«LA BESTIA» n. 1, 1997

MEDIA FEELING

Dopo tre anni di milizia come giovane autore, innamoratissimo agli inizi e poi malvagio martellatore di minorenni, inizio a pensare a un party per il milione di copie vendute tra Jack Frusciante e Bastogne. Dopo anni nel petit cinque, mi sono formato un discreto fardello di dubbi sulla situazione della scena letteraria italiana. Sono anche venuto a capo di qualche problema. Non ho scoperto la quintessenza della buona scrittura, non sono in grado di separare i buoni dai cattivi: la cosa che mi interessa fare qui é semplicemente illustrare il mio punto di vista su un paio di argomenti. Riguardano i rapporti tra chi scrive (narrativa) e chi scrive (sui giornali, ma non solo) a proposito di altri che scrivono.

La Cattiva Eco dei Media.
Si da comunemente per scontato che per il successo di un libro occorrono alcuni passaggi televisivi e una certa agenda di interviste ai giornali. Il primo successo di Jack Frusciante, quando lo pubblicava Transeuropa e la pubblicità si faceva a voce tra amici, sembra proporre un’alternativa concreta alla dieta mediatica, ma è un caso sporadico (in grado di insegnare qualcosa?).
Lo stesso Alan Ford (sì, quello del gruppo TNT!) ha stigmatizzato il grottesco pariolino di certi salotti televisivi. Quelli che trasformano opere talvolta complesse in gags di tre minuti, mentre la vedova disoccupata madre di sei figli illacrima la vostra spalla destra e il prestidigitatore, a sinistra, incalza perché scegliate la carta. Purtroppo molti elementi concorrono a rendere poco equilibrato anche il giudizio della carta stampa. Spesso i libri non sono recensiti da critici ma da sedicenti giornalisti di costume, adatti forse a trovare il legame del testo con l’attualità piuttosto che i rimandi interni ed esterni che il testo contiene.
Questa per me è già una magagna seria, ché la mia ricerca di (giovane) autore (buono & cattivo) va nella direzione di uno scollamento graduale della scrittura dall’attualità.
È come se la scrittura avesse valore in quanto fotografia della realtà, piuttosto che come doppio, mutazione o ribaltamento della realtà medesima.
Una delle conseguenze di questa visione stitica della scrittura è che l'autore e il narratore (o il protagonista) vengono fatti allusivamente coincidere, al di là di ogni ragionevolezza.
È raro che la critica dei giornali specializzati esalti il nuovo autore che riscuote largo successo di pubblico, quasi a frenare un gregge virtuale di lettori indisciplinati, raffreddare entusiasmi troppo repentini.
Ti preparano l’agenda con i compiti delle vacanze, uguale tutti gli anni: prima leggere Petrarca e Joyce, poi i semisconosciuti beniamini del critico in questione. Soltanto alla fine, se avanza tempo, si puo' dedicare una sommaria planata sulle miserie scarabocchiate ultimamente nella Nazione (da un ragazzino, pensate! Da un gay che vive in provincia, pensate! Da una donna che non è amante di nessun papavero della casa editrice, pensate!).
La moda del politically correct, importata nel bel paese in versione tarocca, torna in auge solo ad intermittenza, ma resta la scusa principe in questi anni così suscettibili: ci si può sentire offesi in quanto qualcosa, in quanto facente parte di un certo gruppo o lobby più o meno autoconsapevole.
Neanche all’idiota o al ladro conclamato si può rinfacciare uno status di dubbio prestigio. Le code di paglia amanti del bel gesto civile insorgerebbero, pronte a rivendicare pari opportunità per ladri e idioti, in quanto alcuni sarebbero oggi redenti e quindi non è giusto criminalizzare l’intera categoria.
Un’altra variabile sono i rapporti più o meno buoni (in qualche caso l’identità) tra l’editore del libro e quello del giornale.
Implacabile, sincero e vano come una denuncia contro la polizia, si levi poi il mio grido contro il romacentrismo e il milanocentrismo della comunicazione.
Quando parlo in pubblico, inevitabilmente viene marcato il mio accento felsineo: da zuzzurelloni padani dalle vocali franate all'indietro e trasteverini biasciconi che si credono la misura standard della pronuncia. Bolognese con orgoglio, mi rendo conto di quanto la provincia sia guardata con spocchia dalle nostre due Babylon.

L’autore perde la bussola.
Ho parlato delle malattie della stampa per arrivare a certi atteggiamenti degli autori, perché mi sembra che molto spesso si dimentichino della loro posizione reale, sfumata quanto si vuole da derive continue e nuove fascinazioni, ma non per questo inconoscibile o priva d’interesse.
Capita che per un buffo congegno di specchi, l’autore risponda alle domande, talora disarmanti, degli intervistatori, parlando da una posizione che non è più la sua.
A me interessa sapere cosa pensa davvero l’autore del proprio lavoro, quali suggestioni lo hanno animato, dov’era e con chi quando ha scritto determinate pagine.
Non mi cambia nulla se Del Giudice vince o meno il premio Campiello; sarebbe, al contrario, un gran regalo se ci spiegasse da dove viene la levità di certe sue pagine. Non me ne frega nulla di cosa pensa il tale autore sui giovani, i naufraghi albanesi o l’aumento degli affitti in centro.
Chi è interessato può leggere certi sciocchezzai settimanali o i periodici da parrucchiera portati magistralmente alla ribalta da Labranca.
Voglio l’autore che legge le sue pagine, a teatro, al bar, in discoteca, alla festa dell’Unità. Si è cercato di esplorare in questa direzione con Sub-booteo Experience (Brizzi + DeGlaen, parole da Bastogne e musiche originali), le iniziative milanesi di Luca Testoni (Ballestra con Steve Piccolo, Capossela legge Fante...) e quelle torinesi all’ombra della Biennale...
Voglio l’autore in televisione senza censure, che parla di sé col suo stile, non con quello di un format prefabbricato che va bene per tutti, dai fantini agli oba-oba. Citati con vano puntiglio quando parlano di shampoo e balsami, gli autori si vedono inopportunamente remixati (o tagliati) a proposito di argomenti più rilevanti.
A proposito del tentativo di sfruttamento ai danni degli autori, rimando al corsivo di Arbasino (“Se lo scrittore è come un pizzaiolo”, La Repubblica, 14 marzo 1997) che considero definitivo sull'argomento.
A queste condizioni, assecondare le distorsioni dei media più che faticoso diventa immorale.
Fortunatamente il mio editore si comporta in maniera assai garbata. Non mi fa troppo pesare quella che sembra indisciplina e in realtà è sfiducia nelle spiegazioni troppo semplici. Altrove mi si rinfaccia scarsa disponibilità, mi si accusa di non sfruttare tutte le opportunità. Ci si dovrebbe scomporre? Provare sensi di colpa? Sottoporre forzatamente al rituale dei cachinni GSM? Ciao bello, dove sei? Con chi sei? Dove andate? Tre interrogativi su cui ci si dibatte da millenni ridotti a un questionario gracchiante tra il caffé e il limoncello? Non mi prende molto bene... Liberato il campo da alcuni equivoci, resta il fatto che oggi è una bella giornata di primavera e io non sono per niente pessimista sul futuro della narrativa italiana. Semplicemente, si tratta di capire che la partita vera non si gioca sulle prime pagine dei giornali, né all'interno delle sulfuree classifiche di vendita. Non si gioca nelle riunioni editoriali e nemmeno nei corsivi iracondi di certi critici affetti dalla sindrome di Ceausescu.
C’è qualcosa che parla a ognuno da un luogo lontano e insieme vicinissimo, voci capaci di parlare di vita a ognuno di noi.
Ci sono nemici, spesso inconsapevoli, che portano il discorso su un piano inutilmente spettacolare. Non si dimentichi che viviamo in un paese in cui lo spettacolo per eccellenza resta Domenica In.
Ritengo indispensabile, prima di cominciare un momento nuovo di attenzione per le scritture (nuove, giovani o soltanto di qualità), trovarsi per un confronto su questi problemi che rischiano di falsare tutto il discorso.
Se abbiamo veramente a cuore una creatura fragile come la scrittura, dobbiamo prendere coscienza di cosa ci accomuna nel formare una voce che resterà sempre minoritaria ma non per questo meno preziosa.
Occorre stabilire una volta per tutte quali ingerenze non sono tollerabili, quali punti di vista ci appaiono troppo poveri, su quali spazi e microfoni possiamo contare in quanto autori e non come personaggi secondari di uno star-system italiano che attualmente ci alloggia a poca distanza da Raffaella Zardo & il Merolone.
Il sovraccarico informativo, con il suo riverbero di contraddizioni, rende più difficile e affascinante la nostra deriva.
Al contrario, toglie ogni possibilità a chi resta calcificato in un approccio manicheistico, ridotto allo scontro tra coppie di categorie assai dubbie: cannibali vs. buonisti, pulp vs. Tamaro.
Zoomando all'indietro nel delirio si arriva all’ineffabile opposizione televisione vs. lettura.
Con citazione di Popper, prego, che ormai si può abbinare anche a Il Ras del Quartiere.

Enrico Brizzi 1997.