«KING», febbraio 1995

JACK FRUSCIANTE ON TOUR
Weekend musicale con i Frida Frenner

In treno un gruppo di ragazzi con grandi zaini e il mio libro in mano.
Verso le quattro sbarco ad Ancona con One Man Band Canalini, talent scout ed editore.
Il pomeriggio si fa tardo senza troppi problemi.

In un gran bel locale chiamato Strabacco, soirée a cura del gruppo Fahrehneit 451, ospite Enrico Brizzi, mangio divinamente al tavolo dei grandi, tutti mi chiedono, vino buono, un sacco di gente che vuole conoscermi, un paio di interviste per giornali locali.
Cosa è cambiato nella tua vita da quando hai ricevuto tutta questa attenzione per il tuo libro? Beh, ad esempio che mi invitano qui. Hai già in mente cosa scrivere nel tuo prossimo libro? Grosso modo sì, ma credo che si aspetterà un bel po' prima di vedere un altro mio romanzo. Sono estremamente aperto a idee tipo racconti estemporanei, collaborazioni, sceneggiature, ma un romanzo ha, come dire, un altro statuto. Scrivere un romanzo è un corpo a corpo di cui devi essere assolutamente convinto, non è una specie di divertissement. E poi sarebbe troppo facile sputtanarsi, a questo punto. Ma hai avuto pressioni per scrivere altro? Ciumpa! Altrochè.
E il giovane autore fa la sua parte con il gentilmente intervenuto pubblico, perchè, come disse il tale, è sempre un gioco delle parti, forse è una specie di maledizione o forse va bene così, devo solo abituarmi.
Il posto è assolutamente stipato. Le scale che portano dalla cava al piano terra sono gremite e faccio fatica a salire per una telefonata. Mi guardano tutti dandosi di gomito; un sacco di ragazze. Claro. Una mi ha anche fatto un regalo, scivola di mano qualche letterina.
Credo che siano da evitare discorsi tipo Credi che tutto questo abbia un senso o, ancora peggio Credi di meritare quest'attenzione. Non me lo spiego, ci sto sopra, per il mio ego è meglio/peggio di una droga: sono un devoto dell'ego trip.
Luigi Socci, un ragazzo del Fahrenheit che è stato a Bologna per un po' d'anni e ha pure lavorato alla storica emittente Radio Città del Capo mi dice che questa è la serata in cui si è vista più folla; non fa niente per nascondere di essere critico nei confronti di questa sorta di divismo eccetera eccetera. Più tardi al microfono, come presentatore della serata racconta che una mia intervista su rai tre è stata mandata in onda con Jovanotti in sottofondo e il regista mi ha inquadrato per quasi tutto il tempo le scarpe e il cavallo dei pantaloni. Particolari pittoreschi?
La serata va, mi pare, molto bene anche perchè le domande di Luigi non hanno niente degli zuccherini per intervistati tipo Hai rivisto la vecchia Adelaide oppure Ti pare che i giovani si stiano riavvicinando alla scrittura; nessuno dei due lascia spazio a determinati già visti, il confronto è sempre molto ironico e va bene così.
Veramente tanta gente. Caldo. C'è anche quel gruppo che mi leggeva in treno: vengono dalla provincia di Mantova, si chiamano Gioventù Sonica. Venuti a sentire me. Inquietantissimo. Quanta gente starò deludendo, gente che mi immaginava magari più alto, coi capelli diversi, con l'erre moscia?
Alla fine mi vengono a chiedere autografi, stabilisco un appuntamento con un ragazzo e una ragazza per il pomeriggio del giorno dopo, un appuntamento a cui non riuscirò ad andare, e loro avranno pensato che poso da irraggiungibile stronzo e invece ero stanchissimo a dormire ignaro del bene e del male. Conosco anche Benedetta, una ragazza veramente incroyable, oggettivamente troppo carina, che è di Ancona ma studia a Bologna, viene a sedersi lì di fianco mentre la gente se ne sta andando e parliamo dieci minuti molto a colori. Ci salutiamo dicendo ciao ciao ti chiamo io, penso E' la classica cosa che si dice quando non ci si vede più, e un po' mi scendono le palle in cantina. Meglio andare a bere coi boyz del Fahrenheit e la Gioventù Sonica.
Conosco finalmente Federica Fermani e Diana Boria, due anconetane venticinquenni che usciranno in primavera col loro primo libro, qualche giornale le ha già piazzate tra le cento protagoniste del Novantacinque.
La serata prosegue con loro, in cerca di locali purtroppo chiusi, ma insomma. Verrò ricoverato in albergo molto molto tardi, considerando che l'indomani il rock reading è fissato alle nove di mattina; la prima tappa del tour è un liceo scientifico di Falconara, una decina di kilometri da Ancona.
Il penultimo pensiero prima di sprofondare addormentato è per il padre di John, credeva che i Red Hot Chili Peppers si chiamassero in realtà I Reduci Di Peppe. Un capolavoro. L'ultimo è per una strofa che ho scritto insieme a Joe per i Frida Frenner: Lodi a Majakovskij, Majakovskij a Lodi, prendi la pistola, arriva un intellettuale. Il sonno è, naturalmente, profondissimo, il respiro regolare.


Il telefono squilla cogliendomi nel sonno più impreparato, mi striglio le coperte di dosso, e al momento di rispondere non ricordo la parola esatta da pronunciarsi quando si solleva la cornetta; dico Aah?
Perplessità nella hall, all'altro capo del filo, poi chiedono Signor Brizzi? con tono sospettoso, come se fosse data l'eventualità che a rispondere sia in realtà Damon Albarn dei Blur o Maria Grazia Cucinotta o comunque altri da me.
E' uno dei ragazzi di Fahrenheit 451, rotolo per le scale al suo cospetto solo dieci minuti dopo, tempo di rendermi (rap)presentabile. In macchina ascoltiamo PJ Harvey e parliamo di musica. La scuola si erge in uno spiazzo particolarmente difficile da raggiungere, ma il mio cuore comincia a battere in due quarti quando mi accorgo via finestra che i ragazzi sono già tutti nell'aula magna e che lo striscione Frida Frenner - lettering cocacola bianco su rosso- è spalmato gigantesco sul muro dietro la bàttera, gli ampli e la fila di banchi su cui stanno a strati i giacconi, le custodie degli strumenti e le buste di popcorn dei Frida e degli altri amici venuti da Bologna per sostenerci e urlare hey oh let's go appena si sente il friggere della guitarra del John.
Qualcuno mi riconosce mentre mi faccio largo a spallate come un Jack La Motta appena più basso e rock; scommetto mio fratello direbbe Sei un gasato, forse ha ragione, ma in fin dei conti che cavolo è, vengo a fare un reading rock in una scuola, mi riconoscono, figlio della fortuna baciato da un cazzo di attenzione mediatica, volete che mi uccida per questo?
I Frida sono tesi al punto giusto, hanno litri di vino bianco di quello da tre sacchi al supermercato e legioni di lattine di heineken, pacche sulle spalle e criiisto siamo noi che stiamo per esibirci di fronte a un pubblico d'una scuola media superiore, roba che se succedeva un due anni fa quando si era ancora tutti al liceogalvani eravamo tutti in prima fila a fomentare i balli: pogo violento o tecnicissimo robot o passi ska o qualche salto tipo Who o qualche spinta tipo inizio rissa; forse non è troppo tardi, il bassista Carlo Maria Catrame è ancora in terza liceo e domina subliminalmente tutta la scuola, potrebbe convincere quel panzons del preside a ingaggiarci per qualche data. I Frida sono reduci da un'intervista con Larry di Videomusic, squisitamente presente con una camera a spalla e un altro paio della sua collezione di pantaloni tipo scozzesi, roba che una di queste volte muoio d'invidia. In un'atmosfera vagamente sospesa, mentre fuori c'è uno di quei cieli grigi di merda che le gigantesche finestre non trattengono più di tanto, solchiamo -rockers che di più non potrebbero nemmanco i Cramps che suonarono dal vivo in un manicomio- i corridoi del liceo, ci facciamo foto sceme nei bagni, di fronte a cartelli che annunciano lo show, mentre quindicenni coi capelli a caschetto e le lentiggini seni acerbi e forse vaghi ricordi di cantautori italiani, spiano dalle porte delle classi. Facciamo colazione a colpi di heineken così le quindicenni si danno sapienti colpi di gomito (quale situazione più erotica? mi fa venire in mente solo collegiali che spiano i ragazzi più grandi da cui vorrebbero farsi rapire in vespa e spiegare varie cose, tipo il sesso e il rock 'n roll), hey hey me ne sto uscendo dalla boys room rinserrando le brache dopo una serie di scatti beatlesiani, io e il singer Joe e il Catrame che pisciamo a porta aperta in tre bagni affiancati, quand'ecco sorge un manipolo di dignitari scolastici guidati dal mio editore One Man Band Canalini, vagamente dilaniato tra amore del rock e desiderio di rispettabilità, ultimamente cappottato in questa seconda direzione in quanto ledzeppeliniano e hard rocker, contrario quindi ai tre minuti veloci dei Frida Frenner. E ai suoni derivati dal punk in genere.
Il provveditorato e l'hard rock contro Enrico Brizzi e Frida Frenner, colpevoli solo di essere giovani e veloci; le professoresse mi squadrano chiedendosi se sono proprio quel carino che ha scritto il libro d'amore casto, e se sì perchè ho i capelli tagliati in questo modo. Faccio il politicamente corretto, dico Sì sì e Vent'anni appena compiuti e In fondo Ancona la conosco abbastanza bene, poi la vicepreside squittisce Sarà qualcosa di tranquillo spero, ricordiamoci che siamo in una scuola, io guardo dentro di me, mi trasformo in una delle novantanove incarnazioni di Budadda, divinità bengalese che protegge i menzogneri e, zucchero e miele, garantisco Certo, essenzialmente si tratta di poesie con accompagnamento blues. Il Canalini resta basito, roso dal dubbio cosmico e comunque non del tutto conscio di quel che va ad accadere. Pochi minuti dopo capitan John imbraccia la sua guitarra Stratocaster di seconda mano con adesivi di Sandokan e Bologna FC, ciascheduno alla sua postazione di combattimento, inizia il tour con una versione demolita di Holidays In The Sun dei Sex Pistols. Uno dei grandi standard blues portati al successo da B.B. King.
A seguire, pubblico un po' troppo freddo -non uno che salti in piedi e lanci una sedia contro le grandi finestre, nessun poga- ma la performance piace. Tra l'altro Joe K, al suo esordio come vocalist, dimostra ottime capacità di adattamento e una certa sobrietà nell'abbigliamento (camicione etiope, short da surfista, scarpe gialle di peluche, cuffia e occhiali da nuoto). Leggendo il brano di Pompeo di Andrea Pazienza in cui il protagonista si pianta la spada nel braccio percepisco cenni di disapprovazione da parte della vicepreside blues.
Un'ora, un'ora e mezza di show, qualche litro di vino bevuto nelle pause insieme agli amici di Bologna che ci hanno seguito in questo esordio, tempo che lo show sia bell'e finito con la sentimentalissima Absence, in cui leggo il finale del mio libro alternandomi con il vocalist e dandy Joe K, tempo di rispondere ad alcune domande dei ragazzi teleguidati dai prof e da One Man Band, voilà che dobbiamo essere elitrasportati a pranzo.

Pranzo che va come deve andare: il Bàttero racconta in calabrese la barzelletta del tipo che va alla stazione e chiede un biglietto per Bonciu, ci lanciamo olive all'ascolana come sassate.

I ragazzi del Fahrenheit ci hanno portati a casa di uno di loro per riposare un po' dopo il soundcheck. Siamo tutti esausti, la vita on the road non è più poetica di tanto. In realtà: i momenti morti sono allucinanti, hai mal di testa, il tuo ragazzo o la tua ragazza sono lontani proprio quando avresti più voglia di starci un po' insieme, subito dopo lo spettacolo.
Io Joe Silvia e John, voce recitante vocals violino e chitarra lasciamo il Bàttero e Luca C.M. Catrame a casa da soli per un'oretta unplugged in una radio locale. Leggo brani di Salinger, un'attrice amica dei Fahrenheit legge dal Jack Frusciante, i ragazzi suonano. Viene fuori una trasmissione epica. Gran viaggio, per dirla alla zotica. Un beltipo telefona per dire che sembra un programma di stereo rai. Gli amigos promettono che ci manderanno qualche copia del master che hanno inciso.
Quando torniamo per un'oretta di pace prima dello show serale (e non smettiamo mai di fare l'imitazione di John Travolta in Pulp Fiction) il bassista e il batterista sono particolarmente euforici: hanno aperto la bottiglia di whiskey prelevata nel primo pomeriggio da un camion in sosta.
Penso che molti non hanno degli amici così, qualcuno conosce solo junkie improponibili o fiche che se ne stanno rintanate in casa tutto il tempo o mostri completamente privi di ironia o altri animali tristi. Noi, invece.
Noi invece siamo qui, anche se Silvia ha mal di testa io sono esausto Catrame tutto vestito di nero fa una parodia di dance primi Ottanta, ugola I Love You Frida e balla alla Donna Summer. Noi sdraiati sul letto, vagamente straniti; noigiovani ci si distende così.

I miei genitori sono sottilmente insoddisfatti di quel che faccio: l'idea di andare in giro con un gruppo, poi, la trovano addirittura poco conveniente. Se proprio vuoi scrivere, diventa uno scrittore serio. L'idea che uno nella vita possa fare cose che gli piacciono guadagnandoci quel minimo di soldi per comprarsi libri e cd e panini di pasta di pizza li trova impreparati: il lavoro deve, probabilmente, essere fatica. Idea che mi trova addormentato con una tequila José Cuervo sul comodino.
Arriva la brigada con la cena, vinco una pizza alle verdure, ne dò un quarto a Joe e un quarto a Luca in cambio di pizza ai funghi. I Vibratori Culturali del Fahrenheit 451 sono di una gentilezza imbarazzante: si occupano di ogni particolare del nostro benessere come tanti zii buoni, addirittura al momento di uscire il segretario del gruppo mi vede un po' piegato e mi passa una caramella per la voce.

La Siiilvia onstage c'ha mal di testa ma l'intro di Frida Frenner Are Back è un capolavoro, Luca Catrame jump jump jump slappa tutta Lamento Del Pietra, Joe dancea e vocalizza il Bàttero va che piega John naviga con la Strato a tracolla tenendo su il feedback come con la infinite guitar. Leggo brani di Holden che non avevo letto la mattina, bevo birra in bicchieri di carta. Dopo vi è una festa, Luigi deejay inizia con i CCCP e il resto è ballare con pochi vestiti più vicino più vicino il più vicino possibile a determinate ragazze o prendere Joe in tre, sollevarlo sopra le nostre teste e farlo nuotare sulla gente.

Enrico Brizzi 1995.

 

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