Inedito per «KING», aprile 1994

I CAN GET NO SATISFACTION
Un pomeriggio chez Casamonti

La villa palladiana in cui vive Ivano Gladimiro Casamonti, leggenda metropolitana e biografo di Vasco Rossi, sorge nel bel mezzo della pianura veneta, presso Maser.
Mentre la ghiaia del vialetto scricchiola sotto le mie Trickers ormai consunte, vengo scortato verso l'entrata da Cornelius, l'alano maculato simbolo della Great Dane Records, l'etichetta indipendente gestita da Casamonti e da altri buontemponi con la fissa del bootleg.
Ivano Gladimiro Casamonti, anarchico situazionista, storico collaboratore di King e Moda esce ad accogliermi sulla scalinata, con un aspetto poco consono alla maestosità del luogo: maglietta, pantalonacci ed espadrillas neri, chioma scomposta, baffo lungo e occhio spento, lo si direbbe un capo vichingo svegliatosi da un letargo millenario con un pesante accento meneghino.
Le prime parole che escono dalla sua bocca sono: "Ho solo del caffè e della diet coke".

Casamonti ha destinato la villa vera e propria, i cui corridoi ricordano in modo impressionante l'hotel di Shining, a deposito ("Forse un giorno butterò via tutto e ci farò un museo sui Rolling Stones. Ron Wood è già d'accordo.") e vive la sua vita da nottambulo nelle mansarde, nella migliore tradizione del romanzo gotico.
La tana, a cui si accede tramite una scala, è piccola, stracolma di migliaia di vinili e cd, molti dei quali introvabili nei circuiti ordinari. Un'intera parete è dominata da apparecchiature televisive: riconosco uno schermo, tre videoregistratori, un equalizzatore, e non mi spiego esattamente la funzione delle altre apparecchiature. Conto, appoggiati per terra, otto telecomandi. A tre metri di distanza, un mixerino a ventiquattro piste, a cui sta appoggiata la mitica Strato nera (imbracciata nei servizi su King che lo ritraggono in coppia con Arbore e addirittura coll'Hermann Hesse di Pieve di Cento, il postcraxiano Red Ronnie).

Sul pavimento brucia l'incenso, in perfetto stile freak, a pochi passi dalle colonne di compact disc e dal mixer, e a me diciannovenne cresciuto a junk food e trash television, sullo sfondo dell'apocalisse anni ottanta, sembra tutto molto evocativo di una certe temperie culturale, quella dei celebrati sessantottini tecnologici, passati dalle occupazioni ai media, via radio libere.
Intendiamoci, i sessantottini sinceri al bivio degli anni ottanta si sono divisi in scuole di pensiero: chi si sentiva ancorato alle tradizioni si è disfatto coll'alcool, chi si era un po' messo a posto sposandosi bene ha pipato coca per dieci anni, chi era naufragato ha potuto scegliere solo le spade e infine i tecnologici come Casamonti hanno scelto quanto di più tossico e pericoloso, e si sono fatti di televisione, all'infinito, senza possibilità di recupero. Con tutto quello che comporta una passione del genere per un uomo della sua età.
Un cliché forse, ma ha ragione Charles S. Peirce quando ammonisce a non sottovalutare i pregiudizi: da Philp Dick a Bruce Sterling, dal flirt con gli psicofarmaci al rilievo conferito alla programmazione televisiva nella formazione della personalità, dall'interesse per l'anarchismo situazionista a quello per le tematiche del postmoderno (anche se Casamonti invita a diffidare di Baudrillard, e di occuparsi piuttosto degli strutturalisti "vera gente di sinistra"), non manca nulla al bagaglio. Una delle sue personalità, perlomeno, è questa.
Casamonti pulcino del Milan insieme ad Aldo Maldera; Casamonti modello di golfini per la ditta materna di prodotti in lana insieme a un bambino destinato a diventare terrorista nero; Casamonti quindicenne stipato nelle primissime file del Vigorelli a sentire i Beatles che suonano con un impianto scarsissimo reso totalmente afono dalle urla dei/delle fans. Casamonti in gilet di raso, camicia col pizzo e caschetto ossigenato alla Brian Jones che gira con la futura moglie ("una stupenda ragazza") per difendersi dalle accuse di omosessualità genericamente lanciate dai camionisti di passaggio ai seguaci dello stile Swinging London.
E ancora, Casamonti che denuncia dai microfoni di Radio Popolare il complotto CIA-Brigate Rosse (dove la prima finanzia le seconde per sputtanare il resto della contestazione, quello più pacifico e, paradossalmente, molto più pericoloso. Tanto da partorire quindici anni più tardi un diario come la Smemoranda). Casamonti schizzatissimo per l'eccesso di psicofarmaci; Casamonti che si schianta in macchina e sbatte la faccia sul volante dando il via a una teoria interminabile di operazioni chirurgiche; Casamonti che ricorda la storia commovente e feroce della sua nascita; Casamonti che spiattella a Robert Smith "I am the Cure too", commuovendolo col racconto di come i suoi lo abbiano desiderato come compensazione per la morte drammatica del fratellino Libero.
Schizofrenia malattia postmoderna per eccellenza? Sì, ma non solo per Ivano Gladimiro Casamonti, rocker d'annata ed esponente storico del gruppo di radio Popolare, anch'io sono in pieno trip; mi sembra non solo di parlare con una persona, per inciso simpatica e disponibile, provo un'inedita sensazione di disorientamento. E' come essere di fronte al proprio passato, o alla propria coscienza, o a vostro zio, non so se ve ne potete rendere conto.
Sto parlando con un uomo che incarna le ragioni di un certo gruppo sociale, culturale e politico (una specie di sinistra eterodossa che fa l'occhiolino all'anarchismo del rock e a quello di Bakunin) in cui non posso negare di trovare dei riferimenti, delle radici. Radici che, mi ero sempre detto davanti allo specchio, tu non hai se non nei fumetti di Andrea Pazienza, in Goldrake Atlas Ufo Robot, nel punk e in Arancia Meccanica (per la verità più nella versione scritta che in quella cinematografica); la mia generazione, quella dei primi nati nel Nuovo Mondo post 1968 ha cercato in ogni modo di cancellare questa paternità, probabilmente per biologicissimo antagonismo generazionale che i comunardi pensavano con colossale miopia di aver annullato per sempre, e invece, come dice il vecchio Ivano "i cicli si ripetono, e non c'è niente di più sbagliato di una madre che si fa le canne coi figli. Fa perdere tutto il valore della canna".
Già, a proposito…con le cosiddette droghe come stiamo?
Ivano assume un'aria pensosa, e confessa che la maria lo fa vomitare. Il vecchio hascish non viene neanche preso in considerazione, cancellando anni del mio immaginario subculturale. Magari a Milano non tira molto… Pensate che a Bologna è il contrario, ed è MJ ad essere quasi introvabile! Vabbè. La coca? "Mi ricorda troppo il sapore della novocaina che mi danno dal dentista". Forse Vasco ne sa qualcosa di più? "Vasco si è disintossicato proprio grazie a un professore di Bologna. E basta con questa storia di Vasco tossico agli ultimi; non si è mai fatto una pera, e adesso ha smesso anche di farsi le sue pipatine." Gli acidi? "Ueh, non mi va mica di lasciarci il cervellino come Syd Barrett". Le anfetamine? "Me ne sono fatta qualcuna per finire il libro, quando dovevo consegnare il lavoro ed ero ancora indietro. Tutto prescritto dal medico."
Il vecchio Ivano Gladimiro sembra avere una fiducia enorme nei medici, sarà che è dipeso da loro in molti frangenti della sua vita.
C'è una telefonata: si favoleggia sul fatto che Ivano Fossati pubblichi dei racconti nella collana dei libri di King. Fossati, in un punto imprecisato della pianura padana, a tavola con qualche amico, sovrappensiero, è da qualche tempo che ha in mente una possibile trama, e anche un personaggio, beh, qualche linea di un personaggio plausibile, e anche l'emozione che vorrebbe far nascere nei lettori. Ha voglia di mettersi a scrivere, in pace. Tanto quelli che leggono le tue storie sono come chi ascolta la tua musica; li riesci a fare entrare nel mondo che hai costruito con tanta cura per un attimo appena, e sorridono e finalmente ti conoscono e ti sono vicini, ma è una magia breve perchè prima che il disco sia finito stanno già pensando alla bolletta da pagare alla ragazza da andare a trovare a mettere la vespa in garage che ormai piove.
Ivano Gladimiro Casamonti riattacca e si smaterializza. Per rispondere alle mie domande sull'apporto dei medici e degli psicanalisti ricompare Ivano Waldemar von Hausberge, più che un fratello un alter ego. Parla di anni e anni di analisi, parla di un maestro cinese che gli ha regalato un disegno da guardare e riguardare per addormentarsi senza fialette e pozioni e gocce e. "Una sera ce l'ho fatta. Ci ho messo un'ora, ma mi sono addormantato da solo. E' stato bellissimo." Giano Casamonti-Hausberge è buffo, una specie di bambino di ottanta kili che dice 'cazzo' e 'porca madonna' ogni frase, che ha fatto un sacco di viaggi e conosce un mucchio di gente importante, ma che in fondo ha solo voglia di dormire e suonare la chitarra. Magari tutti sono così. Mi piacerebbe crederci un po' di più; per ora scrivo al computer tutto solo nella mia cameretta ascoltando un pezzo punk che dice "e queste voci che- consumano in fretta la mia vita- mi lasciano solo al centro- tra un passato che non conosco più- e il futuro che si nasconde di fronte a me", e mi sembra di aver provato la stessa angoscia una settimana fa seduto di fronte al vecchio Ivano che parla della sua vita; è un'angoscia molto pop e patinata, se volete, ma ognuno sceglie packaging e colonna sonora per la sua vita come più gli piace.
C'è una telefonata: i Rolling Stones hanno finito di registrare, l'album è pronto. Hanno cominciato a incidere in Irlanda e finito di sistemare i nastri in Giamaica. Me li immagino, gli Stones, sul bordo della piscina di qualche Hilton, invariabilmente sotto il sole, vestiti da papponi occidentali, occhiali neri e cocktail da venti sacchi che saranno pagati con tutto il resto degli extra dal responsabile amministrativo (probabilmente una gran fica cavallo alto e tette esplosive) spedito al loro seguito dalla Virgin. Gli Stones all'aeroporto, le valigie non perquisite, i poliziotti avvertiti con due settimane di anticipo, una processione di limousine ad aspettarli, le hall degli hotel guardate a vista dagli uomini di qualche agenzia costosissima, centotrenta kili, auricolare e magnum sotto l'ascella, a sorvegliare gli ozi di Jagger e Richards.
L'Ivano Gladimiro più famoso d'Italia ne ha carrette, di dischi degli Stones: duecento versioni solo di Satisfaction (sì, la sigla della pubblicità dello Snickers!), pile di vinili, bootleg vari in tutti i formati e un cofanetto maestoso di inediti prodotto proprio dalla Great Dane. Aneddoti sugli Stones? Casamonti va a nozze, assume un'espressione tipo vecchio tifoso che ricorda l'ultimo scudetto, e inizia a raccontare: "Mick Jagger non è Lucifero. E' un tipo che ha fatto due anni alla Bocconi, che lì si chiama London Economic School, e che guarda al portafoglio prima di tutto. Gli possono anche chiedere 'Lo pigli nel culo?', Mick chiede 'Quanto?', 'Un milione di dollari' 'Allora sì'. Keith Richards, la pera più famosa del mondo, è passato alla storia per aver dichiarato 'Io non ho mai avuto problemi con l'eroina, ho solo avuto problemi con la polizia'. In privato mi ha spiegato che avrebbe dovuto aggiungere 'Perchè sono ricco'. Eh, ogni anno va a farsi togliere un pezzetto di fegato, quello rovinato, e poi sta bene. Ha due medici che lo seguono dappertutto. Ha roba purissima, mica come i tossici per la strada. Se collassa perchè fa troppo caldo, come successe a Torino, non c'è problema. Lo attaccano all'ossigeno e si riprende in fretta, perchè the show must go on. Mica come Brian Jones, che soffriva d'asma e c'è rimasto. Era un po' il genio, musicalmente parlando, di tutto il gruppo. Ma come si era ridotto, grasso e a pezzi; Richards gli aveva fottuto la donna, Anita Pallenberg. Classica situazione dell'amico che ti ciula la donna, solo che in questo caso era stata un po' pesante. Jagger gli ha fatto una scenata incredibile tipo sei una merda, violenza psicologica insomma, su uno messo così male, ci credo che si è buttato in piscina. Ron Wood è simpatico, gli è piaciuta la raccolta della Great Dane, che in America vale dai 300 ai 500 dollari. Bill Wyman non si è mai capito cosa stesse lì a fare, un tipo… boh! Non mi dispiace che se ne sia andato. Uno veramente inquietante è Charlie Watts, non l'ho mai capito. L'ho incontrato tre volte, e le prime due senza dire niente mi ha preso la cravatta. Fa collezione di cravatte. Cioè, cravatte di giornalista italiano, non poteva resistere. E anch'io, mi arriva lì il batterista del mio complesso preferito e mi prende la cravatta, cosa vuoi che ci faccia? La terza volta, però, ci sono andato senza."
Ivano Gladimiro Casamonti parla senza requie per centottanta minuti netti, una cassetta da sessanta e una da centoventi, si alza, si risiede, gira, mi fa vedere il VHS del festival di Altamont e promette che me ne regalerà una copia; al telefono con qualche critica-produttrice-giornalista spiega che "il giovane deve capire l'importanza della coltellata di Altamont nella storia del pensiero occidentale". Il giovane sarei io, e la coltellata quella che uno degli Hell's Angels, incautamente assunti come servizio d'ordine, vibrò a un hippie strafatto delle prime file.
Mentre calano le prime ombre della sera, come scriveva Bonvi in Nick Carter (Ve lo ricordate? Quel detective nano accompagnato dal cinese e dal gigante tonto che dava la caccia a un ladro chiamato Stanislao…), arriva anche il momento di salutarci; Casamonti deve andare a farsi la doccia e arrivare fino allo studio di qualche specialista, io sono stordito in una girandola di passato e ipotecabile futuro, affondato nella fonoteca dei miei sogni, di fronte a un giornalista di cui seguo il lavoro con alterne emozioni, condividendone il credo individualista e dissociandomi dalle sparate più nichiliste. Esco dalla villa palladiana di Ivano G. Casamonti, e per qualche miracolo patafisico mi trovo a camminare lungo un viale della solita incazzatissima iperattiva puzzolente capitale morale d'Italia. Lungo un viale incrocio un capannello che ascolta un candidato che parla di nuovo miracolo economico e di potenza internazionale. Mah. Alla fine incrocio una tipa sui quaranta vestita da tirolese e le chiedo indicazioni per l'entrata della metropolitana; continua a venirmi incontro, senza rallentare mi squadra dalla testa ai piedi come se fossi un noto ricercato, o la metro non esistesse più da due secoli. Dice guardi non sono della zona e se ne va tacchettando sull'asfalto.

Il direttore mi aveva commissionato il pezzo come un'indagine, 'Casamonti esiste?'. Gli sono stato di fronte tre ore e non ne sono ancora sicuro. Intensivamente possiamo dire che è stato insegnante di lettere, che è direttore responsabile della fanzine Satisfaction, che ha una gran bella tv con effetto surround, che ha i baffi più lunghi di come me li aspettavo, ma estensivamente, per quanto riguarda i valori di verità (esiste?) preferirei non sbilanciarmi. Ora più che mai, scendendo le scale del palazzo in cui vive il vecchio Ivano (che ha poi quarantadue anni), mi chiedo se il mondo esiste o se è una rappresentazione virtuale o un sogno sognato da qualcuno di molto esterno e sconosciuto, o se siamo unità biologiche dotate di pensiero personaggi di una simulazione di laboratorio. E' inquietante, quest'uomo. 'Inquieto e inquietante', come si suol dire. Mah. In fondo di sapere se esistiamo o no, come dice sempre quel tale che scrive 'Media su Media' a King, "non me ne frega un cazzo".

Enrico ‘Elwood’ Brizzi

 

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