di Giulio
Milani*
Introduzione
Grazie
agli studi letterari e antropologici di René Girard,
abbiamo la possibilità di rileggere l’opera totale
di Pier Vittorio Tondelli – comprensiva del suo magistero
di ideatore e curatore del «progetto Under 25» inteso
quale «inchiesta letteraria, non giornalistica, sul lavoro
culturale e sulla creatività scritta dei ragazzi italiani
di oggi» – tramite il suo più proprio fondamento,
ovvero sia quel che vi è di più illuminante e adatto. E
a tale proposito credo tuttavia sia giusto porsi, preliminarmente,
un’obiezione, con l’intento dichiarato di superarla. È vero
che le categorie universali poste in campo dal pensatore francese,
da questo teorico non propriamente istituzionale dell’”unità del
genio romanzesco”, hanno
per statuto un’applicabilità generale non riducibile
a questo o quel (grande) narratore, a questo o quel romanzo;
tuttavia, allo stato attuale della ricerca condotta sulla vita
e sull’opera dello scrittore correggese, è possibile
affermare che Tondelli conoscesse, e consapevolmente applicasse
queste stesse leggi, in una gamma quasi inesauribile di occasioni
legate all’intero complesso della sua produzione letteraria. Ora,
non è questa la circostanza più adatta
per dar prova d’una tale affermazione, dovendo contentarci
di ricordare, per il momento, che l’opera di René Girard
era in ogni caso conosciuta e studiata da Tondelli fin dai tempi
in cui frequentava l’università di Bologna. Ma
se tale affermazione è esatta, se la ricerca condotta
fin qui coglie davvero un suo frutto, per via della ricorrenza
di alcune figure o comunque per l’apparire di ”stereotipi”,
come li definirebbe Girard, di schemi e situazioni e persino
vocaboli chiave che si presentano con determinate caratteristiche
e nell’opera di Tondelli ritornano in occasioni differenti
entro un unico orizzonte di senso, chi come noi avesse in animo
di porsi nella prospettiva d’individuare le meno incerte
tra le corrispondenze che qui si sostengono, potrebbe, già a
partire da queste prime e sommarie indicazioni, tentare di rintracciare,
per esempio, quella griglia di interpretazione, lettura e «ricognizione» dei «reperti» – letterari
e non – alla base del «progetto Under 25»,
i cui esiti si situerebbero, secondo le parole del suo promotore, «a
metà strada fra un’inchiesta di sociologia culturale
e un discorso specificatamente letterario».
Un’interpretazione di Emilio ’87.
[…] Nel racconto [Emilio ‘87 di Andrea Demarchi],
se pure l’innocenza di Emilio resta sulla pagina con la forza
di un monito non aggirabile - e qui vi è lo "scarto" in
senso non sacrificale e dunque evangelico, che il giovane autore
fa fare alla narrazione e che porta Tondelli a parlare di "martirio" e
non di sacrificio - allo stesso modo è posta l’intuizione,
l’intenzione di chi scrive del fare di Emilio esattamente
questa caduta ulteriore, cioè la parabola di uno che
se le va a cercare. E in questo, lo scrittore - per quanto
all’epoca assai giovane - dimostra un’abilità non
ovvia nella gestione dei dispositivi simbolici di funzionamento
del mito, soprattutto nel mostrarne la capacità, per così dire,
culturale e cultuale di generare i divieti: "La via del centro,
del nostro centro, è praticamente quest’unico corridoio
che fiancheggia la lunga fila dei portici, teatro di passaggio
e vasche di confino, nel senso che oltre un certo limite - che
corrisponde all’enorme piazza del mercato - non si va, si
torna indietro. Come ci fossero le colonne d’Ercole o il
Triangolo delle Bermude."
Eppure, la violenza che Emilio subisce è sporporzionata
a tutte le possibili accuse che la distorsione persecutoria potrebbe
mettere in campo per avallare la fatalità (inevitabilità-sacralità)
della punizione inflittagli.
Secondo la lezione di Girard, questa
presunzione di innocenza è la
protezione (benedizione) sul capro espiatorio che il Dio della "Nuova
Alleanza" assicura a qualsivoglia vittima di contro a tutte
le forme di sacrificio ancora tollerate nel Vecchio Testamento
[vedi il Tondelli che cita Osea, il profeta autore del detto: "mai
più sacrifici"]. Proprio quella rivoluzione cristiana
che nel testo di Demarchi è esplicitamente segnalata nel
passaggio in cui il capro espiatorio Emilio protesta la sua innocenza
e il suo "scarto" rispetto alla lettura sacrificale dell’esistenza
dicendo: "Questa è la parte della mia condizione che
mi angoscia di più, sentirmi perso nel vuoto senza avere
diritto alla fede, a credere in qualcosa o qualcuno; perché quelli
come noi li chiamano "peccatori", e allora io non
so, quando mi metto a pregare, se quello che ascolta è il
Dio che ha fatto gli uomini tutti uguali e li ama indistintamente,
oppure è un Dio che premia e condanna [corsivo nostro]."
E in questo, come sottolinea Tondelli, Emilio davvero è "martire" (cioè,
alla lettera, "testimone") della prospettiva non sacrificale
contenuta nella predicazione evangelica.
Poiché altrimenti, è vero: Emilio cerca in qualche
modo di spezzare la monotonia di questi sabati un po’ tutti
uguali andando a cercare un’emozione diversa, sapendo i rischi
che corre, e in ciò sembra adombrarsi una "colpa".
Persino
le sue "scelte sessuali", scrive puntualmente
Tondelli, “di quella voglia di scandalo costituiscono il
deflagrante effetto”.
Cioè a dire che Emilio è vittima, in primo luogo,
di un’acuta rivalità emulativa nei confronti della
cosiddetta normalità del borgo, ovvero è persona
che in ogni caso vuol essere altro e altra rispetto a come si percepisce
(e ritiene di venir percepita): "Io sì, sarò per
sempre così, non diventerò mai come loro, uno normale,
uno che si deve correggere secondo il loro giudizio. La normalità che
li tranquillizza e li mette in pace con le loro coscienze: io invece
da adesso in poi camminerò a testa alta, fiero come gli
eroi senza macchia e senza paura."
Proprio questa sua esigenza, questo suo desiderio di essere un
altro, porta Emilio a voler fare tutto il contrario di quel che
un ragazzo "normale" della sua stessa età si contenta
di fare, compresa la sovversione degli orientamenti sessuali, che
però avviene - via via rigettando (cannibalizzando) un modello
per il suo contrario, per il successivo - sempre tramite imitazione.
E
infatti il suo mediatore (esterno) del desiderio, il modello che
da Cervantes a Dostoevskij è capace di suscitare una
serenità variabile nel soggetto "mediato" a seconda
dei gradi di esposizione e vicinanza del soggetto desiderante all’influsso
del modello imitato, è con grande lucidità individuato
dall’autore nella costellazione letteraria e cinematografica: "Emilio
avrebbe voluto essere diverso, come i personaggi dei libri o dei
film. Quelli sempre sicuri di sé, infallibili, sempre vincitori
in ogni decisione, in ogni scelta." Nel "desiderio di
essere un altro", ci avverte Girard, è quindi posto
anche il paradosso che induce lo scandalizzato dal desiderio di
rivalsa a incontrare, pur di divenire assolutamente altro rispetto
alla percezione che ha di sé, l’identità totale
col proprio avversario mimetico: e la potenza trasfigurante del
desiderio emulativo davvero non ha, in questo caso, rivali.
Nell’ambito delle "scelte sessuali", per esempio,
lo scandalizzato dal desiderio di rivalsa nei confronti del proprio
modello-ostacolo (ovvero del proprio mediatore del desiderio) finisce
col trovarsi "a fianco" (si veda il Tondelli di Rimini
a proposito di Bruno e Aelred e della "vera natura del rapporto
fra due uomini", pagine 620-21 di Opere. Romanzo, teatro,
racconti, Bompiani eccetera) ciò che prima gli stava combattivamente "di
fronte": disprezzo a tal punto me stesso e la mia mancanza
di autonomia (la mia subordinazione) rispetto a una determinata
figura parentale o sociale di genere maschile che al contrario
di me pare avere una supremazia a tal segno più originaria
e "divina" da orientare e decidere ogni mio desiderio
- compreso quello per le donne - che finisco con l’amare
(meglio: desiderare) tutto l’opposto del mio rivale mimetico,
ovvero partner erotici - paradossale ma logico - del mio stesso
sesso.
Ascoltiamo ancora "Emilio": "Certe volte mi accorgo
di rivolgermi a Dio, di pensare a lui, anzi, in modo eccessivamente
terreno. È come quando sto con un uomo, vorrei stringerlo
e baciarlo e annientarmi nella sua grandezza, disperdermi nella
sua immensità per non esistere più io, come persona,
ma rinascere in un uomo nuovo fatto solo dell’amore che sento
e che chiama, dentro di me. È questo che vado cercando
negli uomini, la forza, la sicurezza, la totalità che in
me manca [corsivo nostro]."
Probabilmente, chioserebbe Girard, non è affatto un paradosso
se "quanto più si cerca il differente, tanto più si
incontra l’identico".
Ben per questo proprio il gioco
della rivalità, proprio
il conflitto delle identità in formazione costituisce, in
questo racconto selezionato da Tondelli come d’altra parte
in tutto il resto della sua produzione, il tema decisivo del proprio
operare letterario.
Tondelli: "Il discorso delle scelte sessuali è sì importante,
fa parte della personalità e del modo in cui ci si mette
in rapporto col mondo, ma sono un po’contrario ad affermare
che la sfera della sessualità sia quella che dà e
decide tutto il resto." Ciò che "dà e decide
tutto il resto", infatti, comprese le "scelte sessuali",
in termini girardiani è proprio la rivalità del desiderio
mimetico e il suo perno, rappresentato dal meccanismo dell’espulsione
espiatoria.
Quanto a Emilio, poi, l’argomento è reso ancor più pertinente
dalla connotazione complessiva del personaggio: Emilio è un
rivoluzionario, un anarchista, un eroe romantico, anche o soprattutto
dal punto di vista delle "scelte sessuali". E conosce
preventivamente i rischi che il mito del desiderio d’identità,
quale (illusoria) attività autofondativa del soggetto, finirà per
fargli correre: “E così ho deciso, quel che ieri mi
faceva paura e mi costringeva a nascondermi in casa e a provare
vergogna come un essere mostruoso, da oggi sarà finalmente
la vita, la ragione, lo stimolo per poter andare avanti, [...]
mi farò attrarre, fosse pure fino a precipitare, da quello
che amo, dai miei desideri nascosti, dall’istinto che sogna
e vive dentro di me.”
Ma tornando brevemente a Renato, come pure ci suggerisce Demarchi,
essendo questo personaggio in certa misura consapevole della ”caccia
alle streghe” che finirà per colpire Emilio, con la
sua testimonianza saprà evidenziare gli elementi di crisi
e gli stereotipi persecutorî e vittimari in essere: «Renato»,
ci spiega Demarchi, «è la voce della crisi, per così dire,
mentre gli altri del gruppo restano prigionieri dei soliti sabato
sera, prigionieri in macchina e d’una macchina che solo Renato,
col suo assorto pensierare “svela”. Questo suo sguardo
rivelatorio, in fondo, mi sembra un po’ la buona notizia
che impedisce al dramma di Emilio di divenir tragedia.»
Cioè a dire, in breve, che la “colpa” di Emilio
non è altro che il risultato di una percezione “truccata” (metafisica
e violenta) dell’identità, le cui regole (implacabili
e oscene) sono sconosciute a tutti tranne a chi, descrivendo l’inganno
di quel gioco [sempre] al massacro che è il tutti contro
uno dell’escalation mimetica, riesce a conservare
le tracce, i segni della violenza appropriativa (e collettiva)
che il desiderio di rivalsa sull’alterità, nella sua
(autocannibalica) progressione dal nulla verso il nulla, ”provvidenzialmente” si
lascia alle spalle: è in tale violenza fondativa della (nostra)
cultura sacrificale e discriminatoria che si nasconde, se ancora
si nasconde, il peccato originale della natura umana, non già (o
non più) nella cosiddetta irrazionalità dei comportamenti
dei singoli, e, tra questi, di coloro che appartengono a ben determinati
contesti. Vera e unica oscenità, questa reciproca violenza
del desiderio (metafisico) di identità tanto esclusivo e
rivalitario quanto al contempo imitativo e scimmiottante, che solo
determinata scrittura è capace (e Pier Vittorio Tondelli è stato
in vita il Maestro nascosto di tale capacità superbamente
applicata alla letteratura) – è capace, si diceva,
per intuizioni e «scartamenti» dalla norma, di rivelare
in tutto il suo chiaroveggente tramonto. Senza mai dimenticare
che la difesa delle vittime – degli ultimi, dei disabili,
dei vecchi, dei malati, in una parola, di tutte le minoranze a
rischio di essere messe in mezzo per il peggio – è frutto
del cristianesimo.
*Giulio Milani, classe 1972, è nato a
Massa Carrara. Con Transeuropa ha pubblicato, nel 1998, il romanzo La
cartoonizzazione dell’Occidente.
Nel 2004, presso
Baldini Castoldi Dalai, ha pubblicato il romanzo Gli struggenti.
Insieme ad Andrea Demarchi, Alessia Maggioli e Massimo Canalini
ha condotto fin qui la ricerca su “Pier Vittorio Tondelli, il suo mondo, il suo
influsso”.
Il presente testo è tratto dal volume Pier Vittorio
Tondelli e il progetto Under 25 compreso nel cofanetto Tondelliana
volume II / Federica in Cina edito da Transeuropa.