«KING», numero 73, marzo 1994

TUTTO QUESTO AMBRA NON LO SA
Nome in codice: “Elettrosciocca”.

Il classico mostra, il moderno dimostra, il postmoderno seduce.
Dopo l’overdose di puntate di Non È La Rai scrupolosamente registrate e visionate rispettando l’impegno di non servirmi del fast forward, mi restano pochi dubbi e alcune certezze.
La prima è che se veramente sono crollate tutte le ideologie –“se non c’è futuro non ci può essere il peccato”- non è fuori luogo considerarlo un programma semplicemente geniale.
La seconda è che siamo di fronte a un caso esemplare di technofascismo.
La terza è che le ragazze ne sono inconsapevoli.
La quarta è che non se ne può più di espressioni come “le lolite di Boncompagni”; la lingua sarà anche una macchina pigra, ma non si può approfittare di lei usando la stessa espressione tutte le volte che si evoca un dato contesto, anche perché Lolita, quella vera, era un altro paio di maniche sia in versione Nabokov che in versione Kubrick.
Tutta la cultura attuale è cultura commerciale. Fredric Jameson: "Nel Postmoderno la categoria di ‘verita’ è sostituita da quella di ‘efficacia’.
Non accusiamo le ragazze di Non È La Rai perché sono ragazzine vezzose. Primo, a loro non si chiede altro e lo fanno al meglio, prova ne sia la buriana sollevata e, in secondo luogo perché -Blob docet- non è nei programmi della televisione che si deve trovare una risposta (al “vuoto che è dentro di noi” come dicono gli 883), ma al massimo siamo noi a elaborare qualcosa consumando produttivamente i programmi televisivi. E Non È La Rai, così svuotato di senso al momento della produzione si pone come candidato ideale per la costruzione di significato da parte dei fruitori.
Se non fosse così significherebbe che siamo in completa balia dei mass media, e sinceramente non mi sembra un’ipotesi seria né rassicurante.
Non rivolgiamo a un programma che quanto meno ha il pregio di essere iconoclasta le critiche che si potrebbero vomitare addosso al novanta per cento della televisione italiana.
Il classico mostra, il moderno dimostra e il postmoderno seduce; quanto meno le ragazze di Non È La Rai ce la mettono tutta, e in questo sono postmoderne quasi come i Sex Pistols che provano a suonare Johnnie B. Goode dimenticandosi le parole e sbagliando il giro di basso.


Divertiti e fai il tuo show che questo è il sesso e il rock and roll.
Boncompagni a tutto questo non ci pensa, o forse sì, ma gliene importa poco: lui deve mettere insieme un programma di successo, seguito da quante più persone possibile, di cui parlino i mass media e i leader d’opinione, un programma che possibilmente incida sui costumi, sul modo che il pubblico ha di rapportarsi alla realtà. Mi pare che abbia colto il segno in tutti e tre i casi. Lui pensa a giocarsela meglio che può: sta facendo quello che si potrebbe chiamare un gioco sporco e lo sa, ma non esiste nessun arbitro.
Le ragazze sono improrogabilmente carine, non stupende, e proprio per questo piacciono, non c’è niente da fare. Piacciono da impazzire ai teenagers, le vedono come compagne di classe carine che si scatenano in pista l’ultima sera di gita scolastica. Le compagne di classe, vestite come non le hanno mai viste, ballano come non le hanno mai viste. La proiezione è troppo facile.
Le ragazze a casa si accorgono che quello stile piace, e d’altro canto il modello non sembra irrangiungibile: si può ballare meglio, si può cantare meglio, si può essere più sexy di così.
La carineria televisiva colpisce atomisticamente: per quanto riguarda i maschi, sotto la tempesta ormonale non si rendono conto che carine, sì, ne potranno trovare, ma così tante in una volta mai; idem per le ragazzine a casa: potranno prendere Angela o Valentina come modello e superarle, ma una potenza di fuoco come quella che riesce a dispiegare Boncompagni non ce l’avranno mai. Il punto è che le ragazze di Non È La Rai sono semplicemente troppe.
E così se le telefonate in studio arrivano esclusivamente da maschi, tuttavia la trasmissione è sponsorizzata dalla Phard, la stessa ditta che fornisce baschi da pittore, calze di lana, maglie a righe e completini ad Ambra, Pamela e alle altre ragazze. Una ditta di abbigliamento per ragazze come sponsor e una associazione per depressi come inserzionista pubblicitario presuppongono una larga fetta di pubblico femminile.
Tutto il programma è ispirato all’Armageddon under diciotto, alla festa analcoolica finale, alla domenica pomeriggio sognata da tutti i quindicenni d’Italia, gioco della ceralacca e ballare sui cubi col vestitino regalato dalla migliore amica, ma è proprio qui che Boncompagni bara (e qui che sta il suo colpo di genio): i maschi stanno a vedere, ma in sala non ci entrano.
Le ragazze in studio si lasciano andare come lo yorkshire che abbaia infuriato al mastino napoletano dietro le sbarre.
“Guardateci ma non toccate”, dicono le ragazze di Non È La Rai.
“Fate tutto quello che volete”, raccomanda Boncompagni, “anche quello che alla festa delle vostre compagne di classe non fareste mai perché vi accuserebbero di essere esibizioniste e un po’ troie”.
“Percaritadiddìo. fateci entrare”, urlano le centinaia di ragazzi che spingono fuori dagli studi di Italia Uno trattenuti a stento dai poliziotti.
Pregatemi se volete prendere la linea, Ambra Ambra Ambra, più concentràti, o sennò non ce la fate.
La carica erotica del programma fa leva su un mix mortale di masochismo, proiezione dei propri desideri sull’ignoto e istinto animale di inseguire quello che non si lascia prendere (sintomo che si manifesta anche nella psicopatologia per cui ci si innamora esclusivamente di stronze che non ci stanno). Boncompagni sublima tutto ciò nelle sue ragazze, imprendibili per definizione. Fa uscire gli spettatori con loro ma solo per gioco, masturbazione cyberpunk, e Ilaria e Antonella decidono se i vestiti sono quelli adatti.
Mi sembra fuori luogo ogni inferenza di tipo causa-effetto (la televisione non può influenzare al punto di sconvolgere abitudini e forme mentali preeesistenti), ma ricordo che dopo la storiaccia di Civitavecchia i giornali scrissero che le dodicenni coinvolte avevano come idoli proprio le teenager di Non È La Rai: fuori dallo studio il gioco di essere inafferrabili non tiene più, se ci si mostra in questo modo si è anche tangibili. Le dodicenni di Civitavecchia questa differenza tra video e vita non la potevano conoscere, Boncompagni lo sa perfettamente, ci gioca sopra ed è in questo che gioca sporco. Far scuotere tettine e sederi acerbi è perfettamente legale, ma l’effetto è più dirompente di un porno anche per una generazione che dice ‘cazzo’ e ‘figa’ a tre anni e ha già visto tutto a dieci. Ed ecco pronta l’audience.
Io non sono scandalizzato, molte delle ragazze mi piacciono, specie Mary (sarà poi vero che studia all'università?) e Angela, ma concedetemi il diritto di capire le regole alle quali mi lascio raggirare.
Guardate meglio tra le nuvole cosa c’è scritto, c’è scritto Ambra The Best, Ambra la migliore, dopo aprite la finestra e guardateci.

Non È La Rai, technofascismo militante: pensieri pochi risate tante.
Dodici booklet da cinquanta fotografie, ciascuno dedicato a una delle dodici ragazze più caratterizzate, quelle che conducono i giochi, quelle che parlano, quelle più richieste a cantare in playback e a ballare. Dodici tipi diversi, chi bionda chi castana, chi più esuberante chi più sfuggente, ma tutte inconsapevolmente inquadrate nel tentativo più violento della stagione per il mantenimento dello status quo. Ai ragazzi della politica non frega niente, e quelli che guardano Non È La Rai senza esprit de finesse, quelli che lo giudicano per pura primità animale soggiogati dal cavallo alto di Ambra e dal sorrisetto di Francesca, dal bacino e dal “ciao ci vediamo dopo la pubblicità” accarezzandosi sogni irriferibili sono la carne da cannone di domani, sono quelli che opportunamente istruiti voteranno Forza Italia.
Questo sa Boncompagni, questo sa Berlusconi.
Qui c’è qualcosa di più del vecchio panem et circenses, non mi basta più la vecchia professoressa di greco che inveisce contro la scarsa qualità dei programmi televisivi e “tutti sono contenti che la gente non pensi e si lasci guidare da chi gli offre l’aumento di stipendio”. Qui non si parla di una generica classe politica, della borghesia o di Roma o Milano, qui (e nell’abominio senza nome del programma domenicale con Gerry Scotti e Gabriella Carlucci, e in Beverly Hills e nelle altre serie per teenagers globali) è la Fininvest che cerca né più né meno di imporre un certo stile di vita, colpire uno per uno i soggetti più deboli a Pordenone, Cefalù, Pescara e Ponte Ronca insegnando il pomeriggio cos’è il sesso e il rock and roll, il giovedì sera come è bello essere Dylan McKay, diciottenni eredi di un patrimonio sterminato e dire a Brenda “Da piccolo giravo in limousine, l’autista ci portava perfino al pic nic in campagna. Un giorno spero di poterti offrire una vita del genere” e baciarla piano piano.
Quella di Berlusconi è la scommessa più affascinante di sempre, perché sul piatto c’è una generazione intera, che adesso non vota ancora, ma il tempo è tutto dalla sua. Possono crescere andando alla Standa, mangiando panettoni Motta, tifando Milan, e al limite leggendo il Giornale.

Alcuni dubbi.
Come noto, le ragazze di Non È La Rai, selezionate secondo criteri strettamente populisti, ossia il permettere a tutte le teenagers globali l’identificazione, parlano con un accento da Giggi Er Bullo. Ora, a quanto pare, per essere qualcuno in televisione bisogna parlare assolutamente con accento romano. Perfino Mara Venier, che dal cognome si direbbe di origini venete, si lascia andare a ingiustificabili “Ma’ndove sta?” e “Bùttate!”. Sembra che esista una particolare lottizzazione tacitamente accettata per cui in tivù il romano deve fare la parte del leone; il napoletano è simpatico; il fiorentino colto e salace; barese e milanese si devono rimarcare con imitazioni; altri accenti come l’emiliano e il veneto risultano assolutamente fuori luogo, come linguaggi dell’iperspazio.
Perché quando la camera zooma sulle ragazze in studio durante le canzoni queste fanno finta di essere nelle canzoni di Battisti o di Cocciante con l’espressione da vergine che canta sola soletta nel bosco, e intanto spiano con la coda dell’occhio per controllare di essere sparate in milioni di televisioni sparse per l’Italia?
Perché Boncompagni conosce così bene i meccanismi dell’erotismo e piazza in studio tutti gli archetipi del settore, dalle due gemelle alla quindicenne piccola ma scatenata, due o tre ragazze di etnia diversa da quella trasteverina dominante, la dominatrice intrattabile e indiscutibile e la timida dallo sguardo languido?
Perché la cultura italiana, dominata da settantenni, non si interessa in modo più creativo di tematiche postmoderne come queste?
Ah, già. Perché è dominata da settantenni.

Questa è un’altra storia.
Questa è un’altra storia, ma tanto vale porsi l’interrogativo. Berlusconi può vincere la scommessa? Non credo. Mi sembra chiaro che se la sua battaglia è quella per l’ignoranza e l’inconsapevolezza, è persa in partenza. Persone colte e consapevoli esistono, no? (von Hausberge, per esempio). Sua Emittenza si trova di fronte a un’alternativa: o li compra tutti o no. Se non lo fa, avrà sempre di fronte un gruppo di intellettuali, artisti e opinion leader lieti di sputtanarlo col suo circo volante di sputasentenze isterici. Se li compra tutti, nessuno se ne può rendere conto e nessuno potrà sancire la sua vittoria, togliendogli tutto il gusto della competizione.
Se c’è la morte non ci siamo noi, se ci siamo noi non c’è la morte, come diceva quel tale.

Enrico Brizzi 1994

 

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