| © Enrico
Brizzi 1999 per Il Corriere Scuola.
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Saturano l’aria ferma della mia camera,
confidenziali e rievocative, l’eterne sigle dei Peppers: “Non
ci sono monaci nella mia banda, non ci sono santi in questa plaga
di terra / Avrò fatto tutto il possibile se morirò
da uomo probo”.
Il dalmata peluche giace trascurato sul polveroso marmo mélange
del pavimento, quasi volesse ispezionare da vicino determinati centimetri
quadri di superficie; la lampadina dell’abat-jour –
inutile e fulminata come certe albe del sottoscritto – mi
guarda e implora sostituzioni.
Son pigro e casual, e con la mia slackness so farci i conti meglio
di chiunque altro. Son democratico e elettrico, e di radical chic
sento il puzzo in distanza. Sono rude e autentico: il mio albero
genealogico parla senza vergogna di contadini scesi dalle pieghe
dell’Appennino, di tipografi morti giovani e di altri ragazzi
strappati alla dolce Emilia, spediti a farsi mitragliare tra le
gavette di ghiaccio e nella canicola irreale di El Alamein.
L’altro giorno – era un’intervista – mi
si chiede per la novantanovesima volta se mi trovo bene a vivere
a Bologna, e io meccanico come pochi pesco nel mare magnum delle
idee la risposta che già novantotto volte fu mia: “Beh,
cioè, sì: è la mia città. (Pausa) Mi
sembra un buon posto da cui partire e in cui tornare”.
L’intervistatrice non lo sapeva, ma quando dicevo del bisogno
di partire pensavo a quel verso dei cuneesi Marlene Kuntz, quello
che dice “e dentro il Cuneo muore”: sete di nuove luci
e ventilazioni, libido futurista di salire sui treni, Amore che
– come la fama dai cento occhi – copre in volo le distanze
e se ne frega di quel che resta in mezzo.
L’intervistatrice non lo sapeva, ma quando pensavo a ‘tornare’,
era questa camera che avevo in mente: la mia tana bella nella penombra,
da cui tutto inizia e finisce (troppo personalista? Scusate. Troppo
sincopato? È lo stile della vita mia. Troppo autistico? Scusatescusatescusate).
Qui dentro, sette gagliardetti mi custodiscono: ci ho la Dynamo
Dresda, stoffina vintage coi colori di Sassonia e la grafica spartana
dell’ex DDR; poi quelli di Istanbul – Galatasaray la
squadra dei signori, Fenerbahce la squadra degl’impiegati
ministeriali, Besiktas amore bianconero dei camionisti–; ci
ho quelli praghesi del Dukla color amaranto e dei verdi Bohemians,
e il recentissimo celebrativo di Slavia-Bologna da me acquistato
allo stadio Strahov, a fianco del capanno che vende birre e polli
fritti (polli fritti sulle gradinate! Vi rendete conto cosa significa
essere davvero dei viveurs?).
Qui dentro la musica non si ferma mai e mi è benzina, qui
dentro le cataste di libri, se interrogati a dovere, apriranno la
coscienza e ti faranno girare a trecentosessanta riportandoti dove
sei, però un poco più vicino al cuore di una cosa.
Il sole taglia le sue diagonali attraverso i listelli
affiancati della saracinesca. È ora d’uscire incontro
alla giornata: senza sguardi torvi, per non spaventarla subito;
senza passi marziali, ché la sicurezza non serve ostentarla.
Con curiosità, piuttosto, e una certa grazia di nuovo modello
che ti renda gentile coi tuoi simili. Così, grato alla Leonessa
che t’ha portato in dono passione e inattesa tranquillità,
cerchi le chiavi e ti congedi.
© Enrico Brizzi 1999 per Il Corriere Scuola

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