SESSIONE UNO: A PROPOSITO DI TRE RAGAZZI E OSCAR FIRMIAN.
Tre ragazzi immaginari è stato anche
una sorta di atto dovuto, una risposta a chi ha etichettato Bastogne
come opera cannibale e non ha riconosciuto il nesso con il romanzo
d’esordio.
Ha inoltre concluso quella fase in cui ti concentravi principalmente
su te stesso, coinvolgendo episodi e persone che nella tua vita
hanno recitato un ruolo primario. In cosa diverge la nuova fase
inaugurata dall’Elogio?
All’epoca in cui scrivevo Tre ragazzi immaginari avvertivo
che qualcosa stava finendo, e nell’ultima parte del libro
il protagonista interroga il cielo da aruspice dilettante, alla
ricerca di pronostici plausibili per il suo futuro. Poiché non
interessano le risposte da psicologi, credo che quel periodo fosse
semplicemente denso di presentimenti. La chiamata che più avanti
ho sentito con nitore imponeva di dedicarsi al meglio alla scrittura,
senza più preoccuparsi dell’autobiografismo, o della
fottutissima immedesimazione del lettore come di un problema da
porsi. Avevo fatto una scelta, all’insegna dell’artigianato
e della sua magia. Ma questo, mentre si ballava sostenuti da
alcaloidi e pastiglie, ancora non era venuto in chiaro.
Quali debiti letterari, o più ampiamente culturali,
ha contratto l’autore dell’Elogio di Oscar Firmian?
Quell’autore
che dici debiti ne ha in tutte le direzioni, e non se ne vergogna.
Anzi, gli fa
persino piacere quando capita che altri si indebitino con lui.
Per
quanto riguarda l’Elogio, cito in ordine sparso Jünger,
il Tondelli di ‘Rimini’ (e, per altri versi, quello
di Under 25), lo stile radiofonico-smargiasso di un certo Hemingway
giornalista, i Situazionisti, Frank Zappa e i Primus.
La figura
di Gabrio Spichisi in particolare ha debiti con tutte le spalle
della letteratura picaresca, da Sancho all’amico
d’origine armena del protagonista di ‘Le mille luci
di New York’ di Jay McInerney.
Per quanto riguarda il personaggio
di Martina, tengo a sottolineare che l’identificazione con l’autrice e amica Silvia
Ballestra, pure avanzata su più riviste nell’ambito
di una lettura a chiave del romanzo, non è da prendersi
sul serio.
Ci sono in Martina indubbi tratti ‘ballestriani’,
così come riferibili ad altre autrici italiane e non, ma
né per Martina né per altri personaggi del romanzo
traccerei una corrispondenza uno-a-uno con persone realmente esistenti.
L’epigrafe jungeriana sembra confermare che il ragazzo
che una volta ondeggiava al vento come una spiga di grano, ha
ormai un progetto per il futuro. In cosa consiste, secondo te,
il terreno primordiale dell’esistenza? Quale credi che
sia la linea d’ombra da superare per divenire leone?
Il
terreno primordiale dell’esistenza di un uomo ha a che
fare con il suo inverarsi in un destino. Un destino, possibilmente,
fatto di cose umane. Cielo pane donna famiglia gioia sono cose
umane. Ciò che invece è svuotato del suo senso originario
allontana dalla possibilità di farcela e ci condanna ai
tristi acquari del nichilismo.
L’Oscar afferma la volontà di chiudere con
un modus vivendi nichilistico e di soddisfare la necessità di
una condizione di normalità, raggiunta attraverso l’abbandono
di velleitarie inquietudini, la stabilità di un lavoro,
la costruzione di una famiglia. Il protagonista, dapprima cinico
e imprevedibile, (ri)scopre la serenità, la gelosia, l’amore
e la paternità. Quanto ti ha riguardato, questo percorso,
all’epoca in cui hai scritto il romanzo, e in che misura
ti riguarda oggi?
Penso alla mia vita fin qui come a
un percorso di crescita, a un avvicinamento alle cose vere. Avere
una figlia è diverso
in maniera esiziale dall’ immaginare di divenire padri. La
mia pre-vita è finita quando ho capito in maniera inequivocabile
che non era più tempo di accusare gli altri per i miei fallimenti.
Hai definito gli anni Novanta come
un’epoca arida
che coltiva il “culto del denaro e della rispettabilità fine
a sé stessa”, come una società povera che
induce al nichilismo. È una condanna definitiva o credi
che dello scorso decennio si possa ancora salvare qualcosa?
Milioni
di cose, se è per questo,
ma i tempi non hanno aiutato i fiori a sbocciare.
Perché ritieni fasulla la
cultura universitaria?
Fasulla non è l’aspirazione del giovane a conoscere,
né la disposizione d’animo di tanti e tanti buoni
maestri. Fasulla è la promessa che l’episteme di per
sé possa portare gli uomini in un luogo migliore. Diffido
degli intelligenti-sicuri-di-sé (due condizioni, a mio avviso,
impossibili da far coesistere nella stessa persona) e di quanti
usano il loro sapere, poco o molto che sia, come una maledetta
sciabola.
Nella mitologia
antica Prometeo rappresenta l’archetipo
del ribelle, ma è anche la figura del benefattore che
ha civilizzato l’umanità. Perché per Oscar
Firmian hai scelto proprio lo pseudonimo di Prometeus?
Tu che dici?
Prometeus non è riuscito nella sua più grande
impresa, realizzare l’intervista scoop, ma ha conquistato
il cuore di una donna stupenda. Dobbiamo dunque considerarla
una ricerca che, pur mancando il proprio obiettivo, ha centrato
un bersaglio più importante?
Un uomo adulto che
vive con la donna che ama, con un figliolo in casa e altri due
in arrivo, un lavoro da portare avanti e l’intatta
capacità di stupirsi e ricredersi, io lo vedo abbastanza
bene.
Nei tuoi romanzi, quello del tradimento,
inteso come massima offesa nei confronti dell’amico, è un tema nodale.
Perché ti affascina così tanto?
Non mi
affascina il tradimento, mi affascina la lealtà.
Nelle pagine del romanzo, così come in altri interventi,
critichi le grandi case editrici che preferiscono gli autori
già affermati piuttosto che i giovani talenti, e lasciano
che siano i piccoli editori ad occuparsi di questi ultimi, raffinandoli
e consigliandoli nelle letture. Attraverso la figura di Mario
Groffmann, inoltre, offri un omaggio al Tondelli curatore del
progetto Under 25. Ritieni che oggi, a qualche anno di distanza,
sia cambiato qualcosa?
Diffiderei dalle risposte più ovvie. Certo, il quadro
d’insieme è quello
di un mercato impenetrabile per le piccole case editrici, e di
redazioni stagne agli influssi esterni. Tuttavia, a volte la mia
storia personale mi appare simile a un monito: nessuna battaglia è persa
in partenza. Una volta su mille, tra una Tamaro e un Camilleri, anche
uno sconosciuto esordiente che pubblica con una piccola casa editrice
può realizzare
l’exploit di conquistare le charts del paese. L’importante è abbracciare
l’idea che anche
negli altri casi la semina è stata tutto fuorché inutile.
I tuoi primi esperimenti narrativi, nei quali si rispecchiano
quelli di Martina Superchi, devono molto agli incitamenti e alle
indicazioni di un piccolo editore, mentre gli ultimi lavori sono
usciti per un colosso come Mondadori. Ti manca quel tipo di rapporto
che avevi con Canalini e che in Oscar dici fondamentale per non
perdere la giusta strada?
Ho cambiato tre editori, ma
il rapporto con Canalini non è mai
venuto meno. Ho lavorato con lui ai romanzi usciti finora, sue
sono state le indicazioni più preziose e utili in fase
di revisione. Lo considero una sorta di ottimo ingegnere del
suono. E ogni autore, a qualsiasi livello, dovrebbe averne uno. Almeno uno,
intendo. Una persona in grado di consigliare buoni libri e fare
notte a rileggere ad alta voce un capitolo dopo l’altro.
Hai lamentato la mancanza di dialogo tra i giovani narratori.
In che senso ritieni che quel confronto collettivo sia irrinunciabile
per intraprendere una ricerca davvero nuova?
Personalmente ritengo la ricerca
in essere fin dal primo apparire di Jack Frusciante. È un libro che si è cibato
di altri libri e lo dichiara, un libro che si colloca in un solco,
o se preferisci un alveo, ma dal mio punto di vista è anche
un punto d’inizio.
La ricerca che intendo portare avanti
ha a che fare con la ricerca linguistica, con una narrativa corale
e tesa a ringraziare gli dei.
Non mi interessa andare a braccetto
con chi crede solo nel peggio. Gli isterici, gli esauriti, gli
spaventati-di-mestiere. I macinatori di storielle senza rispetto
per il linguaggio, gli stragisti dell’iperrealismo,
gli esaltati del clamoroso. Quelli la ricerca non sanno nemmeno
dove sta di casa, e non c’è nemmeno bisogno di leggere
i libri per sapere di chi parlo. Dai titoli, li riconoscerete.
Perché di solito, duole dirlo, un libro stupido finisce
per portare un titolo stupido.
La ricerca che mi interessa ha a
che fare con storie legate ad occasioni umane: amicizia, amore,
paura, orgoglio e quant’altro
ci fa diversi dalle bestie.
Scrivere un libro dedicato a una giovane
ninfetta cyberpunk che, in ultima analisi, ha solo voglia di
scopare, non mi sembra un’attività da
prendere in considerazione.
E neppure scrivere un libro dedicato
a un incorreggibile cinquantenne prossimo, dopo infinite bocciature,
a passare la sua prima linea d’ombra fra traslimenti e stupori degni d’un
teenager.
Raccontare in modo nuovo come accade che
a volte ci si sbaglia, si litiga o ci si innamora mi sembra più interessante.
E
nemmeno mi importa raccontare dei depressi periferici che si sentono
insetti. Ai depressi periferici che riescono ancora a sentirsi
uomini e donne, invece, dedicherei una dozzina di volumi e mazzi
di fiori freschi tutte le mattine.
Lo stile e il contenuto sono
la stessa cosa.
La forma e la sostanza sono la stessa cosa.
La vita reale e la vita
sognata sono la stessa cosa.
Pensiero e azione, tu lo sai, in tempi
antichi dovevano essere molto più vicini di come ci appaiono
adesso.
E noi non esistiamo in quanto creature pensanti.
Esistiamo prima
di tutto in quanto uomini.
Ecco perché la buona narrativa dovrebbe occuparsi di occasioni
umane con sguardo umano, cioè pietoso, a prescindere dalla
storia che ci accingiamo a leggere o scrivere.
False piste il romanzo ‘psicologico’, ‘legale’ e ‘sociologico’,
perché retti su convinzioni transitorie di tipo scientifico
e non intimamente umane.
Appariranno, fra cento anni, simili ai
romanzi dei peggiori imitatori di Verne, farciti di trattatelli
di fisica che risultano stantii da intere generazioni.
D’altro canto, sentiamo più vicine le dissertazioni
di Cicerone, impregnate di urgenze specifiche, o i versi d’amore
di Orazio e Catullo?
Nell’Elogio sono presenti alcuni riferimenti – che
forse non tutti i lettori avranno colto – ai tuoi lavori
precedenti. Mi riferisco, per esempio, al libro, preso in mano
da Oscar, sull’offensiva tedesca delle Ardenne, che ha
battezzato il tuo secondo romanzo; oppure, al racconto fantascientifico
d’ispirazione orwelliana di Martina Superchi, in cui si
riconosce Hard Boiled. È forse una tua variante del gusto
postmoderno per l’autocitazione?
Citazioni, auto-citazioni,
etero-citazioni. Chi ha detto che dopo i Pistols non si può? Tuttavia, credo di avere evitato l’autocitazione-imperdonabile-finedimondo
quando ho deciso di allineare a un testo delicato come Frusciante
la storia dei quattro voyous nizzardi.
Non ti nascondo che una decisione
presa nel ’96 mi fa sentire
fiero ancora oggi, e questo perché sono stato chiamato a
decidere fra una vita facile e una tormentata a soli ventuno anni,
quando avrei potuto dare retta a molti (forse non tutti ottimi&disinteressati)
consiglieri.
In quello scarto noncurante, in quella
decisione di pubblicare il testo che sentivo mio anziché raffazzonare una amorosa
storia reprise pensando ai lettori come a beoti o mucche da mungere,
credo di riconoscere il seme della mia libertà.
Alcuni hanno detto che le tue parole
hanno perso l’entusiasmo
degli esordi, concedendo qualcosa all’ovvio della scrittura.
A me sembra che, rispetto ai lavori precedenti, tu abbia cercato
di levigare il tuo stile, e abbandonato i tratti giovanilistici
che ne rappresentavano la cifra stilistica. Come si è mosso
il tuo lavoro sulla lingua?
In una sola direzione: capire come hanno lavorato
i maestri. Flaubert, Cechov, Conrad, Hemingway.
Bene che vada, non
basterà una vita, e non avanzerà tempo
per annoiarsi.
Il resto è rumore di fondo, cazzate
buone per i giornalisti di costume e i baggiani che si iscrivono
ai corsi all-inclusive di scrittura creativa tenuti dal Mago
Otelma del caso. C’è una fase del lavoro, amico,
in cui fatica e gioia sono i due nomi della stessa cosa.
Solo interrogando
il testo senza paura, revisione dopo revisione, il testo schiuderà per te i suoi significati più profondi.
Doni che porta in sé, riservati a chi si avvicinerà con
cuore puro.
Il tono del narratore, che pur
suscita simpatia e ilarità, è ironico
e autoironico, a volte cinico e orgoglioso. E lo stile di Oscar
Firmian non può sempre dirsi impeccabile. In cosa consiste,
dunque, l’elogio annunciato dal titolo?
E’ un riferimento all’elogio finale, le ultime pagine
in cui Gabrio ringrazia Oscar per averlo traghettato in un posto
nuovo. Che in questo caso è un territorio dell’Africa
ex francese, ma soprattutto la liberazione dallo spettro di un
lavoro ordinario.
Dal punto di vista del successo
di pubblico, i tuoi libri sembrano disegnare una parabola discendente
(a mio avviso, immeritatamente). Tale traiettoria nasce forse
dall’equivoco di chi continua
ad attendere la ripetizione della felice formula del Jack. Tu
come riesci a spiegarla?
Non mi importa se le medaglie
sono molte o poche. Se posso scegliere io, ne vorrei molte, ma
non è questo il punto. Da un certo
punto in poi, sono altri a decidere per te. Ti lasciano esistere,
ma non puoi dire sempre quello che pensi e sperare che le camorre
culturali e il grande business ti vedano come il nuovo profeta
italiano. Pensaci un attimo. Non è stato così per
Pasolini, da vivo, in che senso dovrebbe esserlo per me che scrivo
semplici romanzi?
In pratica: Frusciante è stato sostenuto da tutta la stampa
del paese, non si può sperare che accada di nuovo in quella
forma.
All’inizio, amico, non ti odia nessuno, mentre dopo anni
in cui hai cercato solo di migliorare, capita che il capopagina
culturale di un giornale come Repubblica decida che non una riga
debba uscire, e così, in silenzio, vanno le cose.
Tuttava ho
quasi trent’anni e la mia scelta l’ho fatta.
Scrivere mi fa sentire un uomo vivo. Il beniamino-suo-malgrado
delle signore bene l’ho già interpretato da sbarbo,
per una stagione breve e divertente solo fino a un certo punto.
Mi sono divertito più dopo, senza che la gente mi istigasse
a diventare vanitoso.
Andrà come deve andare, amico, ma
io non scappo.
Dalla nostra, grandissimi a migliaia che hanno frequentato
le classifiche solo il minimo indispensabile, talenti minati dall’invidia
altrui e dal silenzio di giornalisti senza onore che avrebbero
potuto salvare loro la vita.
Questa è la guerra privata di
tutti gli scrittori.
Se il coraggio ti abbandona, fai come Spartaco,
uccidi il cavallo prima della battaglia.
Vivo o morto, la terra sarà tua.
SESSIONE DUE: LAVORARE A QUATTRO MANI.
L’altro
nome del rock è un
titolo che ben rappresenta uno degli elementi di novità di
quel libro, cioè il mostrare il rock da un punto di vista
inedito. Ma ho letto che tu e Marzaduri inizialmente avevate
scelto un altro titolo…
Tra i titoli di lavorazione impiegati: un nudo Brizzi / Marzaduri, Volume
Uno, Numbers & Faces. Sembrava si fosse trovato
un accordo con la casa editrice su I fiumi di Babilonia,
titolo che annunciai all’MTV Day nell’imminenza della
presunta uscita.
Poi - era settembre - si optò per sottrarre il libro alla
mischia natalizia e posticiparne l’uscita a gennaio. Nel
frattempo la casa editrice decise che I fiumi di Babilonia forse
non era il titolo più opportuno, e dopo un lungo ragionare
si è optato per L’altro nome del rock.
Il tuo quinto
libro segna l’approdo
a un colosso editoriale come Mondadori. Cosa ha significato
questo passaggio?
Per prima cosa
l’appoggio al
progetto a quattro mani relativo al rock, che altre case editrici
avevano accolto con meno entusiasmo. Per il resto, tutti i pro
e i contro del fatto di lavorare in una struttura immensa.
Quando hai conosciuto Marzaduri?
Come avete lavorato insieme? Quali sono gli aspetti del libro
che ti appartengono di più,
e quali invece dipendono maggiormente da Marzaduri?
Marza
lo conobbi nell’autunno ’92, in un caffè di
via San Felice, dove mi fu presentato dall’editore Canalini.
Conoscevo
già i suoi libri, e fu
una specie di rivelazione.
Potevo stringere la mano a uno scrittore
in carne ed ossa, e parlare con lui di libri mentre si beveva
il tè.
Avevo diciotto anni scarsi, e in un certo
senso la mia idea di lusso si era fatta realtà.
Quanto al metodo
seguito per lavorare insieme, è molto
semplice: all’inizio riunione il lunedì e lavoro separato
gli altri giorni. È accaduto che, determinati lunedì,
ci siamo scambiati intere storie. Più avanti, quando le
tracce sono state pronte in versione rough, siamo entrati in studio,
dove non si può più sbagliare,e lì il lavoro
gomito a gomito si è fatto quotidiano fino alla fine.
La tua pagina si caratterizza per una
tornitura musicale che ricorda il grandissimo Tondelli o Alberto
Arbasino. Cosa significa per te cercare la musica delle parole?
Cerco
sempre di tenere a mente quello che scrisse Tondelli a proposito
del fatto che una buona pagina è una
pagina che si legge bene ad alta voce. E di tanto in tanto mi
tengo in allenamento scrivendo qualche canzone.
Da qualcuno ho sentito che alcuni
mesi fa stavi preparando una tesi di laurea sul tifo nel calcio…
D’accordo, è vero. Solo che, mesi più tardi,
sono ancora a metà del guado. Però giuro che quando
sarà pronta, se vorrai, te la farò leggere.
SESSIONE TRE: RAZORAMA E L’ADDESTRAMENTO ALL’ASCOLTO.
A dieci anni dal
tuo esordio, è indubitabile che
tu abbia percorso molta strada nella direzione di una maggior
consapevolezza… A cosa ambisce la tua scrittura?
È pura metafisica, io credo, pensare alla ‘propria’ scrittura
come a una miscela unica e originale.
Se pure a molti dispiace ammettere
che esiste, in assoluto, la buona scrittura, io credo ci siano migliaia
di posssibilità per
scrivere male e una sola per scrivere bene: interrogare a fondo
il testo che via via emerge sulla pagina, i suoi abissi e la sua
musica.
Ogni volta che ti fermi a metà strada,
o che pensi ai personaggi come a pure maschere, stai facendo
pessima scrittura.
Stai facendo pessima scrittura ogni volta
che te la prendi comoda e contraddici l’evidenza della percezione; è pessima
scrittura fare comparire un oggetto all’improvviso –proprio
quando serve al protagonista, mi raccomando– senza accettare
in modo preventivo la sfida di una descrizione approfondita grazie
alla quale il lettore sia in grado di sapere –un istante prima,
però, e non subito dopo- che il detto oggetto sarebbe a
disposizione.
Fanno pessima scrittura quanti danno da
bere al lettore che il punto chiave della faccenda avrebbe a
che fare con le scialbe ‘verità oggettive’ della
scienza: scrivere basandosi sulle ridicole scoperte di psicologia,
sociologia e –prossimamente- bioarchitettura del sentimento è un’attività che
lascio volentieri agli sfigati di successo che tanto piacciono
all’ala fighetto-marcia del pobre pueblo de la izquierda.
Ma
da quella parte, lo sappiamo, possono arrivare solo catini di zinco,
nonne che mitragliano d’aneddoti e crostate alla
frutta d’antan.
Più acrobatici i giovani peggioristi
volontariamente dimentici del congiuntivo.
Questi, addirittura, vengono
pagati da editori criminali per scrivere al
di sotto delle loro stesse possibilità, come fosse
una cifra stilistica, e non credo che fra cento anni qualcuno
si ricorderà di loro.
Per adesso, intanto, ce li teniamo, così come
ci teniamo i critici che aprono loro la strada.
Gente che fonda la
propria vita sulla paranoia, proprio come le anziane lettrici de “Il resto del Carlino- La Nazione- Il
Giorno”.
Pensa all’intima tristezza di gente
che passa la vita a scrivere di uccisioni e non ha mai colpito
un uomo neppure per difendersi.
Pensa alle analfabete darkene ladies,
alle minuziose ritrattiste della propria stessa fica, ai critici
depressi convinti –magari
in buona fede, poveri loro e le povere madri loro- di rendere un
buon servigio al Paese proclamando ai quattro venti che la buona
scrittura è quella che darebbe conto dell’alienazione
periferica. Così, con centocinquanta anni di ritardo, eppure
sicuri di sé e rassicurati dalla propria depressione come
da un antico segno di nobiltà,
In definitiva credo che
non ci sia niente di rassicurante nella scrittura.
Non più che
in una passegggiata lungo un crinale esposto, perlomeno.
L’idea
di rassicurare qualcuno avrebbe spinto fuori strada, io credo, persino
Flaubert, Conrad e lo stesso Rabelais.
Se queste mie parole ti appiono
confuse e inquinate da troppa passione, caro amico, medita su questa
più semplice questione:
la scrittura è un dono degli Dei, che il giusto dovrebbe
impiegare per onorare gli Dei, non gli uomini e tanto meno se stesso.
Razorama, mi sembra, porta
a compimento quel distacco dall’autobiografismo che hai iniziato
con l’ultima sezione di Tre ragazzi immaginari… Cosa
ha significato, anche sotto il profilo tecnico, occuparsi di
storie non vissute in prima persona?
Una cosa sopra tutte: imparare ad ascoltare.
È una strada lunga e più accidentata
di quella, a mio modo di vedere molto immediata dal punto di
vista fisico, che ti porta fin da neonato ad ascoltare te stesso.
In
un certo senso, riuscire ad ascoltare le voci del mondo è il
discrimine fra la vita da ragazzo e una forma più completa
di esistenza.
Attraverso l’opposizione tra Marcel e Rodrigo, avanzi
una critica alla cultura occidentale nel suo complesso… In
cosa diverge il modello offerto dalla cultura malgascia?
Più che Occidente VS Madagascar, l’opposizione fra
Rodrigo e Marcel la vedo icarnare la irriducibile avversità del
Nichilismo Occidentale nei confronti di tutte le antiche civiltà ancora
capaci di essere nutrienti.
Per quanto riguarda in specifico la cultura
malgascia, la piccola e composita bibliografia di cui sono a
conoscenza è interamente
in francese.
Se può esserti utile, ti invio
una terna di titoli teoricamente disponibile in Europa: Robert
Jaovelo Zao, Mythe, rites et
transes à Madagascar, François
Léry, Les sortileges de l’Ile Rousse; Jean
Charbonneau, Gallieni à Madagascar.
Il miliardario assassino rappresenta
il tipo umano contro cui in passato lottavano le tue creature.
Non che Marcel sia diventato un modello positivo, ma non viene
condannato, anzi si ammette che per Bruno il loro incontro possa
trasformarsi in un colpo di fortuna. Come va interpretato questo
nuovo atteggiamento?
È un uomo il torturato verso il
quale siamo portati a immedesimarci e sono uomini, per quanto
ci torni facile dimenticarlo, i suoi carnefici.
In ogni caso non mi
interessa interrogare i violenti, mi interessa interrogare, anche
tremando di paura, la voce stessa stessa della violenza.
Allo stesso
modo, credimi, non vorrei interrogare gli innamorati in quanto persone
incredule e felici. Vorrei provare, nei modi finora consentiti, a
interrogare l’amore e la sua sorprendente
capacità di visitarci.
Quali criteri hanno guidato la modulazione
delle due vicende convergenti di Razorama?
Un bisogno
violento di confluire e, per l’autore, la necessità di
abbandonarle nel punto in cui l’acqua salata si mescolava
con l’acqua dolce.
Mi sembra che anche in Razorama sia
presente uno dei motivi che da sempre hanno animato i tuoi
libri, ossia l’aspirazione ad una vita e ad un futuro
che non seguano degli schemi preordinati…
A prima vista, più o meno le stesse
ruvide aspirazioni che affollavano il technicolor della mia testa
di sbarbo.
Da Aidi fino a Sheila, qual’è il
tipo femminile del tuo universo narrativo?
Ci penso e non lo so.
Ci ripenso e mi arrabbio un poco con
te, ma in maniera amichevole.
Onestamente, non credo di pensare a
un tipo o un ideale femminile.
A tredici anni sì, era la modella
Tatjana Patitz, ma dopo ho smesso.
Più o meno, direi, quando
ho inziato a conoscere le donne vere.
E da allora mi sembra di poter
dire che, solo a mettere il naso fuori di casa, capita d’incontrarne
di sorprendenti sotto tutti i punti di vista.
Il personaggio di Claudio Clerici
arriva in Madagascar per realizzare un’inchiesta frivola
sulle mete di culto degli italiani in vacanza, ma il suo viaggio
resta lontano dalle tradizionali mete turistiche, e termina
in un luogo dai significati difficilmente comprensibili per
un europeo. Anche tu recentemente hai lavorato come reporter
per una rivista maschile: che tipo di servizi hai cercato di
fare?
Ingabbiato dalle necessità delle 8000-battute-spazi-compresi,
un uomo può battersi con una mano sola.
Ma, avrebbe detto
il vecchio Paz cui oggi tutto è perdonato,
anche con una mano sola straccio il novanta per cento dei vostri.
(Colonna
sonora Famous when you’re
dead, Urban
Dance Squad).
Prima di pubblicare Jack Frusciante,
Massimo Canalini ti consegnò una lista delle letture che ogni giovane interessato
alla scrittura avrebbe dovuto fare. Tu hai cercato di confrontarti
con gli autori che comparivano in quell’elenco, e molti
di loro per la tua scrittura sono ancora dei modelli. Tra gli
altri, penso a dei maestri come Carver, Hemingway e Conrad. Se
oggi fossi tu a dover consigliare un aspirante scrittore, quali
libri o autori indicheresti?
Quell’elenco mi ha nutrito e lo riproporrei in toto con
una quantità di integrazioni possibili, specie nella direzione
della narrativa del passato e dei luoghi (penso a luoghi vicini
alla possibilità di cantare) in cui narrativa e poesia si
fanno tutt’uno.
Il tuo rapporto con la critica è piuttosto travagliato.
L’exploit d’esordio è stato sostenuto unanimemente,
anche se i più si sono soffermati su considerazioni di
tipo sociologico. Con Bastogne sei stato additato come
misogino, nazista, pulpista e chi più ne ha più ne
metta. E l’interesse verso i libri successivi è andato
sempre calando. Da semplice lettore prima, e da laureando poi,
non sono riuscito a capire quale peso abbiano avuto malafede
e incomprensione, da parte della critica, in tutto questo… Sapresti
risolvere questo dubbio?
Credo di essere l’ultima
persona al mondo in grado di dare una risposta equilibrata a
questa domanda.
Però un elemento non andrebbe mai
dimenticato in questo dibattito: Jack Frusciante, se
non altro dal punto di vista commerciale, è stato uno degli esordi più dirompenti
del Dopoguerra nel nostro Paese.
E ti assicuro che questa semplice
cosa, antipatica persino da ricordare, non procura nessunissimo
favore nelle pagine di cultura dei giornali. Senza remore Tuttolibri
scrive “Brizzi ci metterà dieci
anni a farsi perdonare per il successo di Jack Frusciante” e
la Gazzetta di Parma “ci vuole del genio, a farsi perdonare
il successo”.
Non è facile piazzarsi nelle charts
quando sulle pagine di cultura di un giornale come Repubblica
non appare una riga dal 1998 (a favore, almeno spero, di giovani
autori di qualche stoffa) e il Corriere della Sera replica, dai
tempi di Tre Ragazzi Immaginari, la stessa puntuale stroncatura
ad opera di Giovanni Pacchiano.
Credici o no, ma all’inizio
era persino elettrizzante, sentire scatenare il livore di persone
che non ti riconoscerebbero per strada.
Una cosa che ho molto apprezzato
dei tuoi libri è il
fatto che, dal punto di vista espressivo, siano tutti diversi
tra loro. Questo perché hai sempre cercato di adeguare
lo stile al tipo di storie che volevi raccontare…
Fermami tu, se riesci.
Te lo chiedo sul serio e per favore.
Ho quasi trent’anni e non
sono ancora riuscito a vedere due giornate uguali.
Perché per un po’ di
tempo hai detto di essere nato a Nizza? Era una campagna di
disinformazione come quella delle frattaglie sui bus?
Fai
conto. Però essere nato a Nizza faceva più fico.
Anni fa ti consideravi non credente, ma avvertivi che
quella scelta non proveniva da una riflessione seria. Quali sono,
oggi, i tuoi rapporti con la religione?
I miei rapporti con la religione sono ininterrotti.
Sono
panteista, come esprimono questi versi scritti di recente come ritornello
per una canzone degli amici Frida Frenner:
Puoi riconoscere virtù
In ogni stelo e ogni foglia
Storie antiche e verità
In ogni stelo e ogni foglia
C’è la mano degli dei
In ogni stelo e ogni foglia
Da sempre il Bejaflor lo sa
So che alcuni mesi fa ti stavi
dedicando parallelamente ad un romanzo e a dei racconti. Su
cosa stai lavorando adesso? Quale di quei progetti verrà accolto
nel prossimo libro?
In realtà, è da sempre
che mi sto dedicando parallelamente a scrivere racconti.
Finora
questa passione per le distanze brevi è emersa solo
in occasione della jam session con il Marza uscita per Mondadori,
ma in realtà la faretra è piena, e pure nuovi dardi
vengono fabbricati con cura.
Il titolo provvisorio della mia
tesi di laurea è “Ironia
e Rabbia” (sottotitolo: La narrativa di Enrico Brizzi),
perché ritengo che questi due elementi siano costanti
nel tuo modo di scrivere e di considerare quello che racconti.
Cosa ne pensi?
Sono così onorato della tua scelta che anche ‘Il
visconte di Bragelonne’, come titolo, andrebbe benissimo.
In
ogni caso, suggerisco di far slittare ‘ironia’ e ‘rabbia’ nel
sottotitolo a favore di un titolo più composito e accattivante,
adatto anche a un film o un Lp. Qualcosa del tipo “La rivoluzione
punk jazz. Ironia e rabbia nella narrativa di Enrico Brizzi”…

|