| «KING»,
luglio 1994
THINKING HEADS & BAD SEEDS
Nick Cave al Palalido
La mattina dopo, 2 giugno, mi sveglio rintronato
e penso che la sera precedente ho assistito al più bel concerto
che mi sia mai capitato di vedere.
Nick Cave & The Bad Seeds.
Nick Cave, con quell'aria da trampoliere matto, instabile sulle
gambe da Clint Eastwood, e i Bad Seeds all’apparenza una cover
band di serie B tarantolata e in preda a visioni solo parzialmente
riferibili.
Primo giugno 1994, un’ora e mezza prima
che aprano i cancelli, una folla non propriamente variopinta si
muove di fronte al Palalido, restituito ai fasti rock dopo anni
di oblio.
Mi trovo, nelle inedite vesti di reporter, in compagnia di due quarantenni
globali
che sembrano le persone più anziane in vista; avvicinarsi
al Palalido rappresenta per loro un’emozione insostenibile
e si lanciano in racconti tenerissimi e rock sulla loro teenage
vissuta sulle note di signori quali Santana o i Rolling Stones.
Il Palalido ne era appunto lo sfondo, e gli occhi quasi si velano
di lacrime al ricordo.
Quello coi capelli corti e la barba è Guido Harari, quella
coi capelli lunghi e senza barba è Letizia Harari.
E quelli con la maglietta nera, gli anfibi, i jeans strappati e
i capelli a spinacio sono gli ultrà di Nick Cave, cantore
maudit nomade tra Berlino, la nativa Australia, il Brasile e altri
angoli del mondo in cui siano palpabili il contrasto e la tensione
di vivere.
Alla domanda “Quale è l’ultimo concerto che avete
visto?” rispondono quasi in coro Einstuerzende Neubauten e
Diamanda Galas, ma anche Inspiral Carpets, Therapy?, Napalm Death,
Bisca e Mau Mau.
Tutto sommato sembra un pubblico piuttosto consapevole.
Si è sempre sparato in ogni modo sui pubblici del rock, e
sembra che con i recenti rivolgimenti sia molto di moda sparare
sui giovani, e sulle loro manifestazioni di socialità, in
genere. (Spazio aneddoto: nel 1965 l’85% dei cittadini statunitensi
sopra i 35 anni riteneva che il taglio di capelli alla Beatles fosse
da dichiarare illegale.) Visto che non sanno quello che fanno, meglio
tutelarli. Come discorso fila anche, no? Se a questo si aggiunge
che non è mai morto il pregiudizio che associa artisti e
gruppi genericamente trasgressivi (dai Led Zeppelin ai Litfiba)
a messaggi ineffabilmente negativi, quando non apertamente demoniaci,
vi renderete conto di come il pubblico di Nick Cave, erede ideale
del pubblico degli Stones più che di quello dei Beatles,
degli Zeppelin più che dei Creedence Clearwater e, why not?,
dei Sex Pistols più che di Donna Summer, è il bersaglio
perfetto per le accuse più classiche: brutti, sporchi e cattivi
(prima repubblica) ma ora (seconda repubblica) anche stupidi ed
irrecuperabili.
O forse vedete una estetica della devianza, non dico nelle fila
del governo, ma per lo meno tra gli opinion makers ? Ormai chi non
ce l'ha fatta a entrare nei salotti, non importa quali salotti,
ne resterà fuori per un bel po', e chi non mostra neanche
di provare a forzare la porta è triplamente colpevole. Come
questi ragazzotti con le magliette degli Einstuerzende Neubauten
(band culto berlinese in cui suona anche Blixa, il chitarrista di
Nick Cave) o dei Joy Division, il cui cantante -sign o'the times-
si è suicidato davanti a una tv spenta.
Solo che.
Solo che questi ragazzi non mi sembrano né brutti, né
sporchi né cattivi, quanto meno non più della media
dei miei coetanei. Sulla mappa “Streetstyles from 1940’s
to 1995” del grande etnometodologo giovanile Ted Polhemus
-da andare a visitare ed adorare se passate per Londra- potrebbero
essere classificati come punks, gotici, psychobillies (come quel
gruppo di ragazzi in camicia a righe, occhiali neri e look alla
Depeche Mode fine ‘80 che dichiarano di venire da Parma e
Genova, “dove si coniugano musica, soldi, sport e borghesia”).
Ragazzi che vengono soprattutto da Milano, ma anche dalla provincia,
dal Veneto o dal Trentino, magari per il loro primo concerto, come
quella coppia buffa di teenagers di Trento, lui metallico e lei
timida come una novizia delle orsoline.
Il fatto è che, al di là della quantità, peraltro
prevedibile, di magliette nere, mi sembra che qui ci sia molta meno
omologazione che in altri luoghi, come forse le discoteche e sicuramente
molti uffici, fabbriche, redazioni od ospedali.
Mi ritrovo a parlare con un gruppo di ragazzi di Milano, studenti
universitari e fans del vecchio Jack Daniel’s, appassionati
di mitologia nordica e di scopone scientifico. Si passa con tranquillità
dalle attribuzioni di Hella, regina dell'inferno vikingo, alla situazione
della musica in Italia, e in tutta sincerità mi trovo a mio
agio con questi ragazzi, mai visti prima di dieci minuti fa. Le
dichiarazioni, espresse in forma di aforisma (la gioventù
italiana è dominata subliminalmente dalla agenda Smemoranda
e dal suo formato) non mancano. Sulla musica: “il dark come
genere musicale non esiste”. Sulla morte di Kobain: “un
grunger in meno”. Sull'underground cittadino: “Carnival
of Fools e Tupelo. Il resto è tutta cacca”. Sulla responsabilità
delle rockstar: “il fan non è un pupazzo. Si puo' stimare
una star, se ne puo' essere influenzati, ma se uno si uccide ascoltando
death metal o aveva già gravi problemi di salute mentale,
o lo fa deliberatamente, ma non certo plagiato dalla musica o dalle
liriche”. Sugli spazi che si frequentano: si spazia dai centri
sociali (ma quelli del Leoncavallo se la tirano troppo col look
pauperistico-militante che fa tendenza) ai luoghi più tradizionali
come il Rolling Stone o il City Square. Sulla politica: merda, merda,
merda. E le cose stanno solo peggiorando.
“La destra è il fascismo, ma la sinistra non propone
niente di valido”.
Adesso davanti al Palalido arrivano anche t-shirt degli Who, teste
quasi rasate, ma anche un pubblico meno pittoresco, ‘regolari’
in jeans e camicia e quarantacinquenni piuttosto ingessati col pargolo
strafatto di endorfine all’idea di assistere al suo primo
concerto.
Si passa a parlare del valore politico del rock, dell’eventuale
carica sociale dei concerti live, e qui se ne sentono davvero di
tutti i colori, da “il dark è solo di destra”
a chi ricorda saggiamente come il vecchio Nick a Berlino stazioni
in permanenza tra case occupate e locali di avanguardia a Kreuzberg.
C’è chi cita Marlon Brando ne ‘Il Selvaggio’
e tutta la cultura giovanile antagonista, chi sostiene (come non
essere d'accordo) che il rock è innanzitutto uno stile di
vita, e poi passa a confonderti le idee una ragazza con la maglietta
di Lenny Kravitz, che si professa di destra e spera che “il
concerto non abbia niente a che fare con la politica”.
Non mancano i disimpegnati, che vengono qui, “per la musica
e basta”. A Enzo basta che sia un bel concerto. Marco sostiene
che l'unica cosa politica che lo infastidisce sono le trentamila
lire del biglietto (in effetti...).
Carlo e Laura, seduti sul marciapiede, ricordano Ernesto Che Guevara,
il primo con la maglietta e la seconda con una citazione “Essere
duri mantenendo intatta la propria tenerezza”, e fanno notare
come quasta frase si adatti all’arte da filo scoperto di Nick
Cave, accessi di violenza isterica che fanno da contraltare a momenti
di grande poesia.
Poi c'è Demetrio, rocker 100%, stazza da buttafuori, tempie
e nuca rasata con coda di cavallo e colorito da bevitore di vodka.
C'è anche chi non ascolta la radio ma si sceglie da solo
la colonna sonora della propria vita. E lui di scelta ne ha parecchia,
perchè passo una decina di minuti ad ascoltare l'elenco di
tutti i concerti a cui ha assistito. “Il più mitico?
Quello dei Police. C’erano i Cramps come gruppo spalla, e
noi non li volevamo ascoltare, siamo saliti sul palco e li abbiamo
cacciati via per ascoltare i Police”.
Aprono i cancelli, incontro Benedetta con una rosa in mano. “È
per Nick Cave?”
“No, è per Joe, il cantante dei Carnival of Fools,
il gruppo spalla. E tu perchè lo vuoi sapere?”
“Sono di King”.
“Ah, vi conosco; so già che scriverai che la rosa è
per Nick Cave”.
Okay, è tempo che la verità trionfi, finalmente: il
pubblico di Nick Cave non era nè brutto, nè sporco,
nè cattivo. E soprattutto aveva delle idee. Non tutti le
stesse idee, ma, per la miseria, non sarà mica questo il
problema, no?
E la rosa di Benedetta non era per Nick Cave, ma per Joe dei Carnival
of Fools.
Enrico Brizzi 1994

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