mi fa sentire vivo sul serio?
Sì, sono disposto... E poi non voglio cadere nell’errore
banalissimo di negare l’esistenza o addirittura l’importanza
fondamentale dei sentimenti, errore che porta in squallide riconversioni
in tarda età...». Così i due vivono per quattro
mesi sempre insieme, la mano nella mano, scambiandosi pensieri,
propositi, anima, sospiri.
Che dire di giovani (di questo tipo – che molto probabilmente
sono i giovani di oggi)? Se queste sono le coordinate intellettuali
o psicologiche in cui si muovono, se sono così precocemente
saggi e privi della «scompostezza» che caratterizzava
le generazioni immediatamente precedenti, allora: se non sono molto
intelligenti, cresceranno come piccoli borghesi a caccia di benessere
in qualunque modo conquistato e voteranno Berlusconi; se sono intelligenti
e sensibili, come il nostro protagonista, eviteranno una vita qualunque
e correranno il rischio dell’infelicità; se sono molto
intelligenti, o comunque terribilmente inquieti, sentiranno ben
presto la minaccia di un futuro insopportabile e, alla prima seria
difficoltà, archivieranno anzitempo il loro fallimento, anche
togliendosi la vita (come capita a Martino, l’amico più
caro del protagonista).
Per quanto riguarda il terzo motivo: che romanzo è questo
Jack Frusciante è uscito dal gruppo, quale la sua natura,
la sua qualità, la sua lingua? Certo non è Il giovane
Holden: qui è un’aggraziata testimonianza di una situazione
giovanile, lì è l’invenzione di una nuova temperie
intellettuale e culturale. Ma certo è vivace, leggibile e,
se volete, straordinario in un ragazzo di diciannove anni. Anche
se a diciannove anni o si scrive Le bateau ivre o è troppo
poco scrivere bene e aggraziato. Meglio a quell’età
scrivere male. La lingua e divertente, ma più che una lingua
è uno slang, costruito con parole tratte dai refrain delle
canzoni, dalle colonne sonore dei film, dal laboratorio goliardico
delle esclamazioni e dei modi di dire (le compagne di scuola sono
puttansuore, i professori profii, e poi nanosecondo, roito, ravanabile,
ecc. ecc.). Dunque ha i limiti di uno slang che vive per una sola
stagione, il tempo che a quello se ne sostituisca un altro.
Comunque ce ne fossero di romanzi così freschi e piacevoli:
anche se più che da un giovane, che è naturale che
scriva così, un libro del genere vorremmo che uscisse dalla
penna di uno scrittore maturo. Allora forse sì che potrebbe
essere un (benefico) avvenimento.

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