«Alias» supplemento
de «il manifesto» -
10 marzo 2001
UNA PUNTINA DI NOSTALGIA - di Marco Belpoliti
La copertina di un Long-playing. La fotografia
di aeroporto, la pista, con un ragazzo in primo piano, sul lato, che
guarda verso il fotografo e sorride, mani in tasca e bavero rialzato.
I colori sono quelli di una fotografia un po’ sbiadita, in cui i rossi tendono all’arancio,
i bianchi al panna, il cielo è di un azzurro sfumato; tutto s’impasta
di un colore indefinito: color di lontananza, di cose vecchie, ma non
vecchissime. Insomma, di nostalgia. Dietro, nella quarta di copertina,
la fotografia ci restituisce il profilo puntuto di due aviogetti, gialli
in basso, bianchi in alto, e poi un prato verde con quattro o cinque
persone che si avviano verso l’aeroplano (o scendono), piccoli
bagagli a mano. Il titolo è scritto in due corpi: L’altro
nome del, in nero, segue il profilo diagonale del prato su cui si
trova il ragazzo; rock in giallo, grande e in primo piano. Il
nome dei due autori è in nero, dentro un cerchio giallo, tagliato
sul bordo destro. Il retino dà al tutto una medesima patina, così che
la copertina ha l’aria di uno di quei «padelloni» anni
settanta; di un gruppo: gli UFO, Flash And The Pan, o forse Bob Dylan,
all’altezza di Street Legal? Difficile dirlo. Certo che
si respira un’aria anni settanta non solo sulla copertina, ma anche
dentro, negli otto racconti e nel romanzo breve di L’altro
nome del rock (Mondadori «Strade blu», pp. 331, L 26.000).
Ci si sono messi in due a scriverlo: Enrico Brizzi, il ventisettenne
autore di Jack Frusciante e soprattutto del bellissimo Bastogne, libro
che fa fare al genere romanzo-giovanile un salto in avanti davvero ragguardevole;
e Lorenzo Marzaduri, quarantacinquenne scrittore, anche lui bolognese,
con diversi romanzi e racconti pubblicati. L’età media tra
i due fa circa 35, la stessa dei personaggi che circolano nel libro (qualcuno è più attempato,
per forza di cose). Hanno tutti a che fare con la musica, vari generi:
ska, punk, rock, più o meno impuro. Molti dei personaggi ritornano
di racconto in racconto, come protagonisti o comparse, figure centrali
o di contorno, per disegnare lo stesso identico sentimento: la nostalgia.
Per dirla con una celebre frase di Infanzia berlinese di Walter
Benjamin: «il dimenticato ci appare grave di tutta la vita vissuta
che esso tiene in serbo per noi». Tutti o quasi i protagonisti
(eccezione parziale quelli degli ultimi due racconti) sono alle prese
con il passato verso cui provano un’indicibile nostalgia. O meglio:
sono alle prese con i propri ricordi che sono sempre ricordi di nostalgia,
come se ogni attimo vissuto fosse già carico del rimpianto. In «Numbers
and Faces», il romanzo breve che rappresenta il centro di snodo
del libro, e intorno a cui ruotano quasi tutte le altre storie, si svolge
questo dialogo: «“E cosa, allora?” “Niente” disse
lui. “Come sarebbe niente.” “Non lo so. Una forma di
nostalgia.” “Di cosa, nostalgia?” “Oh, adesso è presto.
Quando la nostalgia verrà per te, lo saprai” “È una
cosa obbligatoria?”». Tutti i personaggi del libro sono accomunati
da una cosa: la loro necessità di dare un’età alle
persone che incontrano; diciannove, venti, trentacinque, quaranta, ecc.
Tutti hanno un’etichetta appiccicata addosso, quella della loro
età anagrafica. È un vezzo, certo, ma è anche lo
stigma di un’ossessione: il tempo che passa. Così L’altro
nome del rock è: tempo. Ritmo temporale, abolizione del tempo,
tempo matto, tempo che fugge, tempo istantaneo, e altro ancora. Tempo è uguale
a «gioventù». L’altro nome del rock è perciò «gioventù»:
tempo generazionale. La copertina lo dichiara subito, con il suo succinto
e inequivocabile messaggio estetico: la leggerezza della giovinezza.
In quel libro che ha tanto influenzato, per via indiretta, la narrativa
giovane degli anni ottanta – via Celati e Arbasino, attraverso
Tondelli ma anche De Carlo, probabilmente – Benjamin spiegava un
concetto fondamentale: il futuro è gravido di passato. E noi capiamo
la nostalgia quanto più il dimenticato giace in noi. Ma in L’altro
nome del rock, sia nei racconti sia nella copertina, il rapporto
tra passato e futuro è rovesciato: è la nostalgia del futuro.
Questa è una delle chiavi per capire la narrativa di Brizzi che
rivisita il passato – gli anni settanta – come se quel passato
gli fosse davvero appartenuto, cosa impossibile, essendo lui nato nel
1974; mentre è davvero il passato di Marzaduri. Questa scrittura
a quattro mani porta a un tono attutito, allo sfumato, che è il
colore e la pasta linguistica del libro: sfumano le descrizioni, i dialoghi,
i flash-back, le agnizioni e gli incontri posticipati; sfumano soprattutto
i ricordi, materia con cui hanno a che fare i vari personaggi delle storie.
Essi sono dei nostalgici a metà, perché privi di quella
qualità peculiare della nostalgia che è la fantasticheria.
Se la nostalgia ha come oggetto la miseria dell’irreversibile – ha
detto un filosofo francese –, i protagonisti di questi racconti
sono tutti incapaci di qualsiasi ritorno al luogo della giovinezza e
non provano mai fino in fondo lo struggimento del passato. Insomma, l’origine
non è la loro meta. Allora qual è il senso di questo libro
di racconti che indubitabilmente sembra aver incontrato il gusto dei
lettori? Quella di farli transitare per una zona intermedia tra il passato
e il futuro, in un’area di moderato rimpianto. Una nostalgia senza
oggetto, in definitiva, che è un modo accomodante di fare i conti
col passato, il proprio e quello degli altri, ricostruito in vitro,
cioè dentro un racconto. Se la copertina è davvero accattivante,
anche i racconti sono ben scritti, ben orchestrati, talora persino eccellenti;
la puntina del giradischi ci restituisce suoni gradevoli, ma l’operazione
resta a metà strada. Non si ascolta né la «musica
del diavolo» né il coro degli angeli di un «altro
Paradiso».
|