«Il Mucchio selvaggio»,
27 marzo 2001
ENRICO BRIZZI & LORENZO MARZADURI
NEL NOME DEL ROCK
di Maura Murizzi e John Vignola
Si può amarlo o meno – e sull’argomento ne leggerete
ancora delle belle, sempre su questo giornale, ma L’altro nome
del Rock (Mondadori - Strade Blu) di Enrico Brizzi e Lorenzo Marzaduri
ci sembra un’opera significativa: rappresenta un’occasione
interessante per affrontare il “rock” da una angolazione “obliqua”,
più attitudinale che strettamente tematica, colta al volo da parte
di uno dei nostri giovani romanzieri maggiormente noti e di uno scrittore
con un’ampia ed apprezzabile produzione libraria alle spalle. Nell’intervista
che segue abbiamo cercato di portare i due autori fuori dalla consuetudine
di un domandare e di un rispondere eccessivamente formale ed irrigidito,
augurandoci di aver fornito un modestissimo contributo allo spirito che
anima il loro progetto.
Come è nata l’amicizia e la collaborazione tra
di voi? Siamo abituati a firme multiple per canzoni, regie, sceneggiature,
ma più difficilmente accade per i libri.
Enrico: Massimo
Canalini di Transeuropa ci ha presentato nel ’92:
stavo consegnando le prime cartelle di quello che sarebbe diventato Jack Frusciante:
lui l’ha fatto leggere a “Marza” che era un suo autore.
Lorenzo: Cartelle
talmente “avanti” che colpirono
Canalini, persona estremamente riservata e molto cauta nei giudizi, al
punto da spingerlo immediatamente a darmele in lettura. Effettivamente,
la roba che lessi mi sembrava assolutamente folgorante... Alla fine,
il libro è nato in base a un’amicizia reciproca, e da un’idea
di Enrico: lui era nella posizione di poter “chiedere”, io
no. Di sua iniziativa propose un lavoro scritto a quattro mani a Baldini & Castoldi,
che disse no. Quando anni dopo è passato a Mondadori, che ha accettato.
Aveva voglia di fare una cosa in leggerezza, come quando si fa una session
tra persone che suonano bene assieme. Molto si è sviluppato da
tante conversazioni, da tante discussioni, partendo da una stima reciproca,
amicizia, collaborazione, professionalità, lavoro, impegno.
Da lì è venuta anche l’idea di costruire
otto racconti con i personaggi che si richiamano al loro interno...
E.: Questo è successo dopo. Volevo
scrivere insieme a Loris perché volevo scrivere delle storie sul
rock: oltre all’amicizia e alla stima che ho per lui, Loris è un
archivio mobile del rock’n’roll degli ultimi 40 anni. Non
volevo fare un romanzo, ma mi interessava lavorare su tante storie diverse:
ho sempre ammirato molto la sua capacità di chiudere i racconti...
L.: Ah, ma sapessi che invidia che avevo io
a vedere come ti uscivano tre/quattrocento pagine in sei mesi, come per Oscar
Firmian...
Rispetto ai libri targati Enrico Brizzi,
in questi racconti ho notato una scrittura più controllata,
quasi più secca. È una
cosa dovuta all’intervento di Lorenzo o è un’evoluzione
tua?
E.: L’idea di rifarsi a una scrittura
più classica c’è: in particolare gli autori che entrambi
abbiamo tenuto presente mentre lavoravamo a L’altro nome del
Rock sono stati Carver, Hemingway e Flaubert, per la potenza e il
controllo formale della frase. A ogni snodo delle narrazioni ci siamo
sempre detti: come l’avrebbe scritto Carver? come l’avrebbe
risolto Hemingway? Qualunque cosa si noti, non penso sia dovuta all’intervento
di Loris rispetto alla mia scrittura: se si è voluta creare una
miscela in una certa direzione era perché tutti e due si voleva
arrivare lì.
L.: Carver ed Hemingway sono stati veri e
propri manuali di lavoro, condivisi da entrambi.
E.: Se
ogni libro è un po’ un
disco, credo che questo lo sia in modo particolare: ogni disco di un
gruppo o di un cantante, sia che lavori da solo o in collaborazione,
ha un’unità stilistica che lo distingue rispetto agli altri:
ecco, l’idea stavolta era proprio di cercare quel tipo di sound,
controllato e “classico”, se vuoi.
Nel vostro libro si parla di musica e rock più come chiave
per definire l’appartenenza a una determinata categoria di persone
che come mestiere. O comunque prevale la versione languida e dolente
del rock piuttosto che quella urlante e vincente...
L.: A
me i personaggi di questi racconti non paiono dei perdenti: non sono
dei vincenti secondo la logica imperante del termine, quella della globalizzazione,
o della new economy. Forse un tono languido c’è. Abbiamo
cercato di vedere se era possibile ascrivere al modo di interpretare
il rock non soltanto un certo tipo di sentire. Il personaggio di Numbers And Faces scopre
con languore di aver perso determinate cose importanti: tutti, più o meno,
scoprono di aver perduto qualcosa, però tutti più o meno
trovano qualcos’altro, di salvifico. In questa situazione il rock
si è posto come una sorta di esperanto, di compagno di strada,
di colonna sonora di un’esistenza.
E.: Per come suonavo io, arrivare a un punto
di carriera come Raul Ketama di Numbers And Faces sarebbe stato
il trionfo vivente coi piedi...
lo mi riferivo piuttosto al racconto intitolato Colpevole
solo d’amarti, in cui il gruppo rock va in tournée
in Albania e diventa celebre a causa di un rapimento, più che
della musica che suona...
E.: Ma gli
artisti che vediamo in tv vivono davvero così: fuori dagli studi televisivi devono andare a fare
pianobar o magari una tournèe sponsorizzata in Albania...
Questo vale anche nel mondo della letteratura: a parte alcuni
casi fortunati come il tuo, per il resto si vive di altro...
E.: lo
mi tocco, se non ti dispiace! (..., Ndl). Sul fatto della musica evocata
senza insistenza sulla terminologia, credo che sia semplicemente perché la musica in questo libro è vista
davvero un po’ più da dentro, e quindi per forza di cose
in assenza. Un po’ come il sesso: chi è che ne parla tanto?
I ragazzini tra i 14 e i 16 anni, che probabilmente ne fanno meno di
tutti. E così è ovvio: quando la musica è il tuo
pane quotidiano non c’è il compiacimento di usare la terminologia
specifica o che altro, quando una cosa è il tuo mestiere, non è per
te una novità ogni giorno. Magari colpisce di più le tue
impressioni un caffè macchiato che bevi al bar che non andare
a fare l’ennesima session da turnista. Non è più la
musica vista dal diciassettenne di Jack Frusciante che dice “WUAHH
si spalanca il Pantheon dei musicisti più noti e meno noti ma
tutti comunque avvolti dalle fiamme dell’eroismo”...:
si tratta di gente che in alcuni casi suona perché ha il sacro
fuoco, in altri casi suona come farebbe l’impiegato.
Infatti: il rock è protagonista di questi racconti alla
stessa stregua dell’Amicizia, dell’Amore, o del Tradimento...
E.: È una cosa che vale per tutti i
libri: se non ci sono l’amicizia, l’amore, il tradimento
ecc. di cosa cazzo parli? Che cos’è che interessa veramente
della cosiddetta vita: emozionarsi, spaventarsi (il meno possibile),
quant’è meraviglioso incontrare qualcuno che non è nato
con te, non è cresciuto con te ma con cui hai delle cose in comune,
trovare dei linguaggi comuni. Credo che dal primo volume della Abele
Press ai tempi di Adamo ed Eva ad oggi tutte le storie parlino di
questo: lo smarrimento di trovarsi di fronte alle gigantesche steppe
dell’Asia per i Greci, viceversa per i Tartari arrivare in una
città da 100.000 abitanti: lo stupore, l’avventura, l’amicizia,
il sentire: sempre le stesse cose.
L.: Il rock
qui è presente non soltanto
come legame fondamentale, come fil rouge dei racconti, ma anche il testo è strutturato
come un album: all’inizio l’idea era quello di farlo come
un doppio vinile, con quattro facciate di studio, live, cover, jam session.
L’idea era persino quella di fare una specie di monstre, e
mettere dentro tutto, come in certi lp storici: il White Album dei
Beatles che conteneva qualcosa come 38-39 maniere diverse di fare canzone
rock addirittura sembrava volerle esplorare tutte quante con varie possibilità.
A poco a poco si è imposta una sintesi: abbiamo scelto otto storie
più una, con personaggi che, non a caso, sono sempre gli stessi:
non avevamo interesse a mostrare il paese reale del rock, ma nove personaggi
che potessero condividere una musica, un’energia, un sentire “in
tema”.
E.: Oltre alla prima idea normativa
di strutturare il libro come un album, in realtà l’impostazione musicale
del lavoro è rimasta. C’è stata la fase in cui si
suonava: ognuno incideva i suoi nastri e poi li faceva ascoltare. Alla
fine i racconti erano trenta: al momento di entrare in studio abbiamo
dovuto decidere quali tenere. Lavoro “insieme” sulla stessa
tastiera del computer ce n’è stato poco, quello in comune
ha riguardato soprattutto la lettura: session numerosissime, ma parecchi
assolo. Poi c’è stata la fase logica del mixaggio: quali
sono le out-take? quali sono i pezzi che non è opportuno che stiano
sull’album? E lì già è partita una bella amputazione,
di quelle sempre piacevoli...
In quella fase avete anche incrociato i personaggi...
E.: Lì siamo stati fisicamente sullo
stesso computer per settimane a rileggere tutto quanto due, tre, quattro
volte, essendo critici per tutta la fase: come quando fai un libro da
solo: a un certo punto te ne devi proprio strafregare del fatto che l’hai
scritto tu e riuscire a dire: qua è melenso, qua è uno
rottura di cazzo, qua è troppo lento, qua ci sono delle assonanze
da serie C2.
Che peso ha avuto l’intervento dell’editor?
E.: L’editor è intervenuto nel
finale, ma non l’editor di Mondadori: entrambi abbiamo sempre lavorato
con Massimo Canalini di Transeuropa: una volta consegnato il manoscritto
all’editore non è stata cambiata neanche una virgola.
Quindi avete fornito un pacchetto già pronto...
E.: Certo,
questa è l’idea di
autoproduzione che permette di andare avanti, altrimenti se ti dovessi
confrontare ogni volta con le esigenze di un editore diverso sarebbe
difficile portare avanti il discorso dell’autonomia.
L.: Alla
grossa casa editrice conviene altrettanto; Franchini della Mondadori
o il signor Pinco Pallino dell’Einaudi
non hanno la possibilità di lavorare con tutti gli autori in uscita
nella collana Scrittori italiani estranieri piuttosto
che StradeBlu o Stile Libero: quando c’è la
possibilità di lavorare con un collaboratore esterno con funzione
di editor riconosciuto dalla casa editrice, loro sono ben contenti, anzi
di solito è un’opportunità assolutamente positiva.
Nel nostro caso, potendolo fare con la persona con cui abbiamo lavorato
diverso tempo, che ci ha fatto conoscere, non c’è stato
alcun problema.
E.: Questa è la terza casa editrice
per entrambi: Transeuropa, Baldini & Castoldi, Mondadori. Tutti e
due abbiamo però sempre lavorato con un solo editor.
Rispetto a quello che sto leggendo in questo periodo (Paolo
Nori, Rocco Fortunato, Tommaso Pincio, Marco Bosonetto...) mi pare
che nei vostri racconti manchino l’ironia e il grottesco, o perlomeno
manchino in misura massiccia come negli autori che vi ho citato. E
che piuttosto prevalga la malinconia, se non addirittura la tristezza,
dato il finale poco lieto di qualche racconto. È un vostro stato
d’animo o solo una scelta narrativa?
E.: Secondo
te non c’è ironia
in un racconto come Il capitano della Reginette One?
Se deve
essere una continua richiesta di “Scusate, non so fare
tanto, ridiamone insieme” chiaro che non mi interessa, poi gli
autori che citi per me sono dei nomi e delle recensioni perché ancora
non li ho letti, e magari sono persone capacissime. La cosa a cui mi
sembri alludere tu è una richiesta di complicità maggiore
col lettore. Di quello non c’è fregato assolutamente nulla
e per questo direi che nel libro non c’è. Non sono affatto
d’accordo invece sul fatto che L’altro nome del Rock non
sia ironico: secondo me Il Capitano della Reginette One è il
trionfo dell’ironico-grottesco; Inalare, espirare nel
dramma che descrive, nello sdoppiamento del protagonista, prende quasi
i registri del comico.
L.: Mi dispiace se l’ironia, che è sempre
stata qualcosa che ho avuto ben presente e che ho cercato di adoperare
come strumento operativo, stavolta non è venuta fuori. Non me
la posso cavare dicendo “No, non mi interessava”. Per quel
che mi riguarda, era ironica un’operazione come Rito mortale, anche
se può sembrare agghiacciante: unire una storia degli anni ’20
in California e negli anni ’80 a Bologna prendendo tutti i personaggi
del genere, capovolgendoli come guanti, fare un noir dove non muore nessuno
perché l’unico morto che c’è si ammazza da
solo. In Un momento, non hofinito c’è un
tipo che coinvolge la moglie in una visita ad un suo vecchio amico di
vent’anni prima, e poi tutto va a puttane: la situazione, il dialogo,
la cena e viene fuori anche che il protagonista probabilmente ha perso
anche l’impiego perché ha dovuto spiegare alla moglie del
datore di lavoro che era lui con la sorella e non il marito con l’amante
sulla macchina (!!, Ndl). Non mi sembra un racconto pregiudizialmente
privo di ironia. È un’ironia che forse ha un linguaggio
diverso degli autori che hai citato, che non ho ancora letto, sicuramente è su
un altro livello.
Quella che c’è in questi testi è soprattutto
autoironia: da una parte l’impossibilità di fare un’autobiografia
perché tutti quanti hanno delle esperienze abbastanza ordinarie
(Bosonetto), dall’altra l’autobiografismo “deteriore” di
un ruspante musicista rock (Fortunato).
E.: Di Fortunato ho letto ieri la recensione
su Rumore: dall’idea che mi sono fatto, mi sembra di trovare
delle eco di Jack Frusciante in molte vicende, come tipo di
approccio. Perché uno dovrebbe trovarsi otto anni dopo in quello
stesso posto?
Infatti, il tuo primo libro è responsabile di aver alimentato
un fenomeno che è proprio quello dell’autobiografismo...
Enrico: Presumi
in qualche modo di crescere, o comunque oggettivamente ti sposti, ed è ovvio che non potrai
restare nello stesso posto a fare il simpaticone che a 17 anni scrive
la storia di Jack Frusciante, poi all’università cosa fa?
scrive quella di Culicchia che è Jack Frusciante da grande? Sarebbe
un po’ perverso...
Qual è il vostro rapporto, se l’avete, con gli
scrittori bolognesi: Lucarelli, Vinci, Rigosi, Benni...
E.: Io conosco e frequentoSilvia
Ballestra, che non è bolognese però è vissuta aBologna
un sacco di anni e ha iniziato qui la sua attività editoriale. Il
compleanno dell’iguana è stata la lettura che mi ha
dato proprio la molla per parlare della città, delle proprie storie
vere. Una delle cose più folgoranti che ricordi del volume, oltre
all’idea dell’isola nel cantiere, che è l’università, è che
c’era un tabaccaio in centro, in cui andavo anch’io: fino
a quel momento avevo scritto una storia sola che era ambientata nel futuro
prossimo, una dittatura orwelliana con cacciatore di taglie che combatteva
contro tutti. Quando ho visto il tabaccaio mi sono detto: “Basta,
bisogna parlare di queste storie”. Tempo dopo Canalini di Transeuropa
me la presentò in stazione, io pensavo di dovermi vestire elegante
o qualcosa del genere...
lo citerei quindi Silvia, sia come importanza
della sua scrittura che come approccio umano.
L: Ho
uno splendido rapporto con il più bel
scrittore bolognese in attività che è lui (indica
Brizzi, Ndl): con gli altri non ho veri contatti. C’è stata
negli anni ’80 una cosa che si chiamava Gruppo 13: una specie di
consorteria scrittural-massonica nata non per mia iniziativa, che riuniva
gli autori noir bolognesi, alcuni dei quali si sono scoperti iscritti
d’ufficio dall’iniziativa. Un collettivo per proporsi per
iniziative, per fare antologie nelle case editrici, per avere visibilità in
modo che quando si parlava di uno si finisse sempre col parlare degli
altri.
E.: Più che altro perché parlando
degli altri si finiva sempre col parlare dell’uno!
L.: Il
progetto è nato dal più anziano
che veniva da due flop... Di fatto l’intenzione era di cercare
di mettersi in evidenza con gli assessorati e l’amministrazione
locale per Bologna Capitale della Cultura, per avere in gestione questo
o quell’altro...
E.: Ci sono delle figure
che si muovono a metà tra la scrittura e l’amministrativo
direttamente.
L.: Ci sono degli autori assolutamente mediocri,
assolutamente insignificanti, gente che fa fatica a vendere 1200 copie,
che ti ritrovi dappertutto, e poi di fatto per raccattare niente a volte,
le briciole da ufficio da canarino di amministrazione, di portaborse.
Ti posso garantire che non ne ho mai voluto mezza, a certi livelli non
mi interessa: non frequento, non partecipo.
E.: Molto
spesso si dice: “Ma uno che
scrive come fa? O ti consacri completamente, oppure devi avere un altro
impiego”. Secondo me fare un altro lavoro che sia un altro è assolutamente
necessario in certi casi, non compromette niente, a parte il tempo che
hai. Invece, se sei nella mentalità di una specie di piazzista,
la tua scrittura che cazzo di sincerità può avere? Forse
l’ironia, ma quella comprata dal grossista a sacchetti da cinque
chili. Scrivere vuol dire mettersi in ascolto, farsi trascinare da storie,
seguirle, onorarle, metterle sulla carta nel modo più degno rispetto
alla maniera nitida e senza parole che ti è venuta in mente all’inizio.
Hai pensato qualcosa in un pomeriggio e poi ci metti due anni a scriverla
in maniera soddisfacente. Se nella tua vita ti occupi non di fare il
falegname o il fresatore, come èlecito che accada,
ma violenti le parole e le usi come schiave ogni giorno, per dover piazzare
od esserci, la tua scrittura sarà non insincera, ma una merda.
Ecco, l’ho detto...
Siete d’accordo con l’idea che uno scrittore dovrebbe
essere pagato per fare esperienza, per viaggiare...
L: C’è stato un autore che è stato
pagatoper raccontare banalità da viaggio. Erano
del livello di una guida turistica: siccome le scriveva sul paese che
amava tanto, però, vendeva anche quarantamila copie (senza mai
muoversi da Verona). Parlo di qualcuno vivente, non certo di Bruce Chatwin,
che se non altro era un po’ più variegato... Mi ricordo
di una cosa su un’opera che si intitolava Isegreti
dell’editoria, ovvero come fare a farsi pubblicare un libro, edizioni
Oceania di un certo Cotronei. il nome non lo rammento...
E.: Roberti!
L: Non è Roberti, non era il mitico
tritacarne! Era un buon libro, dava delle indicazioni che per la mia
esperienza si sono rivelate verissime. Iniziava con la frase: “Gli
scrittori si forgiano nell’ingiustizia come l’acciaio liquefatto
di una spada” - Hemingway. A me l’idea che qualche cretinetto,
qualche letterato da salotto possa anche soltanto pensare che una casa
editrice, quelle case editrici che magari fanno fatica a tirar fuori
300.000 lire per pagare i diritti d’autore di quello che ha venduto
tre cagate e molte volte si parla di scrittori che forse potrebbero
anche lavorare benino se avessero la possibilità di campare dignitosamente
con quello che fanno, in una situazione del genere qualcuno che
venga a proporre l’idea che gli scrittori devono esser pagati a
me non fa neanche ridere. Pagati per che cosa? per fare i viaggi, gli
anni sabbatici? A me non fa neanche ridere: mi pare una cagata partorita
da uno sciocco che non significa niente.
E.: Fare
il turista a me personalmente piace, però rimango turista, non sono la guida per tutti gli italiani
in quel posto lì, e fondare il tuo testo sulla ricerca dell’esotico è quello
che Carver diceva fare i trucchetti; né più né meno.
Magari uno dovrebbe essere pagato in libri per leggere tanto, ma non
per viaggiare: uno deve imparare a scrivere, non a fare il check in aeroporto.
L: Prendi
i pittori del periodo aureo olandese: non avevano mica bisogno di viaggiare:
Rembrandt non è mai uscito
da Amsterdam. Vermeer non è mai uscito da Leida.
E.: Ma
vale anche l’esempio contrario:
Simenon ha avuto diecimila donne. Ha scritto una pagina, due righe su
cos’è una donna in tutta la sua opera?
L: Ha
replicato all’infinito la figura
di Madame Maigret, che è quello che non ha mai avuto lui, puttaniere
indefesso: l’idea più scontata di tutte della donna vicina,
materna, che capisce, adorante, che porta le pantofole a suo marito,
sottomessa, sempre in piedi ad aspettare. Premure di qualunque segaiolo...
Sua figlia si suicidò, probabilmente perché c’è stato
qualcosa di pazzesco: lei era schizofrenica, pare fosse innamorata del
padre, c’erano state anche delle attenzioni particolari: non voglio
parlare di violenza ma c’è chi dice che tra i due ci fosse
un rapporto parecchio ambiguo.
E.: Nessuna esperienza
o l’essere il
migliore del mondo in una data attività ti porterà a scrivere
soltanto una riga buona: Tardelli è il migliore scrittore di calcio
che abbiamo in Italia?
È anche vero che, almeno a giudicare dalla produzione
degli esordienti, la letteratura è diventata un fenomeno alla
portata di tutti...
E.: Attraverso il fenomeno della fuga dall’Italia
e della figa...
L.: La possibilità di scrivere il primo
buon romanzo credo che l’abbiano tutti, ma lo può scrivere
davvero chiunque. Ho detto buono, non un capolavoro. Il primo libro è sempre
interessante, perché ci metti dentro tutte le energie. I problemi
cominciano dopo, quando scopri che c’è un mestiere da conquistare,
un’evoluzione da seguire, un’onestà di fondo che devi
chiarire con te stesso: leggere leggere leggere scrivere scrivere scrivere
tagliare accorciare ripensare confrontare, se non vuoi fermarti al primo
libro. È il discorso di Andy Warhol che dice: “chiunque
può avere un quarto d’ora di celebrità”. Poi,
al sedicesimo minuto, il tuo romanzo non se lo ricorda nessuno...
Enrico è riuscito in effetti a cambiare con gli anni,
a non scrivere sempre la stessa partitura...
E.: Il
luogo comune: all’inizio la spontaneità,
poi subentra il mestiere. Ci sono tante altre componenti. La cosa contro
cui spero di battermi è l’autocompiacimento, che è in
agguato sempre, nella vita e nella scrittura, che infatti non è un
territorio diverso dalla vita. Tondelli raccomandava sempre: “Scrivete,
scrivete, poi fate finta di dimenticare che l’avete scritto voi,
riprendete in mano tutto e andate giù come se fosse un pezzo di
chi vi sta più sul cazzo di tutti, e siate inclementi. Io ho tanti
miei amici che mi fanno leggere le loro cose. Può sembrare quasi
ingiusto che uno nella mia posizione critichi le autoproduzioni. Ma io
vengo da lì: non sono figlio di Mondadori Arnoldo. C’è una
differenza enorme tra chi, riprendendosi in mano le “carte” e
riscrivendole la seconda volta riesce a fare questo scatto in più e
chi invece pensa “l’ho fatto io, è stata la mia sensazione” e
non ha la forza di sfondare quello che ha fatto. È la differenza
tra chi progredisce e chi no...
Prima Lorenzo parlava di onestà intellettuale: ti chiedo
un’opinione sull’ultimo libro di Eco, che è tuo
professore all’Università...
E.: Giuro
che non l’ho letto. Ma Il
pendolo di Foucalt chi l’aveva letto?
L: lo non riesco ad avere un giudizio negativo
a pelle su Eco: gli sono debitore di alcune paginette lette a 15 anni,
stupefacenti ed irresistibili, come Fenomenologia di Mike Bongiorno,
Elogio di Franti. Cade spesso, è vero, in esagerazioni trombonesche...
Che differenza c’è tra il progetto collettivo degli
ex Luther-Blissett e il vostro?
E.: Semplice:
le nostre sono due individualità che
si incontrano, e che proseguiranno poi per le loro strade, senza escludere
la possibilità di intrecciarsi di nuovo, mentre per loro c’è un
annullamento teorico dell’individualità per fondersi in
un’identità comune di base. lo sono andato a mangiare il
cuscus a casa di un Blissett tre giorni fa, due di loro sono
amici del liceo, facevamo un giornale insieme che si chiamava River
Phoenix.
Ai tempi di Jack Frusciante, ti avevano indirizzato un monito: attento
Brizzi che ti fottono... Quando hanno pubblicato non sono usciti
con foto, nomi e cognomi? Era una volontà di esser fottuti
anche loro per benino, non trovi?...
L: Ai
Luther Blisset devo un pomeriggio di servizio aggiunto, ma molto divertente.
Sono di pattuglia in macchina, la centrale operativa mi dice: recatevi
immediatamente in via Massarenti, angolo via della Rampa perché si è messa a piangere un’altra
madonna (era l’epoca in cui piangevano le madonne un po’ da
tutte le parti, da Civitavecchia in su). C’era effettivamente una
madonnina in un’edicola e questa si era messa a piangere. Il problema è che
c’era una rissa di beghine che avevano già cominciato a
mettersi in ginocchio, a pregare, a portare fiori, c’era traffico
e bisognava deviarlo. A tutti è sfuggita una cosa che mi ha fatto
godere tantissimo: campeggiava accanto alla colonnina un adesivo: This
Is Another Best Performance By Luther Blisset
Che fine faranno i pezzi che non sono entrati nel libro?
E.: La
fine delle out-take nei dischi. Se uno diventa Madonna saranno rarità da B-sides!
Magari un giorno uno finirà per essere produttore dell’altro o
andrà a suonare il basso in un pezzo per l’altro, questo
vale sempre.
L.: Dispiace vedere come racconti di trenta,
quaranta, cinquanta pagine a cui hai lavorato parecchio non potranno
entrare in L’altro nome del Rock, ti rimane però la
soddisfazione, la piacevolezza di sapere che il rapporto con Enrico è stato
e resta fecondo e proficuo. Quel materiale non andrà mai buttato:
chissà che da un racconto momentaneamente accantonato non venga
fuori un alberone di romanzo: a volte succede...