«Il Mucchio selvaggio», 27 marzo 2001
ENRICO BRIZZI & LORENZO MARZADURI
NEL NOME DEL ROCK
di Maura Murizzi e John Vignola

Si può amarlo o meno – e sull’argomento ne leggerete ancora delle belle, sempre su questo giornale, ma L’altro nome del Rock (Mondadori - Strade Blu) di Enrico Brizzi e Lorenzo Marzaduri ci sembra un’opera significativa: rappresenta un’occasione interessante per affrontare il “rock” da una angolazione “obliqua”, più attitudinale che strettamente tematica, colta al volo da parte di uno dei nostri giovani romanzieri maggiormente noti e di uno scrittore con un’ampia ed apprezzabile produzione libraria alle spalle. Nell’intervista che segue abbiamo cercato di portare i due autori fuori dalla consuetudine di un domandare e di un rispondere eccessivamente formale ed irrigidito, augurandoci di aver fornito un modestissimo contributo allo spirito che anima il loro progetto.

Come è nata l’amicizia e la collaborazione tra di voi? Siamo abituati a firme multiple per canzoni, regie, sceneggiature, ma più difficilmente accade per i libri.
Enrico: Massimo Canalini di Transeuropa ci ha presentato nel ’92: stavo consegnando le prime cartelle di quello che sarebbe diventato Jack Frusciante: lui l’ha fatto leggere a “Marza” che era un suo autore.
Lorenzo: Cartelle talmente “avanti” che colpirono Canalini, persona estremamente riservata e molto cauta nei giudizi, al punto da spingerlo immediatamente a darmele in lettura. Effettivamente, la roba che lessi mi sembrava assolutamente folgorante... Alla fine, il libro è nato in base a un’amicizia reciproca, e da un’idea di Enrico: lui era nella posizione di poter “chiedere”, io no. Di sua iniziativa propose un lavoro scritto a quattro mani a Baldini & Castoldi, che disse no. Quando anni dopo è passato a Mondadori, che ha accettato. Aveva voglia di fare una cosa in leggerezza, come quando si fa una session tra persone che suonano bene assieme. Molto si è sviluppato da tante conversazioni, da tante discussioni, partendo da una stima reciproca, amicizia, collaborazione, professionalità, lavoro, impegno.

Da lì è venuta anche l’idea di costruire otto racconti con i personaggi che si richiamano al loro interno...
E.: Questo è successo dopo. Volevo scrivere insieme a Loris perché volevo scrivere delle storie sul rock: oltre all’amicizia e alla stima che ho per lui, Loris è un archivio mobile del rock’n’roll degli ultimi 40 anni. Non volevo fare un romanzo, ma mi interessava lavorare su tante storie diverse: ho sempre ammirato molto la sua capacità di chiudere i racconti...
L.: Ah, ma sapessi che invidia che avevo io a vedere come ti uscivano tre/quattrocento pagine in sei mesi, come per Oscar Firmian...

Rispetto ai libri targati Enrico Brizzi, in questi racconti ho notato una scrittura più controllata, quasi più secca. È una cosa dovuta all’intervento di Lorenzo o è un’evoluzione tua?
E.: L’idea di rifarsi a una scrittura più classica c’è: in particolare gli autori che entrambi abbiamo tenuto presente mentre lavoravamo a L’altro nome del Rock sono stati Carver, Hemingway e Flaubert, per la potenza e il controllo formale della frase. A ogni snodo delle narrazioni ci siamo sempre detti: come l’avrebbe scritto Carver? come l’avrebbe risolto Hemingway? Qualunque cosa si noti, non penso sia dovuta all’intervento di Loris rispetto alla mia scrittura: se si è voluta creare una miscela in una certa direzione era perché tutti e due si voleva arrivare lì.
L.: Carver ed Hemingway sono stati veri e propri manuali di lavoro, condivisi da entrambi.
E.: Se ogni libro è un po’ un disco, credo che questo lo sia in modo particolare: ogni disco di un gruppo o di un cantante, sia che lavori da solo o in collaborazione, ha un’unità stilistica che lo distingue rispetto agli altri: ecco, l’idea stavolta era proprio di cercare quel tipo di sound, controllato e “classico”, se vuoi.

Nel vostro libro si parla di musica e rock più come chiave per definire l’appartenenza a una determinata categoria di persone che come mestiere. O comunque prevale la versione languida e dolente del rock piuttosto che quella urlante e vincente...
L.: A me i personaggi di questi racconti non paiono dei perdenti: non sono dei vincenti secondo la logica imperante del termine, quella della globalizzazione, o della new economy. Forse un tono languido c’è. Abbiamo cercato di vedere se era possibile ascrivere al modo di interpretare il rock non soltanto un certo tipo di sentire. Il personaggio di Numbers And Faces scopre con languore di aver perso determinate cose importanti: tutti, più o meno, scoprono di aver perduto qualcosa, però tutti più o meno trovano qualcos’altro, di salvifico. In questa situazione il rock si è posto come una sorta di esperanto, di compagno di strada, di colonna sonora di un’esistenza.
E.: Per come suonavo io, arrivare a un punto di carriera come Raul Ketama di Numbers And Faces sarebbe stato il trionfo vivente coi piedi...

lo mi riferivo piuttosto al racconto intitolato Colpevole solo d’amarti, in cui il gruppo rock va in tournée in Albania e diventa celebre a causa di un rapimento, più che della musica che suona...
E.: Ma gli artisti che vediamo in tv vivono davvero così: fuori dagli studi televisivi devono andare a fare pianobar o magari una tournèe sponsorizzata in Albania...

Questo vale anche nel mondo della letteratura: a parte alcuni casi fortunati come il tuo, per il resto si vive di altro...
E.: lo mi tocco, se non ti dispiace! (..., Ndl). Sul fatto della musica evocata senza insistenza sulla terminologia, credo che sia semplicemente perché la musica in questo libro è vista davvero un po’ più da dentro, e quindi per forza di cose in assenza. Un po’ come il sesso: chi è che ne parla tanto? I ragazzini tra i 14 e i 16 anni, che probabilmente ne fanno meno di tutti. E così è ovvio: quando la musica è il tuo pane quotidiano non c’è il compiacimento di usare la terminologia specifica o che altro, quando una cosa è il tuo mestiere, non è per te una novità ogni giorno. Magari colpisce di più le tue impressioni un caffè macchiato che bevi al bar che non andare a fare l’ennesima session da turnista. Non è più la musica vista dal diciassettenne di Jack Frusciante che dice “WUAHH si spalanca il Pantheon dei musicisti più noti e meno noti ma tutti comunque avvolti dalle fiamme dell’eroismo”...: si tratta di gente che in alcuni casi suona perché ha il sacro fuoco, in altri casi suona come farebbe l’impiegato.

Infatti: il rock è protagonista di questi racconti alla stessa stregua dell’Amicizia, dell’Amore, o del Tradimento...
E.: È una cosa che vale per tutti i libri: se non ci sono l’amicizia, l’amore, il tradimento ecc. di cosa cazzo parli? Che cos’è che interessa veramente della cosiddetta vita: emozionarsi, spaventarsi (il meno possibile), quant’è meraviglioso incontrare qualcuno che non è nato con te, non è cresciuto con te ma con cui hai delle cose in comune, trovare dei linguaggi comuni. Credo che dal primo volume della Abele Press ai tempi di Adamo ed Eva ad oggi tutte le storie parlino di questo: lo smarrimento di trovarsi di fronte alle gigantesche steppe dell’Asia per i Greci, viceversa per i Tartari arrivare in una città da 100.000 abitanti: lo stupore, l’avventura, l’amicizia, il sentire: sempre le stesse cose.
L.: Il rock qui è presente non soltanto come legame fondamentale, come fil rouge dei racconti, ma anche il testo è strutturato come un album: all’inizio l’idea era quello di farlo come un doppio vinile, con quattro facciate di studio, live, cover, jam session. L’idea era persino quella di fare una specie di monstre, e mettere dentro tutto, come in certi lp storici: il White Album dei Beatles che conteneva qualcosa come 38-39 maniere diverse di fare canzone rock addirittura sembrava volerle esplorare tutte quante con varie possibilità. A poco a poco si è imposta una sintesi: abbiamo scelto otto storie più una, con personaggi che, non a caso, sono sempre gli stessi: non avevamo interesse a mostrare il paese reale del rock, ma nove personaggi che potessero condividere una musica, un’energia, un sentire “in tema”.
E.: Oltre alla prima idea normativa di strutturare il libro come un album, in realtà l’impostazione musicale del lavoro è rimasta. C’è stata la fase in cui si suonava: ognuno incideva i suoi nastri e poi li faceva ascoltare. Alla fine i racconti erano trenta: al momento di entrare in studio abbiamo dovuto decidere quali tenere. Lavoro “insieme” sulla stessa tastiera del computer ce n’è stato poco, quello in comune ha riguardato soprattutto la lettura: session numerosissime, ma parecchi assolo. Poi c’è stata la fase logica del mixaggio: quali sono le out-take? quali sono i pezzi che non è opportuno che stiano sull’album? E lì già è partita una bella amputazione, di quelle sempre piacevoli...

In quella fase avete anche incrociato i personaggi...
E.: Lì siamo stati fisicamente sullo stesso computer per settimane a rileggere tutto quanto due, tre, quattro volte, essendo critici per tutta la fase: come quando fai un libro da solo: a un certo punto te ne devi proprio strafregare del fatto che l’hai scritto tu e riuscire a dire: qua è melenso, qua è uno rottura di cazzo, qua è troppo lento, qua ci sono delle assonanze da serie C2.

Che peso ha avuto l’intervento dell’editor?
E.: L’editor è intervenuto nel finale, ma non l’editor di Mondadori: entrambi abbiamo sempre lavorato con Massimo Canalini di Transeuropa: una volta consegnato il manoscritto all’editore non è stata cambiata neanche una virgola.

Quindi avete fornito un pacchetto già pronto...
E.: Certo, questa è l’idea di autoproduzione che permette di andare avanti, altrimenti se ti dovessi confrontare ogni volta con le esigenze di un editore diverso sarebbe difficile portare avanti il discorso dell’autonomia.
L.: Alla grossa casa editrice conviene altrettanto; Franchini della Mondadori o il signor Pinco Pallino dell’Einaudi non hanno la possibilità di lavorare con tutti gli autori in uscita nella collana Scrittori italiani estranieri piuttosto che StradeBlu o Stile Libero: quando c’è la possibilità di lavorare con un collaboratore esterno con funzione di editor riconosciuto dalla casa editrice, loro sono ben contenti, anzi di solito è un’opportunità assolutamente positiva. Nel nostro caso, potendolo fare con la persona con cui abbiamo lavorato diverso tempo, che ci ha fatto conoscere, non c’è stato alcun problema.
E.: Questa è la terza casa editrice per entrambi: Transeuropa, Baldini & Castoldi, Mondadori. Tutti e due abbiamo però sempre lavorato con un solo editor.

Rispetto a quello che sto leggendo in questo periodo (Paolo Nori, Rocco Fortunato, Tommaso Pincio, Marco Bosonetto...) mi pare che nei vostri racconti manchino l’ironia e il grottesco, o perlomeno manchino in misura massiccia come negli autori che vi ho citato. E che piuttosto prevalga la malinconia, se non addirittura la tristezza, dato il finale poco lieto di qualche racconto. È un vostro stato d’animo o solo una scelta narrativa?
E.: Secondo te non c’è ironia in un racconto come Il capitano della Reginette One?
Se deve essere una continua richiesta di “Scusate, non so fare tanto, ridiamone insieme” chiaro che non mi interessa, poi gli autori che citi per me sono dei nomi e delle recensioni perché ancora non li ho letti, e magari sono persone capacissime. La cosa a cui mi sembri alludere tu è una richiesta di complicità maggiore col lettore. Di quello non c’è fregato assolutamente nulla e per questo direi che nel libro non c’è. Non sono affatto d’accordo invece sul fatto che L’altro nome del Rock non sia ironico: secondo me Il Capitano della Reginette One è il trionfo dell’ironico-grottesco; Inalare, espirare nel dramma che descrive, nello sdoppiamento del protagonista, prende quasi i registri del comico.
L.: Mi dispiace se l’ironia, che è sempre stata qualcosa che ho avuto ben presente e che ho cercato di adoperare come strumento operativo, stavolta non è venuta fuori. Non me la posso cavare dicendo “No, non mi interessava”. Per quel che mi riguarda, era ironica un’operazione come Rito mortale, anche se può sembrare agghiacciante: unire una storia degli anni ’20 in California e negli anni ’80 a Bologna prendendo tutti i personaggi del genere, capovolgendoli come guanti, fare un noir dove non muore nessuno perché l’unico morto che c’è si ammazza da solo. In Un momento, non hofinito c’è un tipo che coinvolge la moglie in una visita ad un suo vecchio amico di vent’anni prima, e poi tutto va a puttane: la situazione, il dialogo, la cena e viene fuori anche che il protagonista probabilmente ha perso anche l’impiego perché ha dovuto spiegare alla moglie del datore di lavoro che era lui con la sorella e non il marito con l’amante sulla macchina (!!, Ndl). Non mi sembra un racconto pregiudizialmente privo di ironia. È un’ironia che forse ha un linguaggio diverso degli autori che hai citato, che non ho ancora letto, sicuramente è su un altro livello.

Quella che c’è in questi testi è soprattutto autoironia: da una parte l’impossibilità di fare un’autobiografia perché tutti quanti hanno delle esperienze abbastanza ordinarie (Bosonetto), dall’altra l’autobiografismo “deteriore” di un ruspante musicista rock (Fortunato).
E.: Di Fortunato ho letto ieri la recensione su Rumore: dall’idea che mi sono fatto, mi sembra di trovare delle eco di Jack Frusciante in molte vicende, come tipo di approccio. Perché uno dovrebbe trovarsi otto anni dopo in quello stesso posto?

Infatti, il tuo primo libro è responsabile di aver alimentato un fenomeno che è proprio quello dell’autobiografismo...
Enrico: Presumi in qualche modo di crescere, o comunque oggettivamente ti sposti, ed è ovvio che non potrai restare nello stesso posto a fare il simpaticone che a 17 anni scrive la storia di Jack Frusciante, poi all’università cosa fa? scrive quella di Culicchia che è Jack Frusciante da grande? Sarebbe un po’ perverso...

Qual è il vostro rapporto, se l’avete, con gli scrittori bolognesi: Lucarelli, Vinci, Rigosi, Benni...
E.: Io conosco e frequentoSilvia Ballestra, che non è bolognese però è vissuta aBologna un sacco di anni e ha iniziato qui la sua attività editoriale. Il compleanno dell’iguana è stata la lettura che mi ha dato proprio la molla per parlare della città, delle proprie storie vere. Una delle cose più folgoranti che ricordi del volume, oltre all’idea dell’isola nel cantiere, che è l’università, è che c’era un tabaccaio in centro, in cui andavo anch’io: fino a quel momento avevo scritto una storia sola che era ambientata nel futuro prossimo, una dittatura orwelliana con cacciatore di taglie che combatteva contro tutti. Quando ho visto il tabaccaio mi sono detto: “Basta, bisogna parlare di queste storie”. Tempo dopo Canalini di Transeuropa me la presentò in stazione, io pensavo di dovermi vestire elegante o qualcosa del genere...
lo citerei quindi Silvia, sia come importanza della sua scrittura che come approccio umano.
L: Ho uno splendido rapporto con il più bel scrittore bolognese in attività che è lui (indica Brizzi, Ndl): con gli altri non ho veri contatti. C’è stata negli anni ’80 una cosa che si chiamava Gruppo 13: una specie di consorteria scrittural-massonica nata non per mia iniziativa, che riuniva gli autori noir bolognesi, alcuni dei quali si sono scoperti iscritti d’ufficio dall’iniziativa. Un collettivo per proporsi per iniziative, per fare antologie nelle case editrici, per avere visibilità in modo che quando si parlava di uno si finisse sempre col parlare degli altri.
E.: Più che altro perché parlando degli altri si finiva sempre col parlare dell’uno!
L.: Il progetto è nato dal più anziano che veniva da due flop... Di fatto l’intenzione era di cercare di mettersi in evidenza con gli assessorati e l’amministrazione locale per Bologna Capitale della Cultura, per avere in gestione questo o quell’altro...
E.: Ci sono delle figure che si muovono a metà tra la scrittura e l’amministrativo direttamente.
L.: Ci sono degli autori assolutamente mediocri, assolutamente insignificanti, gente che fa fatica a vendere 1200 copie, che ti ritrovi dappertutto, e poi di fatto per raccattare niente a volte, le briciole da ufficio da canarino di amministrazione, di portaborse. Ti posso garantire che non ne ho mai voluto mezza, a certi livelli non mi interessa: non frequento, non partecipo.
E.: Molto spesso si dice: “Ma uno che scrive come fa? O ti consacri completamente, oppure devi avere un altro impiego”. Secondo me fare un altro lavoro che sia un altro è assolutamente necessario in certi casi, non compromette niente, a parte il tempo che hai. Invece, se sei nella mentalità di una specie di piazzista, la tua scrittura che cazzo di sincerità può avere? Forse l’ironia, ma quella comprata dal grossista a sacchetti da cinque chili. Scrivere vuol dire mettersi in ascolto, farsi trascinare da storie, seguirle, onorarle, metterle sulla carta nel modo più degno rispetto alla maniera nitida e senza parole che ti è venuta in mente all’inizio. Hai pensato qualcosa in un pomeriggio e poi ci metti due anni a scriverla in maniera soddisfacente. Se nella tua vita ti occupi non di fare il falegname o il fresatore, come èlecito che accada, ma violenti le parole e le usi come schiave ogni giorno, per dover piazzare od esserci, la tua scrittura sarà non insincera, ma una merda. Ecco, l’ho detto...

Siete d’accordo con l’idea che uno scrittore dovrebbe essere pagato per fare esperienza, per viaggiare...
L: C’è stato un autore che è stato pagatoper raccontare banalità da viaggio. Erano del livello di una guida turistica: siccome le scriveva sul paese che amava tanto, però, vendeva anche quarantamila copie (senza mai muoversi da Verona). Parlo di qualcuno vivente, non certo di Bruce Chatwin, che se non altro era un po’ più variegato... Mi ricordo di una cosa su un’opera che si intitolava Isegreti dell’editoria, ovvero come fare a farsi pubblicare un libro, edizioni Oceania di un certo Cotronei. il nome non lo rammento...
E.: Roberti!
L: Non è Roberti, non era il mitico tritacarne! Era un buon libro, dava delle indicazioni che per la mia esperienza si sono rivelate verissime. Iniziava con la frase: “Gli scrittori si forgiano nell’ingiustizia come l’acciaio liquefatto di una spada” - Hemingway. A me l’idea che qualche cretinetto, qualche letterato da salotto possa anche soltanto pensare che una casa editrice, quelle case editrici che magari fanno fatica a tirar fuori 300.000 lire per pagare i diritti d’autore di quello che ha venduto tre cagate e molte volte si parla di scrittori che forse po­trebbero anche lavorare benino se avessero la possibilità di campare dignitosamente con quello che fanno, in una situazione del ge­nere qualcuno che venga a proporre l’idea che gli scrittori devono esser pagati a me non fa neanche ridere. Pagati per che cosa? per fare i viaggi, gli anni sabbatici? A me non fa neanche ridere: mi pare una cagata partorita da uno sciocco che non significa niente.
E.: Fare il turista a me personalmente piace, però rimango turista, non sono la guida per tutti gli italiani in quel posto lì, e fondare il tuo testo sulla ricerca dell’esotico è quello che Carver diceva fare i trucchetti; né più né meno. Magari uno dovrebbe essere pagato in libri per leggere tanto, ma non per viaggiare: uno deve imparare a scrivere, non a fare il check in aeroporto.
L: Prendi i pittori del periodo aureo olandese: non avevano mica bisogno di viaggiare: Rembrandt non è mai uscito da Amsterdam. Vermeer non è mai uscito da Leida.
E.: Ma vale anche l’esempio contrario: Simenon ha avuto diecimila donne. Ha scritto una pagina, due righe su cos’è una donna in tutta la sua opera?
L: Ha replicato all’infinito la figura di Madame Maigret, che è quello che non ha mai avuto lui, puttaniere indefesso: l’idea più scontata di tutte della donna vicina, materna, che capisce, adorante, che porta le pantofole a suo marito, sottomessa, sempre in piedi ad aspettare. Premure di qualunque segaiolo... Sua figlia si suicidò, probabilmente perché c’è stato qualcosa di pazzesco: lei era schizofrenica, pare fosse innamorata del padre, c’erano state anche delle attenzioni particolari: non voglio parlare di violenza ma c’è chi dice che tra i due ci fosse un rapporto parecchio ambiguo.
E.: Nessuna esperienza o l’essere il migliore del mondo in una data attività ti porterà a scrivere soltanto una riga buona: Tardelli è il migliore scrittore di calcio che abbiamo in Italia?

È anche vero che, almeno a giudicare dalla produzione degli esordienti, la letteratura è diventata un fenomeno alla portata di tutti...
E.: Attraverso il fenomeno della fuga dall’Italia e della figa...
L.: La possibilità di scrivere il primo buon romanzo credo che l’abbiano tutti, ma lo può scrivere davvero chiunque. Ho detto buono, non un capolavoro. Il primo libro è sempre interessante, perché ci metti dentro tutte le energie. I problemi cominciano dopo, quando scopri che c’è un mestiere da conquistare, un’evoluzione da seguire, un’onestà di fondo che devi chiarire con te stesso: leggere leggere leggere scrivere scrivere scrivere tagliare accorciare ripensare confrontare, se non vuoi fermarti al primo libro. È il discorso di Andy Warhol che dice: “chiunque può avere un quarto d’ora di celebrità”. Poi, al sedicesimo minuto, il tuo romanzo non se lo ricorda nessuno...

Enrico è riuscito in effetti a cambiare con gli anni, a non scrivere sempre la stessa partitura...
E.: Il luogo comune: all’inizio la spontaneità, poi subentra il mestiere. Ci sono tante altre componenti. La cosa contro cui spero di battermi è l’autocompiacimento, che è in agguato sempre, nella vita e nella scrittura, che infatti non è un territorio diverso dalla vita. Tondelli raccomandava sempre: “Scrivete, scrivete, poi fate finta di dimenticare che l’avete scritto voi, riprendete in mano tutto e andate giù come se fosse un pezzo di chi vi sta più sul cazzo di tutti, e siate inclementi. Io ho tanti miei amici che mi fanno leggere le loro cose. Può sembrare quasi ingiusto che uno nella mia posizione critichi le autoproduzioni. Ma io vengo da lì: non sono figlio di Mondadori Arnoldo. C’è una differenza enorme tra chi, riprendendosi in mano le “carte” e riscrivendole la seconda volta riesce a fare questo scatto in più e chi invece pensa “l’ho fatto io, è stata la mia sensazione” e non ha la forza di sfondare quello che ha fatto. È la differenza tra chi progredisce e chi no...

Prima Lorenzo parlava di onestà intellettuale: ti chiedo un’opinione sull’ultimo libro di Eco, che è tuo professore all’Università...
E.: Giuro che non l’ho letto. Ma Il pendolo di Foucalt chi l’aveva letto?
L: lo non riesco ad avere un giudizio negativo a pelle su Eco: gli sono debitore di alcune paginette lette a 15 anni, stupefacenti ed irresistibili, come Fenomenologia di Mike Bongiorno, Elogio di Franti. Cade spesso, è vero, in esagerazioni trombonesche...

Che differenza c’è tra il progetto collettivo degli ex Luther-Blissett e il vostro?
E.: Semplice: le nostre sono due individualità che si incontrano, e che proseguiranno poi per le loro strade, senza escludere la possibilità di intrecciarsi di nuovo, mentre per loro c’è un annullamento teorico dell’individualità per fondersi in un’identità comune di base. lo sono andato a mangiare il cuscus a casa di un Blissett tre giorni fa, due di loro sono amici del liceo, facevamo un giornale insieme che si chiamava River Phoenix.

 Ai tempi di Jack Frusciante, ti avevano indirizzato un monito: attento Brizzi che ti fottono... Quando hanno pubblicato non sono usciti con foto, nomi e cognomi? Era una volontà di esser fottuti anche loro per benino, non trovi?...
L: Ai Luther Blisset devo un pomeriggio di servizio aggiunto, ma molto divertente. Sono di pattuglia in macchina, la centrale operativa mi dice: recatevi immediatamente in via Massarenti, angolo via della Rampa perché si è messa a piangere un’altra madonna (era l’epoca in cui piangevano le madonne un po’ da tutte le parti, da Civitavecchia in su). C’era effettivamente una madonnina in un’edicola e questa si era messa a piangere. Il problema è che c’era una rissa di beghine che avevano già cominciato a mettersi in ginocchio, a pregare, a portare fiori, c’era traffico e bisognava deviarlo. A tutti è sfuggita una cosa che mi ha fatto godere tantissimo: campeggiava accanto alla colonnina un adesivo: This Is Another Best Performance By Luther Blisset

 Che fine faranno i pezzi che non sono entrati nel libro?
E.: La fine delle out-take nei dischi. Se uno diventa Madonna saranno rarità da B-sides! Magari un giorno uno finirà per essere produttore dell’altro o andrà a suonare il basso in un pezzo per l’altro, questo vale sempre.
L.: Dispiace vedere come racconti di trenta, quaranta, cinquanta pagine a cui hai lavorato parecchio non potranno entrare in L’altro nome del Rock, ti rimane però la soddisfazione, la piacevolezza di sapere che il rapporto con Enrico è stato e resta fecondo e proficuo. Quel materiale non andrà mai buttato: chissà che da un racconto momentaneamente accantonato non venga fuori un alberone di romanzo: a volte succede...