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La famigliarità di una scrivania
Di Marco Giani, novembre 2004.

 

Lo school bus giallo si allontana rombando come un cacciabombardiere, stracarico di teenagers distrutti dal quotidiano gioco al massacro del cambio d’aula fra un corso all’altro. Non dico che la scuola italiana sia chissà che cosa, ma perlomeno è un po’ più umana, il suo concetto di classe… non è una cosa da poco. Ma come al solito ce ne si accorge quando è troppo tardi.

In giro ci sono ancora dei grumi grigiastri, alti fino alle ginocchia, il residuo della nevicata di una settimana fa. Mi dà fastidio camminarci sopra, una sensazione veramente sgradevole, poi quel rumorino che fa la neve sotto le suole… mmmh! A casa non nevica da anni, o se lo fa viene giù una robettina che somiglia molto di più alla pioggia, giusto per illuderci di far parte del mondo civile, quello dove Santa Claus arriva veramente con le renne e i regali. Mi manca, il mio gennaio italiano. Tommi, ai tempi, diceva che è il mese più brutto e insignificante dell’anno: ma stando qua si capisce quanto torto marcio avesse. Andare in giro con quel freddo pungente, pungente ma in un certo modo onesto, che ti fa apprezzare di più il calduccio di casa… e la natura, spoglia ma con dignità, senza nemmeno le foglie a terra, tutte spazzate dalla pioggia e dal vento dei mesi precedenti… Forse “tagliente” è l’aggettivo migliore: un gennaio tagliente, secco e veritiero…Gli americani e la stessa terra dove hanno deciso di piantar le tende non sanno il significato più profondo di questa parola: moderazione. Nevicate così, in Italia, le si vedeva solo nei begli anni del mio arrivo su questo mondo, a metà Ottanta. Qui… tutto normale, tutto allright.

Il vialetto di casa è tuttora vuoto e sgombro, sia di neve che di esseri umani. In effetti l’ora è alquanto insipida, la gente è ancora al lavoro. Siamo solo noi disgraziati studenti che osiamo mettere piede in casa nel bel mezzo del pomeriggio.

Mi ricordo ancora, la prima sera di settembre su quest’erba tagliata all’inglese (sì, in realtà sotto questo strato biancastro lei è ancora lì, rasata e perfetta, a vegetare aspettando la primavera!), con il mio father a raccontarmi di come il prezzo della terra sia molto alto, mentre i materiali da costruzione se li può permettere chiunque. Lui con le mani in tasca nei lunghi pantaloni color kaki, e lo sguardo meritatamente fiero dell’uomo che sa di avere un posto e un luogo che è riuscito a tirar su con le proprie mani; io nella classica posizione di donna interessata ad un argomento, braccia incrociate con una mano penzolante a reggere il bicchiere col cocktail analcolico. Mi sentivo ancora molto ospite, ancora molto alla mia festa d’addio: avevano cambiato sede, ma in fondo eravamo sempre dentro la stessa euforia di chi è sul punto di partire, ma non si decide ad arrivare.

Smanetto sull’antifurto esterno come una pazza scatenata. Se non mi conoscessi, mi potrei anche prendere per una ladra. Ok, possiamo entrare, cara la mia italiana.

- Hi…

Bell’hi, il mio. Un salve al vuoto, che rimbomba per le scale, manco fossi un uomo. Come al solito nessuno. [Nemmeno ‘sta volta s’è svolto il miracolo, tipo qualche fratello ammalato a casa o il papà che si prende mezza giornata di ferie. Ok.] Ora l’obbiettivo è cibarsi, sperando in qualche modo di appropinquarsi verso il commestibile andante, anche se l’impresa è ardua (di certo quello che ho mangiato verso mezzogiorno non s’avvicinava nemmeno di striscio alla sufficienza). Apro quest’aereo che mi ritrovo al posto del frigorifero, e collo sguardo afferro, famelica, la pizza surgelata che la mother deve aver messo lì perché sempre una mamma è, e dunque, silenziosamente, capisce i problemi dei propri figli, naturali o alla pari che siano, agendo di conseguenza. Chiudo il pesante portone blu cobalto, e schiaffo questa brutta riproduzione di una vera margherita nel forno a microonde. Appoggiata al bianco splendente dell’angolo cottura osservo il profumo che lentamente si sprigiona in questa cucina americana… Forse la cosa che fa più sentire la sua mancanza è quell’insieme di odori e di sapori che ti rendono famigliare una casa… Quando cucinava, la mia mamma, diventava un tutt’uno col profumo della pasta al pesto appena cucinata, col sapore impagabile delle michette comprate qualche ora prima dal fornaio sotto casa…

[Il silenzio di un pranzo così, a metà pomeriggio, in queste condizioni. Le mie mandibole che masticano. Abbastanza imbarazzante. Riprendiamo fra un quarto d’ora, ok?]

La scrivania della stanza degli ospiti mi guarda sospettosa, come se i miei libri fossero lì non sistemati, ma appoggiati per un momento da cinque mesi: forse non ha ancora accettato il fatto che, volente o nolente, io e lei saremo compagne di stanza, fino alla mia partenza.

Sono sottigliezze, le cose che ti fanno intuire la benevolenza o meno di una scrivania. Non è che quella di casa fosse granché: ma la sola presenza di una cosa stupida come la ranocchietta-adesivo appiccicata sulla lampada da studio nera marcava bene il campo della famigliarità insita nel mio vecchio angolo di mondo. Oppure le compilation di mia sorella, vecchie cassette un po’ impolverate, con carta ingiallita e inchiostro sbiadito, che nella loro ingenuità salvavano anche la musica dalla banalità e dall’overdose mediatica: ora mi fa sorridere (e anche un po’ inorridire, vista la mia modesta preparazione linguistica involontariamente maturata), ma quel “Dere Straits” (eh sì, con la “e”!) parlava di qualcuno che ci teneva a farla, quella cassettina -anche sbagliando, sì-, e pure di giorni vaghi e lontani, ricordi di un'altra vita (quella di mia sorella) che silenziosamente respiravo e facevo mia dividendo con lei la camera. Chiariamoci, forse è questa la mancanza che sento di più. Prima non è che la sentissi, è proprio che lei, per me, era solo una rottura di balle, e un motivo di litigio: una parte dell’arredo, una parte più viva di altre di quell’organismo ch’era casa mia. Certe sere in cui mi stendo sul letto e inizio controvoglia a studiare, allora sì che sento una malinconia bastarda tirarmi le scapole verso il cuore, e vorrei che qualcuno entrasse a rompere il silenzio chiedendo perché mi sono permessa di rubargli così impunemente il tal vestito senza l’autorizzazione dovuta, o solo domandando che fine hanno fatto gli auricolari.

In questo eremitaggio – scusate se continuo a girare il dito nella piaga, ma questo è uno di quei momenti…- mi sono portata qualche ricordo del mondo: non la cassettina magica dei “Dere Straits”, ma qualche cd suggeritomi dalla sorellina, più altre compilation che i miei amici mi mandano con cadenza mensile dall’Italia, uniche provviste per la sopravvivenza in terra straniera. La più triste è un cd che mi ha fatto Tommi, con su canzoni sia di quest’anno che di quando vivevo ancora nella terra dei padri: roba da radio, nulla di più, quello che si ascolta di solito, svogliatamente, facendo la fila al supermercato. La stanza per qualche minuto sembra diventare un’enclave di Bel Paese, una specie di Campione d’Italia negli States. Poi però arriva “Padre madre” di Cesare Cremonini, e tutto si ferma, alzo la testa dal libro o dal dizionario e tutto ritorna a quella sera…

La litigata con la mamma era stata feroce, al limite di ciò che lo screzio famigliare consente, e probabilmente me l’aveva data vinta semplicemente perché sentiva sulla propria pelle che ero in procinto di partire, ed era proprio vero che io non ero cosa sua, ma sua figlia. “Ma scusa, almeno gli ultimi giorni andiamo dalla nonna, che è anziana e che poi magari non ti vede più…”. No. Ero inamovibile. In qualche modo, ancora col sorriso in faccia della diciassettenne col passaporto appena rilasciato dalla questura, presentivo quello che sarebbe successo una volta qui. Dunque, o mi sparavo l’ultima settimana coi miei amici, oppure sarei crepata di rimpianti, una volta partita: Pinzolo aspettava. (Si, ok, la casa è sul terreno di Carisolo –località Antica Vetreria, a voler fare i pignoli-, ma è così che l’abbiamo iniziata a chiamare, ed è così che è rimasta, nei cuori e nelle parole di tutti noi. Una ventina di case dove la Val Rendena incontra l’imbocco della Val di Genova, fra il Sarca e le cascate del Nardis. La casa della Kina.)

Per la scelta dell’equipaggio mi avevano perfino consultata, quest’anno, “perché tanto sei te che parti, noi ci vediamo quando vogliamo”: e fino all’ultimo giorno prima della partenza per la montagna, ci potevate beccare, a me e alla Kina, con l’esaurimento in testa e liste di persone in mano, con amiche che tiravano bidoni all’ultimo, e amici che dalla Sardegna facevano sapere che cascasse il mondo ci sarebbero stati, anche se con qualche giorno di ritardo per coincidenze di traghetti e pullman vari. Poi la cosa era partita, e ci eravamo sistemati in qualche modo nella casa, io, i miei amici, e i genitori della sottoscritta, più quelli della padrona di casa.

L’ultimo giorno gli altri avevano preparato tutto a mia insaputa. Al pomeriggio si erano chiamati anche conoscenti minimi tipo gente incontrata fuori da messa e parentado trentino per fare una merenda eccessiva, con annessa partita di pallone cui ero stata costretta a partecipare (vabbè, erano le ultime ore, facevo di necessità virtù…). La classica faccenda che i miei amici di sesso maschile sono incapaci di prendere senza la massima foga consentita: uno su tutti, Banana -di solito abbastanza polentone quando c’è sfacchinare da una parte all’altra del campo- che, scartato di tunnel da mia sorella, e colpito dunque per la prima volta nel profondo del suo orgoglio, non ci vede più, la insegue e la fa volare a gambe in aria con un aggancio da dietro. Senza il mio intervento, lei di sicuro non l’avrebbe perdonato nemmeno la mattina dopo, alla mia partenza

Poi la sera tutti a casa “nostra” (oramai io e la Kina ci sentivamo una famiglia) per polenta e salsicce in abbondanza. Canti fino a tardi. Puttanate prima di lasciarsi, baci e abbracci con chi la mattina dopo doveva andare a far la gita tutto il giorno sulle Bocchette del Brenta, e dunque non avrebbe fatto in tempo a venirmi a salutare.

Gli ultimi stavano ancora indugiando attorno al grande albero davanti alla facciata, passandosi svogliatamente il pallone da rugby, al confine fra l’erba tagliata e quella alta della discesa, e io ero finita a parlare con Cristiano, seduti vicino alla finestra con le sbarre agli infissi della cucina. Dentro s’era rinchiusa mia sorella, trincerata fra file di piatti e bicchieri sporchi, per lavare tutto, che qualcuno doveva pur farlo, e “solo per questa sera lo faccio io, ma quando torni sei di un turno in debito con me, capito?”. Aveva allontanato tutti, e per non sentire troppo il peso della solitudine aveva aperto la finestra, giusto per essere ancora dentro la festa, accendendo allo stesso tempo la radio perché le tenesse un po’ compagnia. Ecco, a questo punto era venuta “Padre Madre”, tenue dall’interno, mentre fra me e Cristiano era calato il silenzio maledetto nel quale ti rendi conto che devi iniziare a preoccuparti, perché sei lì da sola con un “lui” quando potresti/dovresti essere con “loro”, o al massimo con una “lei”. Per fortuna Cristiano non si poneva questi problemi, era semplicemente arrivato alla fine del filo del discorso, e con tranquillità aspettava che io tirassi fuori qualche gomitolo interessante, che al massimo lui ne aveva in serbo due o tre di quelli di lana pregiata, molto pregiata…

- Allora? Parti ! Come ti senti?

- Boh. Per adesso molto bene. Magari domani sarò anche triste …

La notte che passa col vento tra l’erba alta giù dalla collina.

- No, è che ti volevo dire solo… Non farti cader troppo le palle, una volta che sei là, in America… ok?

- Va bene, Cristiano, tenterò di non impegnarmi troppo

“Cesgiare” (alla bolognese) che canta a squarciagola “Maaaaaaaaaaaa… Se una canzone che sta al posto mio non c’è... E cooome seeeee… Foste con me…”.

- Comunque, se senti la nostra mancanza, ricorda che noi qui in Italia ci siamo, e portiamo avanti la questione come te, che sei dall’altra parte dell’Oceano. E ti aspettiamo, anche. Noi non siamo morti, non è che tu vai via e noi diventiamo degli eroi di carta, ci siamo ancora. E anche tu che sarai lì, a Washington.

Ecco. L’amico giusto al momento giusto. E sbagliato, al contempo. Quello che ti tira fuori di gola ciò che non avresti mai avuto il coraggio di ammettere con te stessa. Avresti voluto far fuori la questione dopo. Dopo. Forse anche tardi, troppo tardi.

- E allora?

- E allora cosa?

- E allora come farò?

La pausa della saggezza. Alla nostra età non si è mai saggi, semplicemente si hanno dei momenti in cui si è presi così bene o si è così ispirati dallo Spirito Santo o semplicemente si vede tutto così limpidamente, che le parole escono veramente profonde, seriamente importanti. Rari, come momenti: ma quando ci sono… meglio afferrarli al volo, direi.

- Resta… resta fedele alla nostra amicizia: la mia, quella di Banana, della Kina, di tutti noi.

- Ma come?

- Eh, come non lo so! Lo devi scoprire te quando arrivi lì… Ma tu cerca di capire qual è… il punto, ecco. Cerca di capire cos’è il cuore, il nòcciolo di questa vacanza con noi…

Jacopo che finalmente recupera il pallone da rugby e si gode il suo momento di vera gloria, prima di essere atterrato senza pietà alle spalle da Tommi. Le proteste dell’uno, le facce da “Io? Cosa ho fatto io?” dell’altro. La letizia dello stare assieme che mi passa fra i capelli, e mi fa cadere una ciocca. Ci sbuffo sopra, tentando invano di farla risalire. Due dita a riportarla al proprio posto, una testa reclinata, e un sorriso e uno sguardo al mio amico:

- Qualche suggerimento?

- Questo.

Cristiano che tenta inutilmente di far l’impresa, e rimane con la mano incastrata fra il sedere, la tasca posteriore dei pantaloncini di tela e la lastra di granito che ci fa da panchina. Un sorriso ulteriore me l’ha spillato, perlomeno…

- Alzati! Ma scusa, eh! Se non ti alzi, come vuoi…

- Ok, ok!

Finalmente mi porge il misterioso “questo”. Un piccolo pacchettino –ad esser sinceri: una raffazzonata di carta non meglio precisata, a metà strada fra la velina e quella da forno-.

- Eh, vabbè, la carta… l’abbiamo recuperata in qualche modo…

- “L’abbiamo” chi?

- Io… e un po’ di gente. Non sapevo dove trovarla, così ho chiesto aiuto ad un po’ di persone. Banana mi ha anche aiutato per il regalo. Poi… il resto è mio. Ma il pensiero è di tutti, credo...

Beh, credo sia doveroso. Un abbraccio. Di quelli forti forti. Ci rimane un po’ così, probabilmente. Comunque: i miei capelli giù per le sue spalle, la sua maledetta barba di tre giorni come mille aghi sulla mia pelle, e non so che espressione sul suo volto.

Io in quei giorni vedevo tutte queste cose, guardavo quelle facce, quelle facce da disgraziati, o da sfigati, o da ragazzi normali, e mi dicevo… no, non è vero che me lo dicevo, ero ancora troppo dentro l’euforia per dirlo, e forse, al pensiero, buttavo tutta la responsabilità addosso al fatto che quando si è giovani & d’estate allora le cose vanno sempre per il verso giusto, a meno di particolari condizioni sfavorevoli. Ma ora vedo tutto da lontano, come dal Brenta giù verso l’imbocco della Val Genova, e riconosco che, se Dio c’è, come mi hanno insegnato i miei e come credo “sulla fiducia”, allora era lì. Non è che vedessi Madonne in giro, anzi, i momenti di scazzo c’erano. Ma anche nei momenti migliori con le “altre” persone, io non ho mai provato come in quei giorni questa cosa: che cambiavo. Che era tutto un turbinìo di cose, di gente che continuamente veniva lì e mi diceva “oh, allora, come va?” e “riprenditi!”, e poi… e poi la mattina venivano quelli oltre al fiume e ci svegliavano buttandoci le pietre sulle persiane con la Kina che si incazzava perché gliele stavano scrostando di buon’ora, noi ci svegliavano in fretta, ci beccavamo il mazzo perché non c’eravamo presentati all’appuntamento alla chiesetta, poi scendevamo verso lo spiazzo dove le folle di vecchietti si riunivano la domenica mattina, e nel freddo salutare delle otto e mezzo recitavamo le Lodi Mattutine, nonostante gli inevitabili sbalzi di voce – soprattutto maschili…-, dato l’orario. A ripensarci, a questa cosa… Prendiamo le mie coetanee a stelle e strisce –ma non è che con le mie compagne di classe fosse tanto diverso-: tutte, tutte tentano di farti dimenticare o – nel migliore dei casi – di sviare il discorso da… non so, forse definirlo l’essenziale è il meglio che mi riesce, e perdonatemi se non sono una poetessa, ma spero d’essermi spiegata. Invece, ai miei amici, questo importava. Oh, c’è molta altra gente con la quale sono anche più intima, se potessi avere i soldi per qualche chiamata internazionale a due o tre mie compagne… Ma intima in quel senso, non per modi, ma quasi per essere, ecco, così io non ho mai incontrato nessuno. Ecco: ed ora provate un po’ ad immaginare cos’abbia voluto dire, passare da questo all’America sempre amata e odiata…

Sono sola, in questo cantuccio, oscuro buco di trincea (e senza manco la mia ranocchia, poffarbacco!), ma per fortuna i rifornimenti arrivano, e anche generosi. A me, per il primo mese, dal cadere nella malinconia forte e crudele che m’ha afferrato dopo la fine dei festeggiamenti per il trasferimento, mi ha salvato una cosa veramente stupida, a pensarci bene: una specie di poster auto-prodotto da Jacopo, con su una nostra foto sulla spiaggia di Rimini, gigantesca, più altre di vari amici e gite di classe a coronare attorno; e in mezzo, scritta a mano con il rapido verde, una frase di tale Testori (“Non sai chi è, vero? E’ uno scrittore milanese che bla bla bla…”: deve sempre e comunque far pesare il fatto che lui legge, e noi poveri ignoranti no). Le iniziali di parola sono fatte benissimo, una cosa commovente, tutte rifinite come miniature medievali, opera non certo di Jacopo, bensì del suo degno compare Bauz, che finalmente inizia a far comprendere al mondo e ai suoi che la retta dell’Artistico è pur valsa a qualcosa: e dentro questi ghirigori e ornati vari ci sono, quasi microscopiche, mille e mille frasi, da citazioni famose di canzoni a espressioni entrate nel mito della compagnia. Ci ho messo quasi due ore, la prima volta, a leggere tutto.

La foto ha un che di pacchiano, non fosse altro per le nostre espressioni: io in una delle mie rare pose non serie o comunque neutre, lui che -come al solito, quando è davanti all’obbiettivo- sceglie una delle sue facce da idiota migliori. Ma oltre alle espressioni, è anche un po’ per lo shock di vedere le nostre teste così gigantesche… ma c’è qualcosa di veramente tenero, di bello, così tangibile che potresti tirarlo giù a schiaffi dalle guance di Jacopo, che di per sé non è certo un Adone… Dov’è che li trovo, qua, due amici così -coi quali in fondo, finchè eri in Italia, non hai nemmeno parlato troppo- che ti vengono a fare un regalo del genere? Dove, escludendo da subito la “pista spasimanti” – dato che Bauz è assieme alla Kina, e Jacopo muore ancora dietro ad una mia compagna di classe…-?

La frase del “famoso scrittore milanese”, sconosciuto ai più e pure alla sottoscritta, fa così: “Uno sguardo invisibile… e sempre quel motivo dolce, e il vento leggero della sera, il freddo della ringhiera nel palmo della mano, e un grido lontano, tremendo, dentro il cuore, alle orecchie”. A me piace un sacco. Mi ricorda l’ultima volta in camera mia.

Nonostante l’aereo che rischiavamo di perdere, io e i miei avevamo dovuto fare tappa a casa a sole tre ore dalla partenza, perché papà aveva dimenticato alcune carte non si sa dove. Così, mentre la mamma s’era concessa dieci minuti in bagno per rimettersi a posto prima della classica scena strappalacrime in aeroporto, io, quatta quatta, m’ero rintrufolata in camera con il poster. Tutto era già nell’ordine pressoché perfetto della mummificazione di interni, e non è che la cosa mi facesse star troppo bene. Sembrava di entrare nella camera di un figlio rapito o dato per disperso in guerra: tutto a posto come l’ha lasciato lui, perché magari un giorno… Dopo aver controllato, con le ginocchia sul materasso, che la posizione che avrei assegnato al poster al mio ritorno fosse compatibile con la sua grandezza, m’ero guardata in giro, un po’ spaesata e un po’ con la voglia mica tanto celata di stringere a me ogni oggetto che non ero riuscita a far entrare in valigia… ma poi, visto che non si poteva, non avevo trovato di meglio che affacciarmi sul cortile.

E’ un balcone semplice, il mio, la classica ringhiera da cortile interno di condominio. La pace regnava su tutto, sui muri gialli, sulle piante della signora Maria, la portinaia, che giacevano in stato di depressione in un angolo, sulle bici di qualche ragazzino troppo piccolo perché io avessi potuto già farne conoscenza… La classica scena da agosto italiano, e intanto la malinconia mi lanciava i primi strali, ed avevo le braccia incrociate appoggiate sulla ringhiera, fredda perché l’ombra presente da quella parte del cortile l’aveva per il momento risparmiata dal caldo. Avrei voluto grattare via con le unghie la vernice rossa, e portarmi sull’aereo un po’ di quella ruggine che si vedeva crescere sotto, perché c’era qualcosa sulla mia pelle che voleva quasi strappare via i nei e i peletti, e lasciarmi lo sfogo degli oggetti traditi. Rabbioso, quasi, lo sfogo.

Eh, già. Comunque sia, Cristiano me l’ha detta & data, quella roba. E in mano, pure, mica storie! Vediamo un po’ cosa offre oggi la casa. MondayTuesdayWednesday, eccoci! John Donne. Uh. Per fortuna non scienze, che già in italiano ci capivo poco, figurarsi in inglese, e a questi livelli…Il libro di letteratura, comunque, ha sempre qualcosa da dire, con le sue 250 e passa pagine, non scherza affatto. Iniziamo un po’ a leggere cos’ha fatto il nostro scrittore, visto che a lezione stavo facendo tutt’altro, assieme alle mie schoolmates

Eh… Eh che palle, come direbbe Banana. Tutto il rispetto e l’amore di questo mondo, ma chi se ne frega del conte di Essex e della sua spedizione a Cadice nel 1596, nella quale si imbarcò anche il nostro amico poetante. C’è di meglio, a questo mondo. Che so, uscire a farsi un giro, anche nella stradina qui sotto. Leggere qualcosa. Una pera di TV made in U.S.A. -no, forse questo non è proprio meglio-. Fare un pomeriggio davanti al poster, e sognare ad occhi aperti d’essere lì, con tutti gli altri. Già fatto –novembre alle porte, nuvole grigie fuori-, potrei replicare… potrei… eh...

Ma no, no. Mi alzo dalla mia sedia ergonomica, sbatto in qualche angolo oscuro della camera le due pantofole, e inizio a passeggiare su e giù per il parquet chiaro a piedi nudi. Fischietto qualcosa. Manca… la musica, ecco. Lo stereo che mi ha fornito la host family è un affare che manco a sognarselo, a casa mia. Ha pure il telecomando. Mmmh… play, eccoti, qua. Chissà che disco è… Ah, il cd della Kina: può andar bene. Tanto, voglio dire, tutta roba strumentale, non c’è manco da pensare alle parole, cosa volete di più dalla vita…

Mi blocco di fronte allo specchio, mentre clarinetti e violini tentano gli uni gli altri di superarsi a vicenda, come puntando verso... Mi blocco incuriosita, come se mi guardassi per la prima volta in vita mia. Alle mie spalle il poster, riflesso quasi a grandezza naturale. Un’altra “me”, in un altro luogo, ma contemporanea, insieme a… No, in fondo, a ben guardare le differenze, come in uno di quei giochini d’enigmistica, tutto è uguale: mi sono giusto spuntata i capelli e… ed ho in bocca, come al solito –oh, non  me ne accorgo mai, tranne quando me lo fanno notare-, il crocefisso intagliato che m’ha regalato Cristiano. Sembro un’idiota, con un pezzo di legno incastrato fra gli incisivi superiori e quelli inferiori. Ecco, non ci sono più i miei amici, ma ho questo piccolo monile aggrappato al collo, e smollo la presa delle mandibole, e mi cade sul petto. E…

Ed è così. Come andare a messa qua, che in Italia mi addormentavo sempre dopo le letture e mi risvegliavo solo all’urlo ieratico del prete “Beati gli invitati…”, ed invece ora ci vado di buon’ora & lena, e inizio a capire, lentamente e grazie a quel pazzo di Father Mel, che alla lenta processione di vecchie signore ci si incanala non per devozione, ma per andare veramente a ricevere qualcuno. [Andare a confessarsi da questo sacerdote cinquantenne mutilato di guerra è forse un modo, il mio modo di “rimanere fedele alla nostra amicizia”? Boh, probabilmente. Voglio dire: l’intenzione è quella]. Certe domeniche mattina è come se tutto venisse su, la delusione di non aver trovato l’America che m’aspettavo, la lontananza… e allora non so bene a chi, ma fra me e me chiedo sottovoce “Vieni… vieni…”, e poi arrivo davanti a Father Mel e a quella cosuccia bianca, e… e nonostante la distrazione e i viaggi mentali dei tre quarti d’ora precedenti, qualcosa arriva.

Giù il crocefisso, lo rispedisco con una manata sotto la maglietta. Mi ributto sulla cara sedia, do un ultimo sguardo al poster e poi mi rigiro, con anche il sorriso in faccia. E via, col John Donne, riprendiamo! Sul libro nero patinato, e contemporaneamente con una preghiera incagliata fra il cervello e i timpani tesi verso la musica. Vieni, vieni…

Comunque, checché ne dica la mia scrivania, io qua, in qualche strano modo, mi trovo a mio agio. Studiare così, con la spianata di tetti imbiancati perché innevati che quasi t’accecano di luce fuori dalla finestra, il silenzio di un pomeriggio dove tutto sembra preparato per fare quella cosa lì, e l’affetto dei tuoi che t’aspettano, e fra qualche riga finisco la biografia e inizio a leggere i versi… Non avrai la ranocchietta, ma ci sai fare anche te. “Verrà, forse già viene/Il suo bisbiglio”.

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Marco Giani

Marco Giani nasce nel 1984 a Gallarate, dove l’hinterland milanese e i boschi (elvetici, in lontananza) si danno battaglia. Sin da giovane scrive, canta e produce fanzine bianconere: nel tempo libero riesce anche a diplomarsi al Classico cittadino con una tesina sull’anarchia. Nel frattempo vince qualche concorso di racconti e si trasferisce a Milano per frequentare Lettere Moderne. Scrivi a Marco