«Il Venerdì di Repubblica», 7 ottobre 1994
Il debutto più sorprendente dell’anno. Uno studente di Bologna racconta: gli amici, la musica e un grande amore. Con un grande addio all’orizzonte
I DOLORI DEL GIOVANE ENRICO

di Aurelio Magistà

Bologna. Uno scrittore di diciannove anni è come un bimbo che suona il pianoforte da mozzare il fiato. Un piccolo Mozart dinanzi al quale è inevitabile chiedersi: sarà ancora così bravo, quando sarà grande. o sarà già stramazzato sotto il peso della sua bravura?
La stessa domanda viene naturale leggendo Jack Frusciante è uscito dal gruppo, di Enrico Brizzi (edizioni Transeuropa), un libro forte e pieno di vita, rara avis in un paese dove i romanzi sono fiori secchi: magari belli, di sicuro morti. Spudoratamente autobiografico. Brizzi ci racconta i dolori del “vecchio Alex”. diciassette anni e consueti riti di passaggio: un grande amore con un grande addio all’orizzonte, conflitti di famiglia, ribellioni scolastiche... Fotografie già viste di una generazione? Forse. Ma ciò che conta, naturalmente, è l’inquadratura. Brizzi ha uno stile molto definito, fatto di parlato, espressioni gergali e luoghi comuni trapunti di parole colte o straniere usate con effetto umoristico, di frasi interrotte prima dell’ovvia conclusione: il padre è “il Cancelliere”. la madre “la mutter”. Tutto viene centrifugato nella macchina magica dell’ironia.
Basterebbe citare brani del romanzo, per raccontare Enrico Brizzi. Ma si ha questa certezza solo dopo averlo incontrato nella sua casa (dei suoi genitori) così perbene del quartiere Saragozza, dopo aver camminato per le vie di Bologna («il migliore dei nidi possibili») che fanno da scenografia alla sua storia. È basso e asciutto, Brizzi. Se lo lasciate parlare, però, s’ingigantisce poco a poco, s’allarga fino a ingombrare tutto il vostro orizzonte. E si indovina una famiglia solida alle sue spalle. La madre è una professoressa in pensione. Ma soprattutto con il padre. che insegna Storia moderna all’università, si intuisce un legame forte, fatto di scontri, di porte sbattute e di fughe da casa. Ma ormai il figliol prodigo è tornato a casa e può ricordare «le lunghe assenze di mio padre. Ma se c’era, si sentiva. Quando facevo le elementari a volte mi diceva: oggi non vai a scuola, e mi portava alla Feltrinelli di Porta Maggiore dove passavamo la mattinata tra i libri. Certo, ai miei non ha fatto piacere leggersi in questo libro. Il protagonista si rompe sempre le scatole a stare a casa, è severo nel giudicare i genitori che sanno solo dirgli come deve comportarsi, come deve vestirsi... Ma loro hanno saputo capire e perdonare». Un’aria di famiglia solida, però, si respira anche in qualche pagina del libro, quando per esempio perfino la nonna diventa complice del “vecchio Alex” e gli allunga, con una caramella all’arancia, un mazzo di chiavi proibite.
Si respirano tanti altri umori, che ritroviamo, trasfigurati, nella vita vera di Enrico Brizzi. La presenza quasi ossessiva della musica che si realizza in colonna sonora dell’esistenza, un curioso nucleo di “maggiori”, testimonianza di letture disordinate ma vere (accanto ai soliti grandi ci sono perfno De Carlo e Easton Ellis, ma il nume tutelare assoluto è Tondelli), la recente amicizia con Silvia Ballestra, un gusto per l’anarchia che non s’arresta sul versante della politica. Quello che nel libro non c’è, e non potrebbe esserci, è la novità del libro stesso. Cos’è cambiato per il Brizzi esordiente di successo? «Gli ultimi sette mesi sono stati abbastanza sconvolgenti. Con Canalini di Transeuropa c’è davvero una grande intesa. Io sto scrivendo altre cose, anzi, avrei già molte pagine, ma credo nella riscrittura. Bisogna riscrivere quando si è abbastanza lontani da quello che si racconta. Allora si possono prendere in giro i propri personaggi, e se stessi».
Brizzi, per ora, ha cercato di non farsi guastare nemmeno da un’apparizione al Maurizio Costanzo Show.
Speriamo che non faccia la fine di tanti piccoli Mozart, scomparsi nel nulla della loro bravura.