«Il Mattino», 19 maggio 2001

VENGHINO, VENGHINO, PROMESSE SU MISURA!

L’impressione del giorno prima, indagando tra i ragazzi del mio quartiere, era che il Centrosinistra avrebbe vinto facile: chi di solito vota a Destra appariva scontento dell’idea di un supermiliardario premier, e molti di quei voti sembravano destinati alla Bonino, mentre la frangia affezionata a Rifondazione si dichiarava pronta a indicare i candidati dell’Ulivo al maggioritario.
Questo per dire in che senso le prime tornate di exit poll ci hanno fatto un poco l’impressione di una candid camera di dubbio gusto.
Ero pronto a scommettere che la Sinistra avrebbe sfondato al Sud, e ciò non è avvenuto.
Ero pronto a scommettere che Alleanza Nazionale avrebbe succhiato voti a Forza Italia, e nemmeno questa si è rivelata una previsione azzeccata: il partito-azienda ha stravinto e si avvia ad assumere le dimensioni della Balena Bianca ai tempi di Andreotti e Forlani.
Questo per mettere in chiaro che genere di politologo - e di scommettitore - vi ritrovate di fronte.
Se devo provare a stabilire in che senso i giovani hanno subito l’appeal di Berlusconi, non mi rimane che affidarmi alle parole dei pochi amici che in effetti gli hanno dato il voto.
Lucius, agente immobiliare, ha votato Berlusconi “perché tanto in Italia hanno rubato tutti, ed è inutile scandalizzarsi se al governo ci arriva uno che, nel bene e nel male, ha costruito da solo le proprie fortune”.
Il Moro è un convinto assertore dell’alternanza, così da quasi dieci anni vota sistematicamente contro giunte e governi uscenti. Dice che solo in questo modo, sentendosi sotto pressione, i politici possono lavorare nel vero interesse del Paese. “E poi se c’è un punto innegabile a favore del Cavaliere”, dice “è che promette di smantellare tutto l’apparato burocratico dello stato. Per chi, come me, sogna di aprire una piccola azienda insieme a due o tre soci, la semplificazione fiscale è una promessa che non lascia indifferenti”.
“Siamo in una fase delicata”, sostiene Andrea, ristoratore affezionato al Milan e ai fondi Mediolanum. “In Europa ci ridono dietro, proibiscono i nostri cibi tipici senza che nessuno, giù a Roma, osi fiatare. Ci serve un governo con una marcia in più, non aggressivo ma molto deciso. L’Ulivo è felice che noialtri proseguiamo a fare i cagnolini della Germania e della Francia, mentre il Cavaliere ci tiene sul serio, a un’Italia forte”.
A parlarci un poco, con gli elettori del Cavaliere, provi la sensazione straniante di una storia d’Italia riscritta per omissioni, dove Licio Gelli appare nei panni di un alchimista folle, senza veri legami col mondo politico; in questa nuova e scintillante vulgata, la bomba che il 2 agosto dell’80 fece tremare la nostra città viene narrato come il colpo di coda d’una banda di cani sciolti, e il fatto che le leve del potere politico ed economico finiscano nelle mani della stessa persona non desta alcuno scandalo. “Non era un economista anche Prodi?”, ti obiettano quando fai notare che una questione del genere andrebbe affrontata con prudenza.
Determinati assunti, più comici che inesatti (“il paese è stato per cinquant’anni nelle mani dei comunisti”, ad esempio) ricorrono nelle parole dei giovani elettori del Cavaliere con una frequenza paragonabile unicamente alla ripetitività con cui questi slogan sono stati diffusi. Finito in naftalina il milione di posti di lavoro, sono ancora gettonati i temi della sicurezza, della Magistratura in mano ai Rossi e della necessità di porre un argine alla immigrazione clandestina.
Io sinceramente non penso che milioni di Italiani si siano messi a ripetere a pappagallo gli slogan di Emilio Fede, così tanto per fare.
Mi sembra più probabile il contrario, e cioè che i ghost writer di Forza Italia abbiano fatto pratica origliando, al bancone del bar e in coda al supermercato, i discorsi della gente che sembrava loro perbene. Lo puoi ascoltare sui taxi e sugli Eurostar, in che senso c’è chi tornerebbe alla pena di morte da subito, e c’è poco da stupirsi se il borgataro, il vero proletario di oggi, vota per la coalizione di un supermiliardario. Questo è il mondo che ci circonda e, chiunque ce l’abbia lasciato in eredità, è un mondo che non prova più vergogna di niente, se non della povertà.
Siamo divisi, e poiché il mercato ci ha abituato così, ognuno crede di meritare promesse su misura.
Non a caso, le elezioni le ha vinte chi ha promesso di più in tutte le direzioni dell’universo.
Non sono serviti i brogli, è bastato seguire l’esempio di Zelig: diventare operaio con gli operai, imprenditore con gli imprenditori, esperto di calcio in mezzo ad allenatori e centravanti.
Chiudo con poche azzeccate righe tratte da Giap, la rivista elettronica della misteriosa Wu Ming Foundation, che dall’arcipelago dei centri sociali rintuzza la Sinistra: “Ma se ci scandalizza Berlusconi, più o meno regolarmente eletto, quanto più dovremmo stracciarci le vesti per i vari G8, FMI, Banca Mondiale, WTO, OCSE, FTAA i cui membri non rappresentano nessuno e non sono stati scelti con libere elezioni?...”

Enrico Brizzi 2001.