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-INTRODUCTION
-La divaricazione tra apocalittici e surfisti del kaos
-Un excursus tra le bombolette spray
-Grande è la confusione sotto il cielo della narrativa giovanile:
due approcci fondamentali
-Conclusions
(i) INTRODUCTION
La grande incertezza dei tempi attuali pare risolversi
in una diffusa isteria autoalimentata da tensioni sociali e da una
capillare mancanza di consapevolezza.
Il tuttologo del caso potrebbe spiegare efficacemente come a monte
di questa situazione ci siano macrofenomeni come la dissoluzione
dell’Unione Sovietica e la fine delle ideologie, piuttosto
che la crisi dei ruoli sessuali, la disillusione nei confronti di
un futuro che potrebbe avere qualsiasi forma tranne quella marzapanesca
-ormai è chiaro- dell’era dell’acquario.
L’importante è rendersi conto di come siamo quotidianamente
visitati e contagiati da forme di disagio che vanno dall’atteggiamento
gladiatorio di molti automobilisti alla mancanza di solidarietà
nel tessuto sociale. Siamo sospesi tra l’alienazione da superlavoro
e l’auspicata mobilità lavorativa all’americana
(destino affascinante ma assai poco appetito dagli italiani). Siamo
sospesi tra i congedi al secolo nichilista e i brindisi per un nuovo
millennio che mai è stato così vicino e inconoscibile.
Siamo sospesi tra le autoaffermazioni di potenza individuale ( di
cui le cattive profetesse della libertà sessuale sono splendide
corifee) e l’ospedalizzazione a domicilio tramite terapeuti,
psicofarmaci e maghi d’ogni setta. “Perché, dottore,
posso andare a letto con chi voglio, ma nessuno mi porta la colazione
tra le coltri, buah-ah-ah!”
Le madri sono le migliori amiche delle figlie, i padri dei figli.
Le figlie sono madri delle loro stesse madri scombussolate. I figli
sono padri dei padri disillusi e frustrati che portano a casa pagnotta
e travasi di bile.
Per le strade girano silenziosi gli epigoni dei movimenti giovanili,
gli scaltri teenager agghindati da fiera delle vanità, aggressivi
e alienati un tanto al kilo, e non mi sembra che nè loro
nè le massaie al supermercato abbiano una luce felice negli
occhi. C’è sospetto. C’è tensione. Ognuno
contribuisce all’infelicità altrui.
Intanto i cervelli migliori della mia generazione, assorbite le
sbornie e le albe in riva al mare, si perdono nei cinema e davanti
agli schermi baluginanti dei computer. Nelle strade e nei parchi
non c’è più nessuno. Le piazze sono deserti
in mano a guardie e ladri. Si esce la sera solo per incontrare qualcuno
di prestabilito. La paura e la violenza ci sono compagne tutti i
giorni, e quando dobbiamo pescare le carte degli imprevisti già
ci fasciamo la testa in attesa di brutte news.
La cattiva stampa faccia il suo mea culpa, please. L’allarmismo
ci sta portando alla paranoia.
La sensazione che potrebbe trattarsi di una candid camera globale,
di un Truman show per tutti noi, non è poi così lontana.
Cinquant’anni fa, nessuno avrebbe potuto pensare la stessa
cosa. Cinquant’anni fa si parlava di realtà, non di
effetti di di realtà. Cinquant’anni fa si pensava alla
vita come a qualcosa di indiscutibilmente vero, non di realistico
o plagiario come viene in mente dando retta a certa tivù
o a determinati autori minori cosiddetti d’avanguardia.
Ci si sbrana in attesa di un futuro a sorpresa, ma quali sorprese
ci allieteranno quando saremo a brandelli? Le alchimie, le profezie,
i vaticini? Abbiamo bisogno di così tanta sicurezza, o siamo
soltanto in attesa di una Grande Cosa Nuova, di un nuovo rigore
e una nuova disciplina?
Dietro l’angolo c’è una visione più umana
o un nuovo fascismo? I sogni gentili di Martin Heidegger o le peggio
allucinazioni di George Orwell?
Nella fuga centrifuga di tutti noi c’è una certezza
sola: il positivismo è finito, la fiducia nelle sorti progressive
è svanita, i lumi della razionalità in grado di gettare
luce e mostrare inequivocabilmente la via sono spenti per sempre.
Tirato un sospiro, accesa l’ennesima sigaretta, proveremo
altrimenti.
(ii)
In una serie di recenti incontri
con i lettori, tra sguardi interessati e incoraggiamenti, non sono
mancate anche dure critiche al presunto disinteresse per il sociale
che trasparirebbe dai miei testi e da quelli dei giovani autori
italiani in generale. Critiche provenienti perlopiù da un
ambito preciso: quarantenni-cinquantenni politicizzati, perlopiù
‘gente che ha fatto il Sessantotto’.
Ecco una breve carrellata di queste obiezioni:
“Nei testi è presente più d’una venatura
di satira sociale, ma non viene portata alcuna critica radicale”
“I giovani autori non fanno gruppo. Una volta, INVECE, i giovani
scrittori si coalizzavano in gruppi63 e sette e gabinetti e ogni
scuola portava avanti una sua visione letteraria e sociale”
“Nessun giovane autore si lancia in digressioni teoriche,
dopo che per anni si è dibattuto sulla fine o non fine del
romanzo, sull’opportunità di una scrittura frammentata
o d’avanguardia”.
In poche parole, le critiche vanno soprattutto in una direzione:
voialtri giovani autori non vi sentite investiti del ruolo sociale
che allo scrittore è sempre spettato di diritto, il ruolo
che persino l’ultimo scapigliato rivendicava a pieni polmoni.
Non siamo nè saremo i pastori del nostro popolo. Non siamo
nè saremo guide intellettuali. E quel che è peggio,
di noialtri cresciuti negli anni Ottanta, è che guide e pastori
non vogliamo esserlo. Pensate all’esergo di Rimini di Pier
Vittorio Tondelli, il vero Maestro: è un verso di Joe Jackson,
e reclama il diritto a esser considerato niente più che un
entertainer, senza troppe responsabilità sulle spalle. Ci
consideriamo intrattenitori, sui problemi seri rinunciamo a dire
la nostra. Passiamo la mano, ce la tiriamo un poco, e questo, agli
ex sessantottini, manda davvero in bestia.
Non sfugga che gli ex sessantottini si sono formati in un’ottica
prevalentemente utopista e positivista; non sfugga che la loro ideologia
rappresentava un correttivo idealista ai fasti del boom economico.
Non sfuggano i cori nonsense e i girotondi, non sfuggano l’allegria
goliarda delle occupazioni e il carnevale di gonnoni floreali e
barbe e capelli fluenti.
Non sfugga che chi, come me, è nato a metà degli anni
Settanta, è cresciuto nel segno del tradimento di queste
utopie. Abbiamo visto i nostri genitori ripiegati su se stessi,
abbiamo conosciuto contemporaneamente la scuola materna e il ‘ritorno
al privato’, la disillusione, le bombe nelle stazioni, il
rifiorire di motti fascisti e croci celtiche sui muri delle nostre
città. Abbiamo imparato a uscire la sera in città
in cui la violenza urbana ha la stessa età di Goldrake e
Remì, vecchie città tranquille in cui la piaga dell’eroina
è stata solo miccia per un’esplosione definitiva di
tensioni e aggressività. I più intraprendenti di noi
hanno imparato a cammuffarsi dietro i cappucci delle felpe e dietro
le sciarpe; i più tristi hanno speso l’adolescenza
in casa, vezzeggiati da mamme e nonne che quando guardano fuori
dalla finestra scuotono il capo e dicono: “Che bròt
lavurìr”, oppure “Dove andremo a finire di questo
passo?”
Riguardo al bròt lavurìr, niente da obiettare. Riguardo
al dove andremo finire, è molto semplice: da nessuna parte.
Non sto facendo il nichilista a buon mercato (attitudine con cui
i miei coetanei hanno imparato a convivere alla perfezione, e io
spero, a mitridatizzarla e a reagire). Sto solo dicendo che abbiamo
dai venti ai trent’anni, e che non andremo a finire. Almeno
per un bel pezzo, semplicemente, non finiremo.
Torniamo a bomba agli autori topici degli ultimi anni, e rendiamoci
conto di persona di come la crisi del positivismo e delle dichiarazioni
massimaliste sia un tratto di continuità che abbraccia protagonisti
e poetiche.
Pensiamo ai tormentati personaggi di Andrea De Carlo, perlopiù
disagiati di buona famiglia alla ricerca di se stessi, parlati da
un opposizione impolitica e irriducibile nei confronti dei Regolari
(vedi il rapporto tra il fratello scapigliato e il fratello con
la testa sulle spalle in “Uccelli da gabbia e da voliera”,
vedi il giovane sdoppiato in “Due di due”): l’ansia
e il dolore ci sono compagni, la soluzione non c’è,
o forse a De Carlo non interessa tanto evidenziare i contorni del
problema quanto spingere nella direzione del lenimento: la musica
rock aiuta, l’amicizia aiuta, l’amore è forse
l’unico vero rimedio. La medicina, verrebbe da dire, partendo
dal cattivo presupposto che siamo tutti infelici e bisognosi di
cure.
Pensiamo al magnifico caravanserraglio di voci che ci ha fatto conoscere
Pier Vittorio Tondelli: gli splendidi dilaniati di Altri Libertini,
gli umanissimi soldati di leva in Pao Pao (ma lì la caserma,
istituzione paracarceraria per eccellenza, è forse più
ampio paradigma della nostra sorte di semiliberi), il giornalista
bevitore che si muove tra verità e apparenze baluginanti
nella babilonia casareccia di Rimini, infine il protagonista omosessuale
del capolavoro Camere Separate, intriso di pietas e disperazione,
consapevole come solo un condannato può esserlo della nostra
finitudine e dell’immensa malinconia che si porta appresso.
Pensiamo allo straniamento, alla involontaria comicità e
alla malattia mentale proprie degli antieroi della linea Emiliana
che avvicina Celati e Cavazzoni, Benni e il Francesco Guccini scrittore.
Pensiamo al romanzo di genere, e in particolare al thriller (attrazione
non del tutto casuale, quella per i temi sporchi, per il lato nascosto
delle città): pensiamo a Marzaduri e Lucarelli, ai pìcari
di Cacucci perennemente minacciati da una società irrimediabilmente
compromessa come in Outland Rock e Puerto Escondido.
Pensiamo ai materiali raccolti da Pier Vittorio nelle tre antologie
under 25 ‘ufficiali’ pubblicate in Ancona da Transeuropa,
vera e unica cerniera tra gli autori degli anni Ottanta e quelli
del decennio successivo: i racconti parlavano d’intimismo
e di desiderio di fuga, di sesso iniziatico e di musica rock. I
protagonisti non erano uomini d’azione, ma soggetti tormentati
e autoironici, dandies e punk accomunati dalle meditazioni pancia
all’aria nella propria cameretta chez les parents. Con Giovani
Blues, Belli e Perversi e Paper Gang s’affacciava alla ribalta
una nuova generazione di giovani.
Quelli che si drogavano con nonchalance e gli veniva su la malinconia
quando la brava gente santificava le feste.
Quelli che non avevano rispetto per nessuno e per niente.
Quelli che passavano il tempo a studiarsi l’ombelico.
Niente eroi, please.
Spazio ai losers.
Fiammeggianti fuorisede sospesi tra il punk rock, la bohème
bolognese e la slapstick comedy nei due romanzi di Silvia Ballestra
sull’epopea degli Antò: colonie di giovani dal passato
vernacolare e il futuro immancabilmente incerto, vicini all’anarchismo
dei centri sociali e ispirati da Lando Buzzanca nelle avventure
galanti.
L’inane e umanissimo obiettore Walter nel notevole Tutti Giù
Per Terra, esordio solista di Giuseppe Culicchia.
Una raccolta di racconti, Indianapolis, porta alla ribalta l’ex
under 25 Romolo Bugaro, forse la voce più lucida della propria
generazione. Nel recente La Buona E Brava Gente Della Nazione i
protagonisti sono giovani professionisti disillusi della Padova
bene. Ricchi e irreprensibili, dilaniati dentro. Losers cresciuti,
o forse losers integrati. Negli anni Novanta non serve essere barbudos
nè alzare barricate contro il mondo degli adulti. Il mondo
degli adulti è ovunque. Non vuole schiacciare la giovinezza,
l’ha direttamente vampirizzata. Nei costumi e nell’approccio
esistenziale massimamente incerto, nella mobilità sentimentale
e nel teatrino delle notti bianche.
Ho citato Ballestra, Culicchia e Bugaro perchè li ritengo
per evidenza eredi di Piervittorio Tondelli e allo stesso tempo
pionieri d’una nuova scrittura emotiva, leale e non rappresentativa,
ambito in cui si sono inseriti via via Andrea De Marchi con il cultualeSandrino
E Il Canto Celestiale di Robert Plant , il Tiziano Scarpa più
concreto e meno coreografico e, ultimo in ordine d’età
ma non di pubblicazione, il sottoscritto.
Nè volgari cannibali nè catatonici cercatori del sublime,
a dispetto delle etichette giornalistiche ed editoriali, i narratori
citati non costituiscono una scuola, nè si pensano come un’unità,
ma rappresentano senz’altro una nuova area fertile della narrativa
italiana. Il multiforme interesse della critica e un buon riscontro
di pubblico impediscono d’ignorare le loro istanze. Non so
se siamo in grado di tastare il polso alla nostra generazione, certo
non ne siamo i portavoce, ma qualcosa dei nostri coetanei abbiamo
saputo raccontare.
Quello che mi propongo nel prosieguo della mia riflessione è
raccogliere le tracce di una nuova attitudine nei testi dei giovani
narratori di cui sopra, un approccio che a mio parere costituisce
una diversa risposta al kaos, segna un passo ulteriore rispetto
al negativismo piccolo borghese dei cannibali e la mesta ricerca
di punti fermi tanto cara ai nuovi mistici e alchimisti.
(iii) Tanto peggio tanto meglio.
È tempo di fare qualche distinzione
concettuale tra approcci volti a mantenere lo status quo e approcci
innovatori.
La ricerca minuziosa dell’assurdo, dello sporco o dello sconvolgente
come fine dell’opera, nipote esibizionista del vecchio ‘épater
la bourgeoisie’, è una pratica reazionaria.
Pratica necessaria è la descrizione poetante dell’assurdo,
la ricerca di grimaldelli di senso capaci di scardinare la sensazione
di quasi-realtà che percepiamo quotidianamente.
Rifugiarsi nel post-umano, confidare nelle mutazioni corporali,
nella body art e sentirsi cyborg antropomorfi anzichè umani
tout court è pratica circense e inconsapevolmente fascista
che va sotto l’insegna del tanto peggio tanto meglio.
Pratica necessaria è dialogare con le contraddizioni, con
i nostri fratelli meno consapevoli, senza perdere di vista che non
fummo creati per viver come bruti, nè per dare spettacolo
coi tamburi giù ai giardini pubblici.
Compiacersi di vivere nel mondo migliore possibile (“Guarda,
hanno inventato tutto! Posso dialogare coll’amico neozelandese
in Internet! Posso volare con Lufthansa fin nel cuore del Caucaso!
Posso fare un bancomat a Pechino alle tre di mattina!”) e
abbattersi ché i tempi non furono mai così incerti
sono le due facce della stessa inconsapevolezza.
Nuove mistiche, elogi del kaos e tendenze irrazionali in generale
ci parlano di un momento di passaggio.
Nuove mistiche, elogi del kaos e tendenze irrazionali in generale
ci parlano di un momento di passaggio.
Alla luce di queste distinzioni abbiamo il dovere
d’indicare non una via maestra da seguire, ma perlomeno due
sponde all’interno delle quali è possibile può
fluire acqua nuova.
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