| «LA STAMPA»
- Tuttolibri, 10 Luglio 1997
NON METTETE PAZIENZA IN FRIGIDAIRE
A dieci anni dalla morte, un artista scomodo
RICORRERÀ tra breve il decennale della
morte di Andrea Pazienza. Sorprendentemente, quest’anno se
ne sono ricordati tutti. Rendiamo gloria alla potenza della cifra
tonda che mette fine a decennali amnesie, quindi.
Oggi la prismatica grandezza di Andrea è qualcosa su cui
non si può più discutere. D’altro canto già
nel 1985 Pier Vittorio Tondelli (un altro ragazzo che, da una prospettiva
molto diversa, visse la Bologna di fine ’70) riconosceva a
Pazienza il titolo di «James Joyce del fumetto italiano».
Ed è proprio grazie a Paz che oggi appare un po’ più
goffo chi vorrebbe ostracizzare il fumetto, esiliarlo in una provincia
periferica dell’arte. C’è poesia vera, in quelle
tavole; la vera poesia marcia di un decennio brillante di devianze
e riflussi, rese separate (fondatissime) paranoie. Quel decennio
tragico, b-side dell’Italia potenza craxiana e industriale,
Andrea l’ha vissuto alla grande, e nel mentre l’ha immortalato
per certi amici, per noi sbarbi arrivati dopo.
Come tutti i grandi, ci ha rapito.
Ci ha spinti col cuore in gola in via Emilia Ponente, a decifrare
la casa all’angolo con via del Cardo. Così, per misurare
passi intorno alla casa in cui viveva Pompeo. Zanardi poi, salta
sempre fuori, specie quando a Bologna il sabato notte incurva verso
la domenica, e sai con certezza l’unica disciplina che ti
salverà nel generale confondersi, esitare e gettare spugne.
In questo periodo c’è chi si affanna a celebrare la
memoria di Andrea, e chi fa di tutto per non evocarne la scomoda
presenza. Il mondo del fumetto italiano ha perso dieci anni fa il
suo Pelè e il suo Sid Vicious, che per molti resta solo una
pietra di paragone innominabile, troppo scomoda. Come scomoda fu
la sua vita di genio disordinato: non si abbassò alla grafica
pubblicitaria, preferì la trincea di Cannibale e Frigidaire
a determinate rassicurazioni milanesi indispensabili ai suoi coetanei,
e in epoca di nuovi fumettari fichetti e gruppi valvoline, emerse
inequivocabilmente come il più grande. Perché Andrea,
rifiutando il precetto biblico, sparse il seme: disegni in regalo,
opere appena terminate divenivano oggetti di baratto, schizzi lasciati
qua e là. Con la consapevolezza di non perdere nemmeno una
briciola di quel talento inesauribile che gli permetteva di vivere
intensamente e, quasi in simultanea, creare storie indelebili.
La vita e l’opera di Andrea Pazienza costituiscono, a livelli
differenti, qualcosa di ancora indigesto. La sua sincerità
non ne ha offesi pochi, a quanto pare. La sua esistenza resta un
oltraggio per chi preferisce chiudere gli occhi, fingere che certe
turbe collettive, certi scazzi, certa roba non sia mai esistita.
(E voi che per capire i giovani date retta agli amici pariolini
di Maria De Filippi, je vous en prie... ).
Luigi Abramo di «Mucchio Selvaggio», nell’ampio
servizio che il settimanale ha dedicato a Paz, ha sottolineato un’altra
delle ragioni che hanno contribuito al silenzio pubblico intorno
a questo grandissimo, cioè il fatto che l’appassionato
vero è profondamente geloso, preferisce non parlare di Andrea
per non banalizzarne l’opera, il ricordo. Vero, anch’io
a volte la penso così: tuttavia esauriti i nostri riti d’adorazione
privata, credo sia arrivato il momento di unire le forze, mettersi
a disposizione perché finalmente Andrea sia onorato come
merita un artista e un uomo così strabiliante. D’altronde,
arrivisti e posatori hanno già detto la loro, dimostrato
infatti la loro pochezza costitutiva. Squali e sciacalli parlano
impunemente di Andrea.
Ne profittano solo perché vecchio Paz non può più
levare il suo primordiale e definitivo Alamm’echite’mmurt!
Poi c’è chi vuole onorare la memoria di un amico, come
Vincenzo Mollica, che ha raccolto materiale pazienziano (l’avventura
fiorentina di Zanardi; la guida al West; i ricordi estivi della
prima adolescenza, e poi ancora tavole, schizzi, scritti, poesie
e un’intervista ormai introvabile apparsa la prima volta in
un libretto split che presentava insieme Pazienza e Manara) per
offrire agli ancora ignari un piccolo saggio dello stile e della
consapevolezza di Andrea, un’occasione per avvicinarsi alla
sua opera.
Opera che non ha ancora conosciuto una sistematizzazione, ma il
decennale rischia di essere un’occasione per mettere d’accordo
tutti quanti, dagli eredi agli editori. Che sia la volta buona?

|