Intervento forum 27 novembre 2002

Mi è capitato sabato di fare un giro in centro e passare davanti al vetusto liceo.
Poteva essere mezzogiorno, o forse l'una, e c'erano le legioni celesti degli sbarbi, in strada e sotto il portico. Chiacchieravano intorno ai motorini e facevano i loro piani per il finesettimana, tutte queste cose che sapete da sempre.
Io ero insieme alla donna a cui voglio bene, e subito ci siamo messi a fare commenti su certi giubbotti fred perry che sembrano andare per la maggiore, e su cosa si prova a passare davanti ai Vetusti Licei quando la maturità e le gite scolastiche sono ricordi di un altro decennio.
Correvano sguardi e voci, tra noi, e correva la voce che quando diventi più grande gli sbarbi ti appaiono una linea di schiuma indistinta stretta tra la risacca del "ma-almeno-quando-eravamo-sbarbi-noi-era-meglio-perché" e la spiaggia brillante di sabbia candida e stronzate propagate dalla tv.
Insomma, non è che mi ci ritrovassi granché, a fissare l'uscita delle legioni dal ventre di aule bigie e corridoi del Vetusto.
Abbiamo proseguito la nostra passeggiata, e il cane legato al guinzaglio che stringevo nella destra ci seguiva volentieri, curioso d'ogni macchia scura sotto le volte di portico che ci conducevano verso via Santo Stefano.
Allora la donna a cui voglio bene mi ha chiesto sorridendo se quando ero sbarbo pensavo mai a come sarebbe stata la mia vita a ventotto anni, e io per un po' ho pensato, e mi veniva in mente solo che a diciotto anni speravo di diventare bassista di una band disposta a girare il mondo in furgone, e immaginavo che con i compagni della band saremmo stati uniti come fratelli, e ci sarebbero state donne e storie divertenti e altre storie da perderci proprio la testa.
Anche lei aveva sogni dettagliati e fenomenali, credo, ma ora mi viene in mente che non le ho chiesto cosa pensava lei, a diciotto anni.
Certo non immaginavo che una casa editrice e poi un'altra e poi un'altra avrebbero pubblicato le storie che avrei scritto.
In un certo se senso -mi dico oggi sentendomi, come chiunque, il Penultimo dei Puri- è un dono ed è un miracolo.
In un altro senso, mi dico con i capelli in fiamme, non faccio che lavorare intorno alle storie che mi vengono in visita, proprio quelle storie che vengono in visita a ognuno di noi. Racconto in modo onesto storie di persone che conosco e storie che mi capitano e storie che mi capitano in sogno. Questo è quello che faccio. E' un dono ed è un miracolo ed è una fottuta missione.
E io sono solo una parodia di duro dal cuore tenero che non dovrebbe passare mai davanti al Vetusto Liceo.
Abbracci per tutti, sbarbi ed ex, da un uomo di ventotto anni. Un uomo -come cantano i Diaframma- non un ragazzo.

E.

PS: Il romanzo è approdato, salutato da festosi colpi a salve, in casa editrice. Si chiama 'Razorama' e uscirà, io penso, in primavera.