Era il Novembre del millenovecentonovantasei e mai avrei detto che leggendo un libro,nella mia vita si sarebbero aperte viste su panorami che sembravano solo accennati. Ognuno credo potrebbe identificare nella sua gioventùdegli episodi che cambiarono in qualche modo la propria persona, per me una di queste fu la scoperta di Enrico. Allora, come per tanti altri ragazzi, si trattò più che altro di lasciarsi dare una specie di pacca sulla spalla, tipo da un fratello maggiore o da un amico un po’ più grande che ti racconta una storia che gli è successa quando aveva la tua età… E tu, indecisissimo, non è che avessi voglia di opporti, anzi, il più delle volte, richiudendo il libro poggiandolo vicino al letto, rimanevi a metà strada, stordito, quasi alla frenetica ricerca tra il vero e il falso su quanto avevi appena letto. Nonostante tutto il tempo trascorso da allora, ricordo con precisione la magia che mi ubriacava leggendo Enrico, la personale gioia di vedere bene uniti tutti i puntini e veder apparire, ad un palmo di centimetri, finalmente un disegno – che io avevo sempre sospettato fosse lì sotto il mio naso, disponibilissimo ad essere letto e apprezzato, ma che fino a quel momento... Un po’ come quando senti una canzone e subito dopo ti viene da dire “Ah ecco… dicevo io!”. Fu questo principalmente che mi spinse a voler conoscere il ragazzo-autore che aveva sudato le proverbiali 7 camice per trasferire tutto dal pensiero alla carta. Fu naturale pensare di dimostrargli della gratitudine. Quello che mi confermò quanto bene avrei fatto, la misi insieme poi, anni più in là. Quando nel millenovecentonovantasette decisi di impegnarmi sul campo virtuale al fianco del capitano Maurizio - al tempo inspiegabilmente seguace di Abel Balbo - avevo già capito parecchie cose, altre mi sfuggivano, ma ero pronto a giurare che sarebbe stato stupido preoccuparsi. Tra le cose che mi sembrava di aver capito c’era questa situazione del ragazzo che con i suoi libri mi teneva compagnia, solo che ogni volta che leggevo un’intervista o una recensione, questi qui con la penna dalla parte del manico sembravano far tutti parte di una specie di organizzazione inconsapevole per cui l’immagine che emergeva da ogni riga scritta su Enrico era costituita da un numero davvero povero di sfumature. Non so davvero se consapevolmente, ma intravedevo il tentativo di appiattire il lavoro costruito da un ragazzo fino a fargli giocare un ruolo che fosse quello scelto per lui. Un gioco che mi sembrò addirittura plateale una volta smaltita la sbornia di jack fruscianti. Non potendo scendere in piazza con gli striscioni, il megafono e il casco del motorino, pensai bene che se avessi creato, o contribuito a creare, in un posto visibile a tutti, una raccolta-archivio di tutto quanto fosse stato pubblicato da Enrico, senza commenti o fanatismo, sarebbe emersa una figura meno inquinata e più privatamente plasmabile… sarebbe stato in primo piano un ragazzo che racconta delle storie. Fortunatamente trovai i lavori già a buon punto grazie a Maurizio. A me venne in mente incoscientemente di creare un contatto discreto tra il sito-archivio ed Enrico. “Magari – dicevo – potrebbe essere meglio includere anche qualcosa di “esclusivo” della “nostra” raccolta”. Non so realmente meglio in che senso. Così mi auto-incaricai di andare di persona a proporre l’idea all’autore e dopo alcuni tentativi inutili si aprì imprevedibilmente la porta della collaborazione che ancora oggi resiste, magari diluita, grazie anche ad una amicizia per molti motivi distante. Mi capitava di vedere Enrico a qualche presentazione e di notare, da qualche posizione laterale rispetto al pubblico, la disarmonia tra le persone accorse per catturare “il segreto” ed un ragazzo, prima più teso poi sempre più a suo agio, che predicava con calma. Si chiuse definitivamente il cerchio quando gli sentii dire una cosa che suonava più o meno così: «…mi sono reso conto che per scrivere basta fare un passo indietro e lasciare che le storie scorrano dentro di noi…». Non so in che modo ma fu un episodio che mi fece sentire davvero bene. Di questo, o di cose così, mi piace parlare con Enrico quando ci incontriamo.. che infondo non ci si può davvero fermare per sapere se Aidi c’è sul serio, se Ermanno educa poco, se il saint-just è un imborghesimento sotto cui si maschera il tradimento definitivo. Ci sono delle storie, raccontate in un modo che mi fa sia caldo che freddo, tutto il resto lo metto io, se capite quello di cui parlo. Il sito-archivio resiste e resistono ovviamente anche tutti quelli che continuano da un decennio a scrivere le stesse cose, ma forse, se io ho capito il trucco, anche altri sono stati in grado di non cascarci proprio scarpe e tutto. Del tempo è passato e, ogni tanto, mentre vado a lavoro, mi viene ancora in mente che molte volte “basta fare un passo indietro e lasciare che…”. Oh Enrico, quella volta lì avevi ragione te.