«Gazzetta del Sud», 13 marzo 2001
Motivi variabili di Brizzi e Marzaduri
IL RITMO DEL ROCK SEGUE LA MAGIA DELLA GIOVENTÙ
di Giuseppe Amoroso

Otto racconti e un romanzo breve per esprimere un’energia vitale, esuberante e magmatica, tenera e baldanzosa, fra sperpero e tesaurizzazione, del gusto musicale di una generazione di giovani, ma anche di chi giovane non è più: L’altro nome del rock privilegia il timbro sostenuto e sonoro, ma lo circonda di una fascia di sentimenti effusi, ora più arginati dall’ironia, ora più gridati quasi per l’esigenza di tenere sempre alta la tensione anche degli avvenimenti periferici. All’unisono le moltissime voci del libro si incrociano a velocità vertiginosa, mettendo insieme stilemi ruvidi e cantabili, in una lingua tambureggiante, scossa da neologismi, adagiata sui cascami di una parlata convenzionale, e pure ripiegata su sé stessa a cogliere desuete cadenze, frantumazioni secche ed esasperate, dove l’immagine improvvisa tende a farsi totalitaria e a scollarsi un po’ dal contesto omogeneizzato, salvo poi a riprendersi oltranzisticamente più in là, al fine di imprimere una percussione nuova, un impeto di straripamento, un altro richiamo, fronzolo o necessità che sia.

Ovunque, il rock, ossessiva misura di vite che in quella musica impiantano i tracciati di ogni speranza, di ogni scommessa. È quasi un sortilegio l’apparire e il disparire di volti buttati sulla scena da un intrico che sembra stare fuori dalla trama del racconto, come un disegno metafisico da cui discendono segnali di stravolgimento. Colonna sonora fitta di nomi, riferimenti, citazioni, intarsi e sapori d’epoca e, insieme, una specie di motivo variabile che di mano in mano riesce a essere la sostanza stessa di un’azione minima, un barlume di vita di paese, la vibrazione di un discorso, il senso di un rapporto, la luce di un paesaggio, la scia di una verità sempre inseguita, Colonna sonora di una perdizione e di una magia che Enrico Brizzi e Lorenzo Marzaduri alzano come un trofeo fiorito, un simbolo araldico e anche l’epigrafe posta su esistenze dalla vaga maschera leggendaria. Star e uomini comuni sono dentro il prodigio di un’immaginazione che ricorre sempre alla didascalia, alla nota informativa per alimentarsi.

Si confessa allo sconosciuto barman di una discoteca emiliana, il cantante Renè, con la chitarra acustica a tracolla «Come una specie di condanna» e una giacca dalle enormi frange, un «cimelio», che si squarcia impigliandosi nel miscelatore dell’acqua del lavello. Alla sintesi di questa microstoria segue la dilatata dimensione di Numbers and faces, il cui tema è spaziato da un attacco corale a uno sviluppo più intimistico e inteso ad ascoltare il buio che «canta attorno». Uno «sbavazucchero», la ragazza di nome Nico, l’amica Marika dai tratti persiani e l’istruttore Demis, il cui incidere fa pensare alla «prora inforzata di un rompighiaccio», sono presto nell’onda di una musica che erompe dalla sala sovraffollata di un locale notturno, e anche camminano «guardati dalla luce indiretta di caute e remote stelle».

Quando cade ogni rapporto tra il gruppo e il suo claustrofobico labirinto musicale, il romanzo segue la figura di Raul, ex cantante di ska, e la malinconia dalla separazione dalla moglie. Zeppo di una miriade di segmenti narrativi, spesso autosufficienti, il testo fatica a fare emergere il filo unitario che riesce a isolare il «ridicolo subbuglio» del protagonista ormai costretto a una «disumana distanza» dal suo passato.

Mentre la mappa degli antichi maestri del rock si avvia a precipitosi cambiamenti, il carismatico componente di una band sceglie di praticare un nuovo sound cimiteriale e demoniaco, preparando un disco dal titolo «Sabba sanguinario» e scatenando la gelosia di un musicista rivale. È quanto Inalare, espirare racconta in pagine nelle quali sembra addensarsi una cupe violenza. Toni più rari, distesi in una malinconia accordata con i colori dell’autunno, sostengono Tremila metri, storia di un diciassettenne corridore di mezzofondo che, in gara, per superare la fatica immagina di veder scritte davanti agli occhi le parole dl una canzone di Neil Young ed entra in uno strano sogno abitato dauna ragazza appena conosciuta. Vincerà la corsa ma terrà in tasca l’inutile medaglia: altre cose sarebbero accadute nell­a vita.

E ancora l’invisibile, frenante passare degli anni tesse reti di malinconiche memorie in Parlarsi dopo tutto quel tempo: da una «condanna al silenzio» rispunta una donna amata e perduta, per un occasionale incontro che fa rifluire, a un compositore di musica leggera sulla via del tramonto, un lungo cammino di incomprensioni ed errori. Più che un dialogo il suo è un monologo volto a comprendere cose mal comprese. Anche in Un momento. Non ho finito lo spunto narrativo ruota intorno alla riemersione di ombre del passato. Qui tocca a Waltero, un giorno capo di un gruppo di amici («Lui ascoltava cose a trentatré giri mentre noialtri si perdeva tempo dietro i quarantacinque commerciali e i juke-box») e ora impiegato in un negozio di dischi, il compito di forare le stagioni per presentarsi all’io narrante, un quarantenne dimenticato scrittore di gialli e vigile, e per raccontargli una storiella suscitatrice di «cattive vibrazioni».

Studia sociologia a Berlino, con poco profitto, il protagonista di L’allegria di Kreuzberg, un giovane che frequenta un vecchio quartiere a ridosso del Muro, simile a «una specie di carie nel sorriso» e sbigottito dal fatto di svegliarsi, «dopo un lungo sonno, di nuovo al centro di una grande capitale». Lì, in un ex asilo si fa musica e «c’è molto dolore, ma anche molta solidarietà». Lì esiste Mouche, «creatura di foglie e d’acqua». Alla dimensione del diario di viaggio si attaglia la tournée dei Mirrors in Albania, descritta, con le complicazioni di un rapimento da parte dei Macedoni, in Colpevole solo di amarti, attraverso una gradazione di temi, da quello spettacolare della natura grandiosa e primitiva, a quello tumultuoso di una serrata analisi psicologica che evidenzia stati di tensione e paura.

Infine, in Il Capitano della Reginette one, ecco un madre, autoritaria e raggiante, sfaccendare inesausta con la sua modernissima cucina disturbando il lavoro del figlio intento a preparare menabò di cataloghi musicali. Per sua stessa definizione «anarchico e anticonvenzionale», il giovane prova «sensazioni rock» che gli «devastano il cardio» e, sempre «mentalmente a un passo dal Cavern di Liverpool, dal Raimbow di Londra...», dissipa la propria passione per il cinema, si accontenta di guadagni da «piccolo fiammiferaio» e pensa di apparire agli occhi altrui «una specie di smemorato appena scampato a un’imboscata della cattiva sorte».

Percorso da venature liriche e da innesti del parlato giovanilistico, L’altro nome del rock afferma il primato di un plurilinguismo d’officina, sempre alto e alla ricerca di una pienezza dissonante, di una pronuncia ampia e irregolare, proiettata al di là delle schermature ironiche, verso l’illuminazione sghemba, di calcolata ambiguità e dissimulata saggezza, capace di esibire emozioni facendo finta di occultarle e di inoltrarsi nell’infrazione, nel tumulto, come un territorio di schemi inventivi decodificabili senza sforzo: giovani in silenzio paiono, «sospesi e fermi, come dentro un rimorso di carni stanche»; il buio mostra «di che pasta è fatto il quasi niente»; si può respirare un’attesa «come da dentro il ventre d’una corazzata che navighi in mare aperto incontro al fuoco della battaglia» e si può rigirare tra le dita una sigaretta come fosse «un’intuizione». E si incontrano «gli effetti proustiani dell’insalata»; il «plancton folgorante della città»; le porte di un autobus che si aprono, «curvate e arrese come la curva morbida d’un sonno».