SZ: Riguardo a Jack Frusciante è uscito dal gruppo tanto è stato scritto e tanto è stato detto. Riscontri un peso derivante dal fatto di aver scritto un libro che ha avuto tanto successo?
EB: Le cose che non fanno piacere sono il fardello e le pressioni che derivano dall’avere scritto un libro che è stato, oggettivamente, uno degli esorrdi più clamorosi degli ultimi anni in Italia. E non solo come copie vendute, almeno a giudicare dalle lettere anche tenere e allucinate che mi arrivano, gli articoli sui giornali, eccetera eccetera.
Il fardello di cui ti parlo, visto che quello che interessa fare a me è scrivere - cioè quello che in un certo senso facevo prima e faccio anche adesso - la parte pesante è quella in cui qualunque cosa scriverai sarà comunque confrontata con quell’esperienza che per me è stato un momento iniziale quindi legato, come la scrittura è sempre legata a delle stagioni della vita, a determinati momenti, a trip che ti fai in un certo periodo e già l’anno dopo non potrebbero esistere.
Anche Jack Frusciante è legato ad una stagione specifica che è quella di avere 17 anni. Un momento, capisci? Non vale neanche la pena di entrare nel merito e dire se bello o brutto, basta capire che è un passaggio veramente unico nella vita di una persona. Più avanti il letto del fiume si allarga, se capisci cosa voglio dire.

Come ti è venuto in mente di scrivere una storia come Bastogne, consapevole di poter perdere quel “mezzo milione di ragazzine innamorate del Jack”?
Quella è una storia che appare così soltanto dopo, guardando la bibliografia, gli anni in cui sono usciti i vari libri e confrontando Jack Frusciante: 1994, e Bastogne: 1996. Il conto che si fa con le dita dice due anni di distanza, però, in verità, ci sono delle cose che cominciano ad essere scritte molti anni prima di uscire. Comunque, nella fattispecie, Bastogne era una congerie di materiali e di storie molto più ampia di quella che poi è uscita nel libro. In pratica ho dovuto tagliare un sacco di episodi perché alla fine mi sembrava che in questo modo il romanzo fosse più agile, più capace anche di schivare oltre che di colpire.
Ma perché stavamo dicendo questo….? Ah, sì…
Questo per dire che avevo iniziato a scrivere Bastogne, o meglio, il materiale che poi sarebbe entrato in Bastogne, molto prima che Jack Frusciante uscisse. E carta canta. Nel senso che la prima storia che in assoluto ho pubblicato era un racconto che avevo inviato ad un concorso che si chiamava “My generation” indetto dal mensile “King”. Praticamente i personaggi di “Freaky styley” sono i fratellini sbarbi di Ermanno e Jerry… O almeno credo… Se uno trova in giro quel racconto si rende conto che sono abbastanza simili ai bozzetti del quartetto di Bastogne e non hanno niente a che fare con Alex, Aidi o i compagni di liceo. L’unico dei personaggi di “Frusciante” che esiste, in forma larvale, in “Freaky stiley” è forse il bravo ragazzo Martino.
Un’altra delle illusioni ottiche che viene dal guardare la bibliografia così come una successione di date e di copertine è anche l’idea che esistano porzioni di vita autoconcluse che forniscono carburante per un determinato libro. A volte mi illudo con me stesso che le esperienze e le fascinazioni fra il ‘94 al ‘96 abbiano dato vita a Bastogne.
In realtà, credo alla fine, le cose lavorano in maniera sotterranea molto più a lungo e determinati interessi o apparizioni ti accompagnano per un sacco di tempo. Non è questione di forzare la vita perché determinate esperienze o letture entrino in questo libro o nel prossimo, o nel primo o nel secondo racconto che scriverai.
Anzi, probabilmente, le cose che lavorano più in profondità sono anche quelle meno evidenti, quelle che meno ti verrebbero in mente se dovessi rispondere alla domanda “Ma quali sono le tue influenze in questo momento?”.
C’è un livello emerso di cui ti rendi conto che però nasconde tanto per vie che ognuno di noi imparerà magari tra 20 anni o 30 anni, o forse proprio mai.
È impossibile conoscere se stessi come si conoscono le pop star nelle interviste, disco preferito, piatto cinese preferito, segno zodiacale, eccetera…
Volevo fare un discorso per abbracciare tutte le cose che abbiamo detto fin ora.
Davvero l’unica parte di disagio che mi viene dall’esperienza di aver pubblicato, di aver ricevuto delle recensioni eccetera. è proprio lo scollamento tra quant’è complesso il mondo reale e quanto invece tutto appare segato come i dischi dei tronchi d’albero quando viene riportato in un’intervista, o in un articolo o comunque quando l’autore è una voce terza. In generale, forse, è inevitabile o almeno è inevitabile che succeda in un’intervista dove anche l’intervistatore ha magari un limite di due cartelle, un limite di spazio. Anche se in quello stesso spazio per me sarebbe meglio cercare… A me è capitato di lavorare come intervistatore – l’occasione più gloriosa l’intervista a Frusciante in persona - e secondo me è molto più interessante lasciar parlare la persona che vai a sentire e poi cercare di raccontare che vibre t’ha dato quella persona piuttosto che mettergli una griglia in testa dicendo “Ma tu sei favorevole che si insegni sesso orale a scuola?”. Come oggi sulla home page del mio provider internet:  “In Inghilterra, sesso orale a scuola contro l’Aids: è polemica”. Queste interviste sensazionalistiche di merda, da repressi su scala mondiale...
Intanto andiamo a vedere se è aperto lo chalet così prendiamo qualcosa da bere, sempre al passo dell’anziano… (Il bassotto Hans, n.d.r.)

Come hanno reagito la critica e quelli che ti erano vicino alla pubblicazione di Bastogne?
C’è stata una grande stupefazione delle persone che mi conoscevano bene. Alcune con esplosioni del tipo “Ecco finalmente la vera storia che bisognava raccontare, non come quella merda di prima”; altre assolutamente sbalordite che mi mettevano in guardia da quello che poi la gente ha detto e cioè “Ma dopo quel libro sembra fatto apposta, sembra ecc…”
Confusamente, in modo pervasivo, mi rendevo conto che mi stava capitando una cosa unica per un ragazzo di 20 anni, una ribalta del genere. Qua a fare i provini del film con 900 persone che volevano fare Alex e Aidi… 
È chiuso come non so cosa, facciamo il giro del Giaguaro e poi torniamo indietro… no, è aperto!
Ho pensato che il mio secondo libro, comunque andassero le cose, sarebbe stato atteso. Avrebbe quindi avuto recensioni, articoli e tutto quanto…quindi potevo intripparmi a pensare cosa è meglio che faccia oppure è prudente o imprudente fare questo, oppure potevo fottermene e sinceramente credo d’aver fatto così.
Prendiamo qualcosa da bere?
Nel senso che quella è la storia che sentivo in quel momento.

Ancora convinto di quello che hai fatto?
Certo!
[…]
Ciao Simone si può bere una birra o siete chiusi?”

”Scherzi?!? Ci stiamo ubriacàndo!!!”
Ah, ottimo!”

Riusciamo a sederci da qualche parte?
Da me, se vi va. Io abito qua vicino. Beviamo una cosa e poi andiamo in là. Voi come siete messi per stasera?
Io pensavo di andare al Link a vedere i Frida, prima. Solo che l’inculata in agguato è che l’ingresso costa 12 euro, e, Amico del Liceo, capisco tu possa trovarti perplesso….
Salute!
[…]

Tre ragazzi immaginari è il romanzo che preferisco. Mi racconti come è nato?
Su Tre ragazzi immaginari, per quanto riguarda le motivazioni interiori o cose del genere, la farei molto breve. Credo che muova proprio dalla consapevolezza di uno stacco per la prima volta. Si tratta di una cesura vera nella mia vita che ho sentito di aver attraversato, anche se non so esattamente a cosa corrisponda, perché non c’è nessuna famosa barriera dei 21 anni o dei 22 anni. Però, all’improvviso, ho saputo che ero in un posto diverso da tutti quelli in cui sarei potuto capitare se non avessi mai pubblicato Jack Frusciante. In un certo senso, la stagione di Bastogne è stata così veloce e frontale che non mi ero neppure fermato a pensare bene cosa stava succedendo. Senz’altro, questa di essere percepito a vent’anni come un autore di grido, come esperienza, non è molto ripetibile o scambiabile con un’altra. Qui torna anche quello che ti dicevo prima, anche l’aspetto un po’ violento o di peso che ti investe assieme a tutte le cose positive, prima fra tutte quella che continui a fare la cosa che ti piace fare. In quel periodo, come già in Bastogne, c’era una rivalutazione forte della piccola patria, del quartiere, del gruppo di amici anche in un posto in cui - a scanso di personaggi alla Raimundo Blanco - dovresti essere superprotetto e in mezzo a gente che conosci da sempre.

Secondo me, però, dipende anche dal grado di conoscenza che hai con le persone. Nel caso di Bastogne c’era una conoscenza molto superficiale, ecco quindi che si può spiegare il tradimento.
Penso di sì, penso che sostanzialmente Raimundo fosse un idiota, nel senso che era geloso di Cousin Jerry. Questa è la mia idea su come vanno a puttane le cose tra i quattro.
Tornando a Tre Ragazzi immaginari, da un lato c’era questa dimensione del genere “Alla fine siamo veramente noi e siamo in pace soltanto tra noi amici, compagni di quartiere e vecchie conoscenze”, dall’altra alcune esperienze relative a luoghi come il Livello o il primo Link o eventi come la Street Rave Parade che una volta all’anno riprende l’idea della Love Parade di Berlino. L’ultima volta c’eran 30mila persone. Soltanto che, al termine di una di queste sfilate o nottate guidate da personaggi molto aggressivi e tecnici come Aphex Twin o i Dub Pistols, provi quella sensazione abbastanzaacida e isolata che tutti conoscono per essere collocata in un momento preciso, e cioè l’alba.
Immaginati dopo una di queste notti in cui hai ballato e sei stato benissimo in mezzo alla tua gente, ti sei divertito e sei stato benissimo, e queste allegrie, alcune molto autostimolate per certi versi, altre antiche e genuine come ballare, come potevan fare i nonni contadini attorno all’albero della cuccagna e alla fine della festa ti pervade le narici una sensazione di merda tipo “Nessuna altra cosa potrà mai essere bella come è stato stanotte”. Qualcosa che è stato intero e veramente compiuto in un momento preciso –così ci piace credere- e dopo è un po’ condannato ad essere in frantumi nel ricordo e basta.
In quel periodo la sera uscivo in tutti i sensi, e da questo enorme Fuori mi interrogavo come potevano essere sensazioni del genere quando non c’erano techno e drum ‘n bass, o le forme di divertimento di estasi moderne. Quello che ti dicevo prima a proposito delle radici antichissime, le feste delle celebrazioni in onore di Dioniso o i carnevali del medioevo eccetera.

Una lettura molto interessante di quell periodo è stato ‘Il carnevale di Romans’ di Le Roy Ladurie.
E poi in Tre Ragazzi ho provato a sperimentare una commistione di stili, dal tono ampio e lirico del narratore semiepico al grattugiato talkin’blues finale di Ars Aruspicina… E’ stato come prendere più libertà ancora.

C’è il tema del tradimento anche in Tre Ragazzi Immaginari.
Non è un tradimento di cui puoi chiedere conto a qualcuno: è proprio sentirsi di merda perché ti rendi conto che hai tradito la fiducia, il nome di qualcuno, in un momento in cui hai preferito non pensare a un cazzo. Queste cose sono diversissime dal tradimento di Bastogne o da quello di cui si crede vittima a buon diritto Alex quando il compagno di scuola ci prova con la ragazza che lui vorrebbe considerare sua anche se sa che non è la sua fidanzata. 
Penso che sia una sensazione così indimenticabile quella di capire di aver fatto male e vergognarsi di fronte a qualcuno a cui non hai fatto male intenzionalmente per ferirlo, ma semplicemente perché te ne sei fottuto del fatto che lui esisteva per andare dritto a un altro obiettivo. Sono anche dolori che nutrono e per certi versi si riversano sulla pagina senza che tu lo decida, cioè ci vanno e basta. Come molte alter cose che capitano.

Avevi parlato prima di gruppo, che torna tanto in Bastogne quanto in Tre ragazzi immaginari. Nella tua vita reale il gruppo ha ancora un peso così rilevante?
È cambiato tutto da quanto è uscito Jack Frusciante. Quello che cercavo di dirti prima confusamente a proposito di Tre ragazzi immaginari, è anche che ci sono delle occasioni in cui ti rendi conto che tutto è pieno, tutto è intero perché ci sono tutti,  anche quello che c’ha la morosa che non lo fa uscire mai, anche quello che di solito non fa mai più tardi delle dieci, ecc…
Questo per dirti che qualunque si il gruppo quando hai 20 anni stai sicuro che 6 o 7 anni dopo “c’è Marco che sta comprando casa a san Lazzaro”, hai sentito cosa diceva il mio amico al bar dello chalet? Sono vite che si incontrano e vite che si separano. Il gruppo in quel senso ultragiovanile non può esistere più, diventa qualcos’altro, qualcosa di non meno saldo ma più sommerso. Secondo me proprio si immerge per resistere, per certi versi. Anche perché determinato tempo libero che hai all’inizio poi non l’hai più. I miei amici che hanno già dei figli fanno una vita molto diversa dalla mia, che già faccio una vita diversa rispetto a quando vivevo solo.
Il gruppo dello stadio non è tanto diverso dal resto, nel senso che alla fine vado allo stadio con dei ragazzi, alcuni dei quali erano miei amici altri invece li conoscevo solo di vista però è proprio una cosa su base di quartiere: son tutti ragazzi che abitano o hanno abitato come me o uscivano in compagnia con gli amici nella zona di via Saragozza e quindi rispetto a 5 o 6 anni fa siamo una specie di club di pensionati. Per altri versi, siamo gente di quasi trent’anni che cerca di inverarsi nel proprio destino, e la domenica continua a seguire la squadra.
Non voglio che… Quest’aspetto del tempo che passa sembra una cazzata, ma passa veramente. In bene e anche in maniera stupefacente per cose che non t’immagini. Però non è soltanto qualcosa che ti toglie. Io, se devo pensare a 10 anni fa - non vorrei sembrasse una frase fatta - però davvero sapevo molto meno quello che volevo, copiavo di più e, in segreto, mi studiavo allo specchio come fanno i cuccioli.
Un ragazzo che riesce a considerare un altro come la voce che parla in Tre ragazzi considera l’Assiro, non è un uomo, è un ragazzo perché nessuno… perché è un po’ triste se una persona di 35 anni prova un rispetto misto a soggezione misto a “Questo è il più stiloso del mondo!” verso un suo coetaneo o verso uno di 40 o 45. Dopo dici “Paul Weller: beato lui!” Non diventa quella forma di adorazione, mista a terrore mista a misurazioni mista a un sacco di altre cose. Quindi davvero, riguardando indietro, con il fatto di avere più esperienza inevitabilmente ti stupisci di meno, però quando ti stupisci dici “Cazzo anche questa dovevo vedere!”, infatti quando ti stupisci a 60 anni dev’essere un acido magnifico. Lo stupore è sempre positivo, per renderti conto che le mappette di merda che ti eri fatto in testa eran soltanto degli appunti da dilettante e che la realtà è molto più complicata e a tre dimensioni. E tutto questo non può essere negativo.
Prima parlavo con Cristina di ragazzi che a 18 sembrava sarebbero stati culo e camicia con te per sempre e a 19 anni erano solo altri esauriti da università. Dici “Ma è possibile, cazzo?”. Diventati degli altri, decaduti in maniera per me indiscutibile. Ci sono persone che a 18 anni sono curiosissime e a 28 non aprono un libro, non cercano un buon disco, non gliene frega un cazzo di niente. A quelli lì faceva veramente bene la scuola, almeno li costringeva a leggere… Sembra una cazzata ma è troppo più facile essere una Cartola da sbarbo, non so come dire…a 18 anni è facile sembrare che stai promettendo bene… Però nella primavera ci giocano in tanti, e la prima squadra è destinata solo ai migliori. Quando sono giù mi dico anche questo, ma è una consolazione che non riempie neppure una briciola del vuoto lasciato da quanti sono caduti.

Promettere è facile. Poi però è questione di mantenere…
Non hai nessun tesoro da mantenere se non l’animo puro, quella è l’unica cosa dei 17 anni che devi mantenere. Il resto è un cambiamento, un’evoluzione, immagino, però meno generico. Adesso sto  riguardando le bozze del romanzo nuovo che uscirà a maggio (“Razorama”, n.d.r.). Molto semplicemente so fare delle cose che non sapevo fare 2 anni fa, a livello tecnico. Scrivere di un ragazzo in bicicletta è molto facile rispetto a scrivere una scena ambientata a bordo di un catamarano, specie se vai in bicicletta da sempre. A livello di riferimenti, di parole che conosci, di tempi, di esitazioni, di tutto quanto. In generale raccontare di cose che conosci per esperienza diretta è incomparabilmente più facile di cercare di raccontare con la stessa precisione cose che hai sognato o hai visto al cinema.
Se cerchi di raccontare con un registro realistico la banda di gangster di Chicago degli anni ‘40 anzichè i quattro ragazzi di Bastogne secondo me scappava da ridere ogni tre pagine a chi lo leggeva perchè si capiva che non c’eri dentro neanche per un cazzo

C’è poi il rischio di cadere nei luoghi comuni
Quello è uno dei rischi più…il baratro che incontri oltre l’assente guard-rail! E comunque sono un po’ di mesi che sono sopra questo libro che ho consegnato, sto riguardando le bozze, ormai sto guardando praticamente che le virgole siano in ordine. Però le mattine che devo guardare se le virgole sono in ordine e le mattine che invece mi sveglio e mi metto a scrivere, sono due vite diverse. Scrivere è una vertigine troppo bella, perché col tempo migliora sempre, perché col tempo impari a fare più cose… Come andare in skate o altre mille cose. È troppo più gratificante quando sei un po’ capace rispetto a prima.

Ma così non perdi un po’ della sorpresa che c’è nella scrittura?
Non ti sorprende più il primo baggiano che arriva e ti dice “Oh, guarda il gioco delle tre carte”. Se non hai più diciassette anni gli puoi anche dire: “Cazzo, uomo, ma quello è il vecchio gioco delle tre carte!”.
Una volta ogni libro che leggevo mi sembrava meraviglioso, persino Erica Jong, adesso mi capita molto più di rado. Però non è che quando leggo “Avere e non avere” di Hemingway - che per me è un faro di perfezione - non mi stupisco, anzi mi ri-stupisco ogni volta che lo rileggo, anche ieri l’altro! Ti sembra di riconoscere meglio, di aver scremato un po’ chi erano i Fenomeni da bar e chi sono quelli che hanno diritto di stare in un posto. Il mondo della scrittura è troppo pieno di mistificazioni, nel senso che la critica è troppo distante da quelle che sono, almeno in Italia adesso, le cose che piacciono alla gente. Poi alla gente piacciono anche delle gran cose di merda, non è questo, però…

Parliamo della critica.
Non viene mai detto, dalla critica, che la voce a nastro di un certo autore è come il sound sciatto e illuminato in modo fioco dei Backstreet Boys, mentre un altro autore ha trovato una voce sulla pagina  potente e aspra alla Ramones.
Leggi gli articoli ed è come se ogni libro fosse un mondo a sé che al recensore può piacere o non piacere, ma non è quello il punto.
Ci saranno delle mappe, ci dovranno essere dei riferimenti obiettivi nel dire “I New York Dolls e i Ramones s’assomigliano più che i New York Dolls e Peter Gabriel”. Sui giornali musicali non è un tabù scrivere che un certo gruppo è tecnicamente povero, o che un altro artista è capace di provvedere in prima persona all’arrangiamento di un’intera orchestra. Invece leggi le recensioni e navighi nel vuoto. In generale, niente di quello che il recensore scrive si colloca in rapporto al resto del mondo. L’unica sensazione che emerge è quella di una sentinella appostata in mezzo al niente che ci racconta se l’ultimo dispaccio dalla capitale lo ha interessato parecchio o soltanto così così.
Pensata così, con il meccanismo on-off del gradimento, la medesima recensione può andare bene per il chitarrista del sabato pomeriggio e per Jimi Hendrix.
Ti dice se gli è piaciuto, capito? Può essere Rabelais, può essere Baricco, la Tamaro, De Carlo o Sandrone Dazieri con Gorilla Blues.
Hans, dài, sei esausto…che fai, scappi di casa?!

Perché, secondo te, siamo arrivati a questo punto?
Questo non lo so, perché quando ho iniziato a scrivere con frequenza, a 17, 18 anni, quando ho conosciuto Massimo Canalini di Transeuropa, una delle prime cose che ho visto è stato un articolo di Tondelli in cui diceva “Oggi più che mai si sente in Italia il bisogno, a fronte di una nuova generazione d’autori 35enni ecc., - questo più di 10 anni fa - di una nuova generazione di critici con i quali confrontarsi da pari età, o comunque da abitanti di mondi compatibili con quelli degli autori”. Soltanto che se vai a vedere chi ha in mano le pagine culturali di Repubblica, Stampa e Corriere della sera, penso che Tondelli potrebbe scrivere le stesse cose oggi.
La sensazione brutta è proprio quella dell’isolamento. Ogni volta nel po’ di vanità inevitabile che uno ha, ti dici “Cazzo, questa volta ho fatto una cosa sensazionale, non potranno non accorgersene, non potranno non ammetterlo!”.
E invece hai la sensazione ogni volta che siano come delle bombe, anche con un potenziale altissimo, che vengono fatte esplodere dagli artificieri dentro delle stanze stagne dove ogni punta viene normalizzata, ogni dissenso viene in parte mascherato, in parte incanalato, in parte etichettato in modo perfetto. Io, comunque, non credo a complotti. Credo che sia solo, tristemente così.
Quello che rimprovero ai recensori, in maniera sintetica, è: ti piace il Blues del Delta registrato a 78 giri? Non mi puoi venire a dire, all’improvviso, che l’ultimo lavoro delle Spice è sensazionale! Invece, sembrano dei tiratori scelti, o dei guardiani del ponte che dal loro passaggio a livello dicono “sì, questo passa” oppure “no, questo non passa”. Senza rispetto per chi arriva al passaggio a livello con il lavoro di anni interi.

Sbaglio, o in te alberga assai poco l’aspetto romantico dello scrittore guidato dall’ispirazione?
No, non l’ho mai conosciuto. Nel senso che la prima stesura è, giustamente, il più free possibile, però ha già in sé la domanda di essere perfezionata e dettagliata al meglio di quello che sai fare, che adesso è diverso da tre anni fa o da cinque anni fa. Il che non vuol dire che tu scriva delle storie più belle, perché ti puoi appassionare a delle storie che agli altri fan cagare, non è quello il punto. Però vorrei ribadire che secondo me esiste un livello quasi obiettivo di padronanza della lingua. Poi, uno può impiegarlo in modo diverso a seconda della sua indole, del suo stile, più classico o invece sconvolgendolo da dentro, però non è che se sai suonare bene non puoi fare della musica punk, credo… Probabilmente riesci a fertilizzare in modo ulteriore l’intuizione che si può anche lavorare fuori dagli schemi. Anzi! Cioè, ascoltiamo gli a-solo di Hendrix e Frusciante, non quelli di Bugo o di qualunque pazzo che non sa suonare e fa gli a-solo sbagliati per il proprio pubblico di intellettuali dementi.
In scrittura, il disordine che nasce in un luogo in cui la lingua è molto controllata sarà infinitamente più fertile e capace di mostrare delle aperture che non quello che I Cazzoni chiamano Free-style.

Cazzoni?
I Cazzoni, dài, quelli che sanno fare solo Free-style e non saprebbero fare nient’altro.
Tu dimmi perché non ho idea se sono chiaro, o.

Di chi è che ti fidi quando scrivi un libro? Per chi lo cambieresti?
Accetto anche i “Mi fa cagare”, però da un certo punto in poi il libro è quello. La persona più vicina in questi dieci anni è stato il mio editor Massimo Canalini. Non è che gli vado a mostrare quando scrivo trenta pagine, però quando ho una storia che ha un inizio una fine, eccetera, ci tengo proprio a sapere cosa ne pensa e a sentire anche delle indicazioni.
Lui non è uno scrittore o uno che ti fa leggere dei racconti o qualcosa del genere, lui proprio fa l’editor. Lavora come lavora l’ingegnere del suono di un disco, controlla che i livelli siano in ordine, bilancia e suggerisce. Un ruolo tutt’altro che disprezzabile, secondo me. È uno che non lavora né alla Mondatori, né alla Bompiani o cose del genere, però nel suo ufficio ad Ancona ha il ritaglio del Corriere della sera che dice “Massimo Canalini miglior talent scout d’Italia degli ultimi vent’anni”. È uno che nell’ambiente è comunque ben conosciuto. Però è sempre stato indipendente, grosso modo. Ha cercato di limitare la collaborazione con le major proprio alle necessità economiche, ed ha sempre avuto una struttura sua, che è poi Transeuropa.
Se fosse per lui, poi, si metterebbe subito a lavorare sulla pagina “Qua potresti, invece…” oppure “Perché non provi il passato remoto?” queste cose qua. Allora io sento il bisogno di difendere, in un certo senso, il testo anche da lui, all’inizio.Poi tutto torna a svolgersi, per settimane e mesi, nel silenzio da sparatoria della mia stanza-da-lavoro, a Bologna, come quando, tardoadolescente a casa dei miei, mi barricavo nella cameretta da sbarbo e tagliavo i ponti con l’esterno, convinto di coltivare rogetti che avrebbero cambiato per sempre la faccia del pianeta, o perlomeno la parte della faccia che comprendeva il mio quartiere.
Il fatto di sentirmi bene dietro una porta chiusa, con il mac, i libri dei maestri, la musica e le paglie dalla stessa parte dell’uscio, e la tivù dall’altra parte, è un’attività che coltivo ininterrottamente dal 1990.
E poi c’è una fase ulteriore, quando ormai il testo è fermo nelle sue partizioni e a quel punto, prima con Cristina e Massimo, e infine con i redattori della casa editrice, si controlla tutto da capo per levigare progressivamente le pagine.
Anche Marza è un lettore di cui mi fido. Conosce interi capitoli a memoria. Capitoli di ogni cosa.
Cristina l’ho conosciuta nel ’98 perché doveva intervistarmi per la sua tesi di laurea. È stata una storia stranissima perché mentre mi intervistava (l’intervista diventata “Il mondo secondo Frusciante Jack”, Transeuropa, 2000), a me sembrava troppo da cazzone fare il cascamorto anche se lei mi piaceva. È stato tutto trattenuto per dopo, per fortuna.
Il bello dei libri è che solo per gli impiegati della casa editrice durano due anni. Cioè se tu parli con chi lavora all’interno di una casa editrice, la fortuna di un libro si basa il primo anno sull’edizione con la copertina semirigida, il secondo anno con l’edizione tascabile o quello che è. In effetti sono molto rari i libri che rivedrai da Feltrinelli dopo vent’anni. Eppure fuori da Feltrinelli restano, checchè uno ne dica.
Tanti libri sono stati ristampati molti anni dopo. Fino a un passato molto recente, quando l’industrializzazione non era così martellante, era comunissimo che determinati libri avessero edizioni magari a 30 anni di distanza l’una dall’altra e magari in parti del mondo diverse.
Sono affezionato all’idea che ogni libro possa avere, se mai un giorno sarà il caso, una seconda vita.

Non è un lavoro un po’ solitario, quello della scrittura?
L’ultima esperienza, che è stata quella di scrivere a quattro mani con Marza, mi ha fatto capire in che senso resta solitario anche se sei in due, per certi versi. E al contrario, come in realtà il lavoro non è solitario, almeno fino a un certo punto, anche quando in copertina c’è solo il tuo nome. Concretamente le mie storie sono storie che sono apparse in un certo modo. Quindi ho avuto prima un’idea un po’ vaga di che tipo di sound mi sarebbe piaciuto, o di punto di vista, o di modulazione di punti di vista, poi le storie che si possono trovare nelle pagine, fin dentro il pensiero che posso fare per i cazzi miei, sono piene di persone che erano di fianco a me in quei momenti.
Il mio auspicio è che uno che scrive non sia più solitario degli antichi Greci che andavano a fare le spedizioni, a cercare le isole o a saccheggiare le città sulle coste turche e quando si fermavano, mangiavano e tutto il resto, c’era quello che oltre al guerriero faceva il poeta e intratteneva gli altri con le loro stesse storie o con le storie di uomini simili a loro. Non ci sarebbe linfa e vita, all’inizio, perché non ci sarebbero le storie se tu fossi davvero da solo. Il fatto di quanto tempo stai da solo non ha a che fare in modo diretto con il fatto di sentirsi solo.

Qual è la parte più bella del tuo lavoro?, se lo consideri un lavoro…
Ogni tanto me lo pongo questo problema: se lo considero un lavoro e se è giusto considerarlo un lavoro.
Ci sono due parti mobili in questo ragionamento.
Una: cosa è scrivere?, e l’altra: cos’è il lavoro? Il lavoro prende alle volte per alcune persone una connotazione negativa e per altre no. Il lavoro nel senso dispregiativo dello sgobbo eccetera, non lo considero una cosa che ha a che fare con quello che io provo con la scrittura, sinceramente. Ci sono dei momenti in cui sono chiamato a far delle cose in tre giorni che altrimenti potrei fare in cinque, questo sì. Sta per uscire un libro – il caso di questi giorni- se io dico alla casa editrice “Lunedì vi faccio avere le bozze”, sinceramente mi sbatto e magari lavoro di domenica notte per consegnarle lunedì… questo però fa parte più che del lavoro di un certo modo di… cioè loro non sono mio cugino! Cerco di comportarmi in modo un poco serio con le persone con cui non sono in confidenza, almeno. Vabbè, ma questo è normale.
Per il resto a me piace dire “Il mio lavoro” perché tutte le volte che ho letto delle interviste a scrittori che mi piacciono, da Hemingway a Tondelli, saltando da una parte all’altra dell’appennino e dell’oceano, e loro si riferiscono sempre alla loro scrittura come “Il lavoro”. Carver anche… e mi piacerebbe dire così anche se domani facessi l’insegnante alle scuole medie e parlerei lo stesso della mia scrittura come del mio lavoro, se continuassi a scrivere.
Se guardo i miei amici, alcuni stanno finendo di studiare, altri lavorano da tempo. Io mi sento fortunatissimo a fare questo lavoro. C’è chi fa il barista, chi si sveglia alle cinque, chi fa i turni in fabbrica. Come loro pronunciano la parola “lavoro” e come la pronuncio io, sono due canzoni diverse. Io dal mio lavoro traggo una soddisfazione. Rancore è ovvio ci sia da parte di chi deve andare a girare la pressa…
L’unica cosa da fare è ringraziare gli Dei. Fine dell’argomento.

Avevo il registratore spento, ripeti…
Una domanda che ogni tanto viene affrontata è l’eterno problema “scrivi per te o per gli altri?”. Appartiene ai bivi satanici. Qualunque lato prendi è sbagliato. Se sei lì stai già sbagliando. E come dicono i Red Hot citando, io credo, Louis Armstrong “If you have to ask, you’ll never know”. Cioè, se sei lì a fare la domanda, è già troppo tardi per sapere. È una specie di avventura meravigliosa con dei momenti di capelli in fiamme e dei momenti anche più quieti, però c’è qualche cosa che ha a che fare anche con l’acciaio, oltre che col sogno, che unisce questo momento in cui sto a parlare con voi col momento in cui ho preso  il treno la prima volta per andare ad Ancona a portare a Transeuropa la prima versione di Jack Frusciante. C’è qualcosa di meraviglioso a cui vorrei davvero pensare a 50 anni o a 70 o un momento prima di morire, ma per il resto davvero è Confartigianato. È proprio imparare a fare sempre meglio una cosa perchè la ami. È cercare di essere devoto in un modo più maturo. Non so se è una missione, però è una chiamata che senti. Non so se capisci cosa intendo. Sono stato cresciuto da una famiglia molto religiosa, ma al momento non sono esattamente un cattolico. Non sono però neanche l’ateo a trecentosessanta gradi, per me c’è qualcosa di spirituale a cui tendere. Come dire che c’è qualcosa di spirituale nella musica. Di poetico… Esatto. Il fatto stesso che esista qualcosa a cui noi possiamo pensare come poetico è il segno che non è che tutto possa finire qua, quantomeno per quello che riusciamo a sognare e a dire in un modo piuttosto che in un altro.
Conoscete una poesia? Una canzone?
A me viene in mente soltanto “La nebbia agli irti colli”, cioè…
Ecco, faccio un esempio: “mia madre ha già sistemato tutto nelle scatole ed è pronta a traslocare” non è uguale a “ha messo insieme le sue cose e sta per andarsene” . “Cadde come corpo morto cade” è diverso da “scivolò esanime” o “cadde senza vita”. In questo scarto, io credo, abita la promessa che, attraverso le parole, noi possiamo pensare a qualcosa che non è soltanto immanente. Poi che sia il Paradiso dei Persiani o l’Inferno di Dante lo vedremo dopo, non è da preoccuparsene qua. Però non siamo solo uomini, automobili e asfalto per fortuna. Anzi.

È una speranza o una convinzione?
È uguale, se ci credi…!