«Il Mattino», 31 gennaio 2001
Da oggi in libreria il nuovo libro di Enrico Brizzi, radiografia di un mondo giovanile cresciuto con le note dei Beatles e dei Rolling Stones - NEL NOME DEL ROCK
Il mercato, la passione, i gruppi
di Barbara Caputo

Jack Frusciante è tornato. O meglio, è tornato il suo alter ego Enrico Brizzi, bolognese scrittore ex-enfant-prodige ormai ventiseienne, trasbordato da Baldini&Castoldi alla Mondadori. Stavolta è in coppia con Lorenzo Marzaduri, scrittore di una generazione cresciuta all’ombra di Transeuropa. Innesto riuscito, si direbbe, questo L’altro nome del rock (pp. 344, L. 26000), in libreria da oggi.
Jack Frusciante è cresciuto, e ora, figlio di due padri, guarda all’esistenziale e al sociale con occhio più acuto e introspettivo. Crescere porta disillusioni, e i personaggi di questo libro lo sanno bene, sfigati che siano, o semplicemente passati dalla grandezza del sogno alla mediocrità di una normale quotidianità. L’ex cantante di ska che ha visto sfumare una breve stagione di successo, il velocista che da giovane amava Neil Young, uno scrittore rimasto nella schiera dei promettenti, poi divenuto vigile, e nel quale non è difficile scorgere un ironico richiamo a Marzaduri stesso. Sullo sfondo delle varie storie che compongono questo libro, e nelle quali i personaggi si somigliano, si intrecciano per similitudine, si dividono per andare in luoghi diversi, si incontrano dopo anni, ognuno con il peso delle sue disillusioni, un protagonista comune funge da trait d’union. È il rock, il caro vecchio rock della giovinezza, delle speranze di un mondo migliore e diverso. «I racconti – spiega Brizzi – sono associati a grandi album del rock, ad esempio di Bob Dylan o dei Grateful Dead. Parliamo del passaggio dalla passione autentica al mercato, o viceversa del ritorno forzato alla passione perché si è respinti dal mercato». Non a caso questo libro è scritto da due appassionati del rock. «Ascoltando il doppio bianco dei Beatles riuscivi a sognare, a emozionarti per la musica. Il rock mi sembrava libertà, stupefazione». Anche gli autori hanno provato l’esperienza semi dilettantistica: «Io e Marzaduri – prosegue Brizzi – oltre ad essere ascoltatori forti, abbiamo entrambi tentato a vario titolo la carriera di musicisti, io con il basso e lui come cantante già dagli anni Settanta, entrando in band nel circuito delle cantine a Bologna».
L’altra faccia del rock, quella di chi si è fermato prima, o di chi il rock lo ha respirato, costituisce una dimensione più autentica e meno corrotta, perché come dice uno dei personaggi, c’è sempre qualche pedaggio da pagare, qualche compromesso alle leggi del mercato, anche per i gruppi minori. «Oltre alle suggestioni della musica ciò che tiene insieme i nostri racconti è uno sguardo sul mondo del rock visto da dentro. Non quello delle star ma dei gruppi di base».
Ma quali sono le caratteristiche di questo mondo sotto-coperta? «lnnanzitutto la passione, il fatto che dietro al tipo con la chitarra nel poster ci sono un uomo o una donna, con le loro storie andate bene o male. Le cantine rimangono ancora la fucina del vero rock. È lì che sono nati i gruppi rimasti fondamentali, non nel progetto a tavolino di qualche manager discografico. Tanto per citare qualche nome, i Beatles sono dovuti emigrare ad Amburgo, e i Rolling Stones sono nati nel circuito dei blues club». Ciò che rimane è il senso di fedeltà alla musica che ha contrassegnato la giovinezza, il rifiuto ideale di qualsiasi corruzione o deviazione stilistica. È così che una delle voci narranti inveisce contro quei gruppi che, all’inizio degli anni Settanta, invasero il mercato corrompendo la purezza originaria dello stile con «moog e orride tastiere».
Né vengono dimenticate le degenerazioni di certo rock satanista, talmente atroce e inaccettabile da meritare l’esecuzione di un suo rappresentante, un certo giovane californiano emigrato in Emilia, e alla quale viene sacrificata un’amata spider, gettata da una scogliera.
Il rock di oggi fa ancora sognare? «Non tutto è stato così stupefacente, purtroppo però negli anni Novanta ci sono stati almeno due gruppi di spessore come i Nirvana e i Red Hot Chili Peppers». Brizzi ovviamente ascolta musica mentre scrive: «Il rock ha formato le mie attitudini mentali. Mi ritrovo molto di più umanamente con le parole degli Husker Du che non di tanti scrittori di cui ho sentito parlare sui giornali. C’è chi scrive per il bel periodo e chi perché la pagina letta ad alta voce abbia la sua musica, la sua direzione, i cambi di tempo, le sterzate. E io spero di far leggere libri ad alta voce». Jack Frusciante è cresciuto, ma rimane fedele ad alcuni principi. La Vespa, ad esempio. Il personaggio del racconto principale, il cantante ska Raul, ricorda: «Il presentimento dell’epica poteva venirmi facile, in una stagione in cui il gesto semplicissimo di lucidare lo Special, questo essere un diciassettenne capace di prendersi cura delle cose era sufficiente a farmi sentire inondato dalla coerenza». Per Raul l’incidente in cui lo Special viene distrutto segna l’inizio della decadenza. Brizzi, invece, che c’è tutto in quella frase, in Vespa ci va ancora «Usare una Vespa è una militanza. Significa mettere gli amici davanti a tutto, andare ai concerti e non in discoteche fighette, andare allo stadio. È l’etica di una old school, contrapposta alla new school dei ragazzi nati dopo i mondiali del 1982, con i loro motorini senza marcia (e scarpe Nike). Sarà più istruttivo dover cambiare una candela, occuparsi della manutenzione».
Ma cosa resta, poi, di tutti questi sogni? Qualche traccia di resistenza, come nei capelli lunghi del vigile o del trentacinquenne di uno degli ultimi racconti, che preferisce lavoretti da quattro soldi per la Ned, fantomatica etichetta indipendente, ad una vita alienata come quella della madre, persa tra un’orrenda Tv privata e una cucina supertecnologica. O come Travis, che finito il successo preferisce rimanere coerente, andando a vivere in una comune tedesca. O come Enrico Brizzi. A lui, per ora, la vita non va niente male, e i miti non sono solo nostalgici ricordi.