SESSIONE UNO: A PROPOSITO DI TRE RAGAZZI E OSCAR FIRMIAN.

Tre ragazzi immaginari è stato anche una sorta di atto dovuto, una risposta a chi ha etichettato Bastogne come opera cannibale e non ha riconosciuto il nesso con il romanzo d’esordio. Ha inoltre concluso quella fase in cui ti concentravi principalmente su te stesso, coinvolgendo episodi e persone che nella tua vita hanno recitato un ruolo primario. In cosa diverge la nuova fase inaugurata dall’Elogio?
All’epoca in cui scrivevo Tre ragazzi immaginari avvertivo che qualcosa stava finendo, e nell’ultima parte del libro il protagonista interroga il cielo da aruspice dilettante, alla ricerca di pronostici plausibili per il suo futuro. Poiché non interessano le risposte da psicologi, credo che quel periodo fosse semplicemente denso di presentimenti. La chiamata che più avanti ho sentito con nitore imponeva di dedicarsi al meglio alla scrittura, senza più preoccuparsi dell’autobiografismo, o della fottutissima immedesimazione del lettore come di un problema da porsi. Avevo fatto una scelta, all’insegna dell’artigianato e della sua magia. Ma questo, mentre si ballava sostenuti da alcaloidi e pastiglie, ancora non era venuto in chiaro. 

Quali debiti letterari, o più ampiamente culturali, ha contratto l’autore dell’Elogio di Oscar Firmian?
Quell’autore che dici debiti ne ha in tutte le direzioni, e non se ne vergogna.
Anzi, gli  fa persino piacere quando capita che altri si indebitino con lui.
Per quanto riguarda l’Elogio, cito in ordine sparso Jünger, il Tondelli di ‘Rimini’ (e, per altri versi, quello di Under 25), lo stile radiofonico-smargiasso di un certo Hemingway giornalista, i Situazionisti, Frank Zappa e i Primus.
La figura di Gabrio Spichisi in particolare ha debiti con tutte le spalle della letteratura picaresca, da Sancho all’amico d’origine armena del protagonista di ‘Le mille luci di New York’ di Jay McInerney.
Per quanto riguarda il personaggio di Martina, tengo a sottolineare che l’identificazione con l’autrice e amica Silvia Ballestra, pure avanzata su più riviste nell’ambito di una lettura a chiave del romanzo, non è da prendersi sul serio.
Ci sono in Martina indubbi tratti ‘ballestriani’, così come riferibili ad altre autrici italiane e non, ma né per Martina né per altri personaggi del romanzo traccerei una corrispondenza uno-a-uno con persone realmente esistenti.

L’epigrafe jungeriana sembra confermare che il ragazzo che una volta ondeggiava al vento come una spiga di grano, ha ormai un progetto per il futuro. In cosa consiste, secondo te, il terreno primordiale dell’esistenza? Quale credi che sia la linea d’ombra da superare per divenire leone?
Il terreno primordiale dell’esistenza di un uomo ha a che fare con il suo inverarsi in un destino. Un destino, possibilmente, fatto di cose umane. Cielo pane donna famiglia gioia sono cose umane. Ciò che invece è svuotato del suo senso originario allontana dalla possibilità di farcela e ci condanna ai tristi acquari del nichilismo.

L’Oscar afferma la volontà di chiudere con un modus vivendi nichilistico e di soddisfare la necessità di una condizione di normalità, raggiunta attraverso l’abbandono di velleitarie inquietudini, la stabilità di un lavoro, la costruzione di una famiglia. Il protagonista, dapprima cinico e imprevedibile, (ri)scopre la serenità, la gelosia, l’amore e la paternità. Quanto ti ha riguardato, questo percorso, all’epoca in cui hai scritto il romanzo, e in che misura ti riguarda oggi?
Penso alla mia vita fin qui come a un percorso di crescita, a un avvicinamento alle cose vere. Avere una figlia è diverso in maniera esiziale dall’ immaginare di divenire padri. La mia pre-vita è finita quando ho capito in maniera inequivocabile che non era più tempo di accusare gli altri per i miei fallimenti.

Hai definito gli anni Novanta come un’epoca arida che coltiva il “culto del denaro e della rispettabilità fine a sé stessa”, come una società povera che induce al nichilismo. È una condanna definitiva o credi che dello scorso decennio si possa ancora salvare qualcosa?
Milioni di cose, se è per questo, ma i tempi non hanno aiutato i fiori a sbocciare.

Perché ritieni fasulla la cultura universitaria?
Fasulla non è l’aspirazione del giovane a conoscere, né la disposizione d’animo di tanti e tanti buoni maestri. Fasulla è la promessa che l’episteme di per sé possa portare gli uomini in un luogo migliore. Diffido degli intelligenti-sicuri-di-sé (due condizioni, a mio avviso, impossibili da far coesistere nella stessa persona) e di quanti usano il loro sapere, poco o molto che sia, come una maledetta sciabola.

 Nella mitologia antica Prometeo rappresenta l’archetipo del ribelle, ma è anche la figura del benefattore che ha civilizzato l’umanità. Perché per Oscar Firmian hai scelto proprio lo pseudonimo di Prometeus?
Tu che dici?

Prometeus non è riuscito nella sua più grande impresa, realizzare l’intervista scoop, ma ha conquistato il cuore di una donna stupenda. Dobbiamo dunque considerarla una ricerca che, pur mancando il proprio obiettivo, ha centrato un bersaglio più importante?
Un uomo adulto che vive con la donna che ama, con un figliolo in casa e altri due in arrivo, un lavoro da portare avanti e l’intatta capacità di stupirsi e ricredersi, io lo vedo abbastanza bene.

Nei tuoi romanzi, quello del tradimento, inteso come massima offesa nei confronti dell’amico, è un tema nodale. Perché ti affascina così tanto?
Non mi affascina il tradimento, mi affascina la lealtà.

Nelle pagine del romanzo, così come in altri interventi, critichi le grandi case editrici che preferiscono gli autori già affermati piuttosto che i giovani talenti, e lasciano che siano i piccoli editori ad occuparsi di questi ultimi, raffinandoli e consigliandoli nelle letture. Attraverso la figura di Mario Groffmann, inoltre, offri un omaggio al Tondelli curatore del progetto Under 25. Ritieni che oggi, a qualche anno di distanza, sia cambiato qualcosa?
Diffiderei dalle risposte più ovvie. Certo, il quadro d’insieme è quello di un mercato impenetrabile per le piccole case editrici, e di redazioni stagne agli influssi esterni. Tuttavia, a volte la mia storia personale mi appare simile a un monito: nessuna battaglia è persa in partenza. Una volta su mille, tra una Tamaro e un Camilleri, anche uno sconosciuto esordiente che pubblica con una piccola casa editrice può realizzare l’exploit di conquistare le charts del paese. L’importante è abbracciare l’idea che anche negli altri casi la semina è stata tutto fuorché inutile.

I tuoi primi esperimenti narrativi, nei quali si rispecchiano quelli di Martina Superchi, devono molto agli incitamenti e alle indicazioni di un piccolo editore, mentre gli ultimi lavori sono usciti per un colosso come Mondadori. Ti manca quel tipo di rapporto che avevi con Canalini e che in Oscar dici fondamentale per non perdere la giusta strada?
Ho cambiato tre editori, ma il rapporto con Canalini non è mai venuto meno. Ho lavorato con lui ai romanzi usciti finora, sue sono state le indicazioni più preziose e utili in fase di revisione. Lo considero una sorta di ottimo ingegnere del suono. E ogni autore, a qualsiasi livello, dovrebbe averne uno. Almeno uno, intendo. Una persona in grado di consigliare buoni libri e fare notte a rileggere ad alta voce un capitolo dopo l’altro.

Hai lamentato la mancanza di dialogo tra i giovani narratori. In che senso ritieni che quel confronto collettivo sia irrinunciabile per intraprendere una ricerca davvero nuova?

Personalmente ritengo la ricerca in essere fin dal primo apparire di Jack Frusciante. È un libro che si è cibato di altri libri e lo dichiara, un libro che si colloca in un solco, o se preferisci un alveo, ma dal mio punto di vista è anche un punto d’inizio.
La ricerca che intendo portare avanti ha a che fare con la ricerca linguistica, con una narrativa corale e tesa a ringraziare gli dei.
Non mi interessa andare a braccetto con chi crede solo nel peggio. Gli isterici, gli esauriti, gli spaventati-di-mestiere. I macinatori di storielle senza rispetto per il linguaggio, gli stragisti dell’iperrealismo, gli esaltati del clamoroso. Quelli la ricerca non sanno nemmeno dove sta di casa, e non c’è nemmeno bisogno di leggere i libri per sapere di chi parlo. Dai titoli, li riconoscerete. Perché di solito, duole dirlo, un libro stupido finisce per portare un titolo stupido.
La ricerca che mi interessa ha a che fare con storie legate ad occasioni umane: amicizia, amore, paura, orgoglio e quant’altro ci fa diversi dalle bestie.
Scrivere un libro dedicato a una giovane ninfetta cyberpunk che, in ultima analisi, ha solo voglia di scopare, non mi sembra un’attività da prendere in considerazione.
E neppure scrivere un libro dedicato a un incorreggibile cinquantenne prossimo, dopo infinite bocciature, a passare la sua prima linea d’ombra fra traslimenti e stupori degni d’un teenager.
Raccontare in modo nuovo come accade che a volte ci si sbaglia, si litiga o ci si innamora mi sembra più interessante.
E nemmeno mi importa raccontare dei depressi periferici che si sentono insetti. Ai depressi periferici che riescono ancora a sentirsi uomini e donne, invece, dedicherei una dozzina di volumi e mazzi di fiori freschi tutte le mattine.
Lo stile e il contenuto sono la stessa cosa.
La forma e la sostanza sono la stessa cosa.
La vita reale e la vita sognata sono la stessa cosa.
Pensiero e azione, tu lo sai, in tempi antichi dovevano essere molto più vicini di come ci appaiono adesso.
E noi non esistiamo in quanto creature pensanti.
Esistiamo prima di tutto in quanto uomini.
Ecco perché la buona narrativa dovrebbe occuparsi di occasioni umane con sguardo umano, cioè pietoso, a prescindere dalla storia che ci accingiamo a leggere o scrivere.
False piste il romanzo ‘psicologico’, ‘legale’ e ‘sociologico’, perché retti su convinzioni transitorie di tipo scientifico e non intimamente umane.
Appariranno, fra cento anni, simili ai romanzi dei peggiori imitatori di Verne, farciti di trattatelli di fisica che risultano stantii da intere generazioni.
D’altro canto, sentiamo più vicine le dissertazioni di Cicerone, impregnate di urgenze specifiche, o i versi d’amore di Orazio e Catullo?

Nell’Elogio sono presenti alcuni riferimenti – che forse non tutti i lettori avranno colto – ai tuoi lavori precedenti. Mi riferisco, per esempio, al libro, preso in mano da Oscar, sull’offensiva tedesca delle Ardenne, che ha battezzato il tuo secondo romanzo; oppure, al racconto fantascientifico d’ispirazione orwelliana di Martina Superchi, in cui si riconosce Hard Boiled. È forse una tua variante del gusto postmoderno per l’autocitazione?
Citazioni, auto-citazioni, etero-citazioni. Chi ha detto che dopo i Pistols non si può? Tuttavia, credo di avere evitato l’autocitazione-imperdonabile-finedimondo quando ho deciso di allineare a un testo delicato come Frusciante la storia dei quattro voyous nizzardi.
Non ti nascondo che una decisione presa nel ’96 mi fa sentire fiero ancora oggi, e questo perché sono stato chiamato a decidere fra una vita facile e una tormentata a soli ventuno anni, quando avrei potuto dare retta a molti (forse non tutti ottimi&disinteressati) consiglieri.
In quello scarto noncurante, in quella decisione di pubblicare il testo che sentivo mio anziché raffazzonare una amorosa storia reprise pensando ai lettori come a beoti o mucche da mungere, credo di riconoscere il seme  della mia libertà.

Alcuni hanno detto che le tue parole hanno perso l’entusiasmo degli esordi, concedendo qualcosa all’ovvio della scrittura. A me sembra che, rispetto ai lavori precedenti, tu abbia cercato di levigare il tuo stile, e abbandonato i tratti giovanilistici che ne rappresentavano la cifra stilistica. Come si è mosso il tuo lavoro sulla lingua?
In una sola direzione: capire come hanno lavorato i maestri. Flaubert, Cechov, Conrad, Hemingway.
Bene che vada, non basterà una vita, e non avanzerà tempo per annoiarsi.
Il resto è rumore di fondo, cazzate buone per i giornalisti di costume e i baggiani che si iscrivono ai corsi all-inclusive di scrittura creativa tenuti dal Mago Otelma del caso. C’è una fase del lavoro, amico, in cui fatica e gioia sono i due nomi della stessa cosa.
Solo interrogando il testo senza paura, revisione dopo revisione, il testo schiuderà per te i suoi significati più profondi. Doni che porta in sé, riservati a chi si avvicinerà con cuore puro.

Il tono del narratore, che pur suscita simpatia e ilarità, è ironico e autoironico, a volte cinico e orgoglioso. E lo stile di Oscar Firmian non può sempre dirsi impeccabile. In cosa consiste, dunque, l’elogio annunciato dal titolo?
E’ un riferimento all’elogio finale, le ultime pagine in cui Gabrio ringrazia Oscar per averlo traghettato in un posto nuovo. Che in questo caso è un territorio dell’Africa ex francese, ma soprattutto la liberazione dallo spettro di un lavoro ordinario.

Dal punto di vista del successo di pubblico, i tuoi libri sembrano disegnare una parabola discendente (a mio avviso, immeritatamente). Tale traiettoria nasce forse dall’equivoco di chi continua ad attendere la ripetizione della felice formula del Jack. Tu come riesci a spiegarla?
Non mi importa se le medaglie sono molte o poche. Se posso scegliere io, ne vorrei molte, ma non è questo il punto. Da un certo punto in poi, sono altri a decidere per te. Ti lasciano esistere, ma non puoi dire sempre quello che pensi e sperare che le camorre culturali e il grande business ti vedano come il nuovo profeta italiano. Pensaci un attimo. Non è stato così per Pasolini, da vivo, in che senso dovrebbe esserlo per me che scrivo semplici romanzi?
In pratica: Frusciante è stato sostenuto da tutta la stampa del paese, non si può sperare che accada di nuovo in quella forma.
All’inizio, amico, non ti odia nessuno, mentre dopo anni in cui hai cercato solo di migliorare, capita che il capopagina culturale di un giornale come Repubblica decida che non una riga debba uscire, e così, in silenzio, vanno le cose.
Tuttava ho quasi trent’anni e la mia scelta l’ho fatta. Scrivere mi fa sentire un uomo vivo. Il beniamino-suo-malgrado delle signore bene l’ho già interpretato da sbarbo, per una stagione breve e divertente solo fino a un certo punto. Mi sono divertito più dopo, senza che la gente mi istigasse a diventare vanitoso.
Andrà come deve andare, amico, ma io non scappo.
Dalla nostra, grandissimi a migliaia che  hanno frequentato le classifiche solo il minimo indispensabile, talenti minati dall’invidia altrui e dal silenzio di giornalisti senza onore che avrebbero potuto salvare loro la vita.
Questa è la guerra privata di tutti gli scrittori.
Se il coraggio ti abbandona, fai come Spartaco, uccidi il cavallo prima della battaglia.
Vivo o morto, la terra sarà tua.

SESSIONE DUE: LAVORARE A QUATTRO MANI.

 L’altro nome del rock è un titolo che ben rappresenta uno degli elementi di novità di quel libro, cioè il mostrare il rock da un punto di vista inedito. Ma ho letto che tu e Marzaduri inizialmente avevate scelto un altro titolo…
Tra i titoli di lavorazione impiegati: un nudo Brizzi / Marzaduri, Volume Uno, Numbers & Faces. Sembrava si fosse trovato un accordo con la casa editrice su I fiumi di Babilonia, titolo che annunciai all’MTV Day nell’imminenza della presunta uscita.
Poi - era settembre - si optò per sottrarre il libro alla mischia natalizia e posticiparne l’uscita a gennaio. Nel frattempo la casa editrice decise che I fiumi di Babilonia forse non era il titolo più opportuno, e dopo un lungo ragionare si è optato per L’altro nome del rock.

Il tuo quinto libro segna l’approdo a un colosso editoriale come Mondadori. Cosa ha significato questo passaggio?
Per prima cosa l’appoggio al progetto a quattro mani relativo al rock, che altre case editrici avevano accolto con meno entusiasmo. Per il resto, tutti i pro e i contro del fatto di lavorare in una struttura immensa.

Quando hai conosciuto Marzaduri? Come avete lavorato insieme? Quali sono gli aspetti del libro che ti appartengono di più, e quali invece dipendono maggiormente da Marzaduri?
Marza lo conobbi nell’autunno ’92, in un caffè di via San Felice, dove mi fu presentato dall’editore Canalini.
Conoscevo già i suoi libri, e fu una specie di rivelazione.
Potevo stringere la mano a uno scrittore in carne ed ossa, e parlare con lui di libri mentre si beveva il tè.
Avevo diciotto anni scarsi, e in un certo senso la mia idea di lusso si era fatta realtà.
Quanto al metodo seguito per lavorare insieme, è molto semplice: all’inizio riunione il lunedì e lavoro separato gli altri giorni. È accaduto che, determinati lunedì, ci siamo scambiati intere storie. Più avanti, quando le tracce sono state pronte in versione rough, siamo entrati in studio, dove non si può più sbagliare,e lì il lavoro gomito a gomito si è fatto quotidiano fino alla fine.

La tua pagina si caratterizza per una tornitura musicale che ricorda il grandissimo Tondelli o Alberto Arbasino. Cosa significa per te cercare la musica delle parole?
Cerco sempre di tenere a mente quello che scrisse Tondelli a proposito del fatto che una buona pagina è una pagina che si legge bene ad alta voce. E di tanto in tanto mi tengo in allenamento scrivendo qualche canzone.

Da qualcuno ho sentito che alcuni mesi fa stavi preparando una tesi di laurea sul tifo nel calcio…
D’accordo, è vero. Solo che, mesi più tardi, sono ancora a metà del guado. Però giuro che quando sarà pronta, se vorrai, te la farò leggere.

SESSIONE TRE: RAZORAMA E L’ADDESTRAMENTO ALL’ASCOLTO.

 A dieci anni dal tuo esordio, è indubitabile che tu abbia percorso molta strada nella direzione di una maggior consapevolezza… A cosa ambisce la tua scrittura?
È pura metafisica, io credo, pensare alla ‘propria’ scrittura come a una miscela unica e originale.
Se pure a molti dispiace ammettere che esiste, in assoluto, la buona scrittura, io credo ci siano migliaia di posssibilità per scrivere male e una sola per scrivere bene: interrogare a fondo il testo che via via emerge sulla pagina, i suoi abissi e la sua musica.
Ogni volta che ti fermi a metà strada, o che pensi ai personaggi come a pure maschere, stai facendo pessima scrittura.
Stai facendo pessima scrittura ogni volta che te la prendi comoda e contraddici l’evidenza della percezione; è pessima scrittura fare comparire un oggetto all’improvviso –proprio quando serve al protagonista, mi raccomando– senza accettare in modo preventivo la sfida di una descrizione approfondita grazie alla quale il lettore sia in grado di sapere –un istante prima, però, e non subito dopo- che il detto oggetto sarebbe a disposizione.
Fanno pessima scrittura quanti danno da bere al lettore che il punto chiave della faccenda avrebbe a che fare con le scialbe ‘verità oggettive’ della scienza: scrivere basandosi sulle ridicole scoperte di psicologia, sociologia e –prossimamente- bioarchitettura del sentimento è un’attività che lascio volentieri agli sfigati di successo che tanto piacciono all’ala fighetto-marcia del pobre pueblo de la izquierda.
Ma da quella parte, lo sappiamo, possono arrivare solo catini di zinco, nonne che mitragliano d’aneddoti e crostate alla frutta d’antan.
Più acrobatici i giovani peggioristi volontariamente dimentici del congiuntivo.
Questi, addirittura, vengono pagati da editori criminali per scrivere al di sotto delle loro stesse possibilità, come fosse una cifra stilistica, e non credo che fra cento anni qualcuno si ricorderà di loro.
Per adesso, intanto, ce li teniamo, così come ci teniamo i critici che aprono loro la strada.
Gente che fonda la propria vita sulla paranoia, proprio come le anziane lettrici de “Il resto del Carlino- La Nazione- Il Giorno”.
Pensa all’intima tristezza di gente che passa la vita a scrivere di uccisioni e non ha mai colpito un uomo neppure per difendersi.
Pensa alle analfabete darkene ladies, alle minuziose ritrattiste della propria stessa fica, ai critici depressi convinti –magari in buona fede, poveri loro e le povere madri loro- di rendere un buon servigio al Paese proclamando ai quattro venti che la buona scrittura è quella che darebbe conto dell’alienazione periferica. Così, con centocinquanta anni di ritardo, eppure sicuri di sé e rassicurati dalla propria depressione come da un antico segno di nobiltà, 
In definitiva credo che non ci sia niente di rassicurante nella scrittura.
Non più che in una passegggiata lungo un crinale esposto, perlomeno.
L’idea di rassicurare qualcuno avrebbe spinto fuori strada, io credo, persino Flaubert, Conrad e lo stesso Rabelais.
Se queste mie parole ti appiono confuse e inquinate da troppa passione, caro amico, medita su questa più semplice questione: la scrittura è un dono degli Dei, che il giusto dovrebbe impiegare per onorare gli Dei, non gli uomini e tanto meno se stesso.

Razorama, mi sembra, porta a compimento quel distacco dall’autobiografismo che hai iniziato con l’ultima sezione di Tre ragazzi immaginari… Cosa ha significato, anche sotto il profilo tecnico, occuparsi di storie non vissute in prima persona?
Una cosa sopra tutte: imparare ad ascoltare.
È una strada lunga e più accidentata di quella, a mio modo di vedere molto immediata dal punto di vista fisico, che ti porta fin da neonato ad ascoltare te stesso.
In un certo senso, riuscire ad ascoltare le voci del mondo è il discrimine fra la vita da ragazzo e una forma più completa di esistenza.

Attraverso l’opposizione tra Marcel e Rodrigo, avanzi una critica alla cultura occidentale nel suo complesso… In cosa diverge il modello offerto dalla cultura malgascia?
Più che Occidente VS Madagascar, l’opposizione fra Rodrigo e Marcel la vedo icarnare la irriducibile avversità del Nichilismo Occidentale nei confronti di tutte le antiche civiltà ancora capaci di essere nutrienti.

Per quanto riguarda in specifico la cultura malgascia, la piccola e composita bibliografia di cui sono a conoscenza è interamente in francese.
Se può esserti utile, ti invio una terna di titoli teoricamente disponibile in Europa: Robert Jaovelo Zao, Mythe, rites et transes à Madagascar, François Léry, Les sortileges de l’Ile Rousse; Jean Charbonneau, Gallieni à Madagascar.

Il miliardario assassino rappresenta il tipo umano contro cui in passato lottavano le tue creature. Non che Marcel sia diventato un modello positivo, ma non viene condannato, anzi si ammette che per Bruno il loro incontro possa trasformarsi in un colpo di fortuna. Come va interpretato questo nuovo atteggiamento?
È un uomo il torturato verso il quale siamo portati a immedesimarci e sono uomini, per quanto ci torni facile dimenticarlo, i suoi carnefici.
In ogni caso non mi interessa interrogare i violenti, mi interessa interrogare, anche tremando di paura, la voce stessa stessa della violenza.
Allo stesso modo, credimi, non vorrei interrogare gli innamorati in quanto persone incredule e felici. Vorrei provare, nei modi finora consentiti, a interrogare l’amore e la sua sorprendente capacità di visitarci.

Quali criteri hanno guidato la modulazione delle due vicende convergenti di Razorama?
Un bisogno violento di confluire e, per l’autore, la necessità di abbandonarle nel punto in cui l’acqua salata si mescolava con l’acqua dolce.

Mi sembra che anche in Razorama sia presente uno dei motivi che da sempre hanno animato i tuoi libri, ossia l’aspirazione ad una vita e ad un futuro che non seguano degli schemi preordinati…
A prima vista, più o meno le stesse ruvide aspirazioni che affollavano il technicolor della mia testa di sbarbo.

Da Aidi fino a Sheila, qual’è il tipo femminile del tuo universo narrativo?
Ci penso e non lo so.
Ci ripenso e mi arrabbio un poco con te, ma in maniera amichevole.
Onestamente, non credo di pensare a un tipo o un ideale femminile.
A tredici anni sì, era la modella Tatjana Patitz, ma dopo ho smesso.
Più o meno, direi, quando ho inziato a conoscere le donne vere.
E da allora mi sembra di poter dire che, solo a mettere il naso fuori di casa, capita d’incontrarne di sorprendenti sotto tutti i punti di vista.

Il personaggio di Claudio Clerici arriva in Madagascar per realizzare un’inchiesta frivola sulle mete di culto degli italiani in vacanza, ma il suo viaggio resta lontano dalle tradizionali mete turistiche, e termina in un luogo dai significati difficilmente comprensibili per un europeo. Anche tu recentemente hai lavorato come reporter per una rivista maschile: che tipo di servizi hai cercato di fare?
Ingabbiato dalle necessità delle 8000-battute-spazi-compresi, un uomo può battersi con una mano sola.
Ma, avrebbe detto il vecchio Paz cui oggi tutto è perdonato, anche con una mano sola straccio il novanta per cento dei vostri.
(Colonna sonora Famous when you’re dead, Urban Dance Squad).

Prima di pubblicare Jack Frusciante, Massimo Canalini ti consegnò una lista delle letture che ogni giovane interessato alla scrittura avrebbe dovuto fare. Tu hai cercato di confrontarti con gli autori che comparivano in quell’elenco, e molti di loro per la tua scrittura sono ancora dei modelli. Tra gli altri, penso a dei maestri come Carver, Hemingway e Conrad. Se oggi fossi tu a dover consigliare un aspirante scrittore, quali libri o autori indicheresti?
Quell’elenco mi ha nutrito e lo riproporrei in toto con una quantità di integrazioni possibili, specie nella direzione della narrativa del passato e dei luoghi (penso a luoghi vicini alla possibilità di cantare) in cui narrativa e poesia si fanno tutt’uno.

Il tuo rapporto con la critica è piuttosto travagliato. L’exploit d’esordio è stato sostenuto unanimemente, anche se i più si sono soffermati su considerazioni di tipo sociologico. Con Bastogne sei stato additato come misogino, nazista, pulpista e chi più ne ha più ne metta. E l’interesse verso i libri successivi è andato sempre calando. Da semplice lettore prima, e da laureando poi, non sono riuscito a capire quale peso abbiano avuto malafede e incomprensione, da parte della critica, in tutto questo… Sapresti risolvere questo dubbio?
Credo di essere l’ultima persona al mondo in grado di dare una risposta equilibrata a questa domanda.
Però un elemento non andrebbe mai dimenticato in questo dibattito: Jack Frusciante, se non altro dal punto di vista commerciale, è stato uno degli esordi più dirompenti del Dopoguerra nel nostro Paese.
E ti assicuro che questa semplice cosa, antipatica persino da ricordare, non procura nessunissimo favore nelle pagine di cultura dei giornali. Senza remore Tuttolibri scrive “Brizzi ci metterà dieci anni a farsi perdonare per il successo di Jack Frusciante” e la Gazzetta di Parma “ci vuole del genio, a farsi perdonare il successo”.
Non è facile piazzarsi nelle charts quando sulle pagine di cultura di un giornale come Repubblica non appare una riga dal 1998 (a favore, almeno spero, di giovani autori di qualche stoffa) e il Corriere della Sera replica, dai tempi di Tre Ragazzi Immaginari, la stessa puntuale stroncatura ad opera di Giovanni Pacchiano.
Credici o no, ma all’inizio era persino elettrizzante, sentire scatenare il livore di persone che non ti riconoscerebbero per strada.

Una cosa che ho molto apprezzato dei tuoi libri è il fatto che, dal punto di vista espressivo, siano tutti diversi tra loro. Questo perché hai sempre cercato di adeguare lo stile al tipo di storie che volevi raccontare…
Fermami tu, se riesci.
Te lo chiedo sul serio e per favore.
Ho quasi trent’anni e non sono ancora riuscito a vedere due giornate uguali.

Perché  per un po’ di tempo hai detto di essere nato a Nizza? Era una campagna di disinformazione come quella delle frattaglie sui bus?
Fai conto. Però essere nato a Nizza faceva più fico.

Anni fa ti consideravi non credente, ma avvertivi che quella scelta non proveniva da una riflessione seria. Quali sono, oggi, i tuoi rapporti con la religione?
I miei rapporti con la religione sono ininterrotti.
Sono panteista, come esprimono questi versi scritti di recente come ritornello per una canzone degli amici Frida Frenner:
Puoi riconoscere virtù
In ogni stelo e ogni foglia
Storie antiche e verità
In ogni stelo e ogni foglia
C’è la mano degli dei
In ogni stelo e ogni foglia
Da sempre il Bejaflor lo sa

So che alcuni mesi fa ti stavi dedicando parallelamente ad un romanzo e a dei racconti. Su cosa stai lavorando adesso? Quale di quei progetti verrà accolto nel prossimo libro?
In realtà, è da sempre che mi sto dedicando parallelamente a scrivere racconti.
Finora questa passione per le distanze brevi è emersa solo in occasione della jam session con il Marza uscita per Mondadori, ma in realtà la faretra è piena, e pure nuovi dardi vengono fabbricati con cura.

Il titolo provvisorio della mia tesi di laurea è “Ironia e Rabbia” (sottotitolo: La narrativa di Enrico Brizzi), perché ritengo che questi due elementi siano costanti nel tuo modo di scrivere e di considerare quello che racconti. Cosa ne pensi?
Sono così onorato della tua scelta che anche ‘Il visconte di Bragelonne’, come titolo, andrebbe benissimo.
In ogni caso, suggerisco di far slittare ‘ironia’ e ‘rabbia’ nel sottotitolo a favore di un titolo più composito e accattivante, adatto anche a un film o un Lp. Qualcosa del tipo “La rivoluzione punk jazz. Ironia e rabbia nella narrativa di Enrico Brizzi”…