| © Enrico
Brizzi 1999 per Il Corriere Scuola
IERI MATTINA SONO ANDATO IN CENTRO
Ieri mattina sono andato in centro dopo tre giorni
che non uscivo di casa.
Intorno alla stazione, un ciondolare di tossici che non vi dico:
coppie di giovani traffichini ridotti a un’oscena parodia
del Gatto e la Volpe, ragazze abbandonate da ogni grazia intente
a fumare Ms con mani tremule, mascelle scavate di veterani della
dipendenza a caccia del fix mattutino.
Io i tossici li guardo sempre come li guarderebbe Michael Caine:
sarcastico senza essere aggressivo. Non giro lo sguardo dall’altra
parte come fanno i pendolari del mattino, creature marcianti nella
furia dell’Arbeit Immer Arbeit, ma neppure concedo terreno
a confidenze tipo Scusa amico ce le hai tremila lire che devo andare
a Milano dalla mia ragazza che ha dei problemi e non riesco a comprare
il biglietto
Pare che il dramma di questi ragazzi dannati sia sfruttabile come
argomento politico. Pare che la corsa alla poltrona di sindaco si
giocherà anche sulle garanzie che gli opposti candidati sapranno
dare sulla questione droga. Pare che la questione si riduca anche
questa volta alla regolamentazione dei rapporti tra una maggioranza
integra e una minoranza malata.
Sul più bello, mentre i poveretti sciamavano intorno a un
pusher dai modi bruschi, simili a piccioni che si contendono il
becchime, non ti vado a incontrare il mio amico che porta sotto
braccio due pacchi di carta copiativa?
“Bella Enri”, mi dice.
“Bella Garo”, dico io. “Dove te ne vai carico
a ‘sto modo?”
“Adesso lavoro in una cartoleria della zona”, mi dice.
“Vengono un sacco di clienti carine, studentesse soprattutto,
e la paga non è male… diciamo che mi basta per pagare
l’affitto, mangiare tre volte al giorno e invitare al cinema
qualche sbarba”.
“Son contento per te, amico”.
“Peccato”, sospira “che devo ancora finire di
pagare le rate della macchina, altrimenti sarei a posto… Mi
scombinano il budget, quelle maledette rate”.
“E come fai, allora?”
“Ah, mi tocca fare due lavori: commesso in cartoleria di giorno
e pizza express la sera”.
“Cavolo”, ho detto. Abbiamo parlato un poco del nostro
senso di responsabilità che, con l’età, cambia
nella forma e nel colore, e dopo che ci siamo salutati ho ripreso
la mia strada. Mi chiedevo se potrebbe essere un argomento politico
anche questo, i ragazzi costretti a un doppio lavoro da una società
con costi troppo alti, poi sono stato catturato dall’opulenza
noncurante delle vetrine e ho rimandato ogni considerazione al giorno
in cui mi candiderò sindaco di Bologna.
Più tardi, traversato a piedi il centro storico, sono stato
a pranzo da nonna.
Come al solito – ho il vizio di parlare mentre mangio, quando
mi siedo alla tavola matriarcale – raccontavo un sacco di
sciocchezze sentite in giro, mi complimentavo per l’inserimento
dei quadrucci di mortadella nel sugo e, per la gioia della cugina
Simona, fiocinavo di apprezzamenti poco incoraggianti i partecipanti
alla puntata giornaliera di Colpo di Fulmine.
Riferivo di vicende grottesche capitate ad amici che nonna e Simona
mai conosceranno, omettevo i nomi e le cautele che s’adoprano
tra bravi ragazzi ed esponevo la cruda trama delle dichiarazioni
in fanfara e degli abbandoni repentini. Raccontavo le vite altrui
come fossimo al teatro dei burattini, trafficato di personaggi paralizzati
dallo stereotipo, forzati dentro vicende che possono svoltare soltanto
in due modi: baci appassionati oppure botte da orbi. Nonna e Simona
ridevano quasi sempre, e la benedizione del dio Sbellico cadeva
su una a scompigliare la compostezza dell’età, sull’altra
a fugare il silenzioso turbamento che a volte vela lo sguardo alle
fanciulle di tipo sedici anni.
Se si può pensare in questa maniera antichissima, facevo
del mio meglio per allietare le donne di casa, e quel ridere mi
faceva sentire soddisfatto custode dei familiari come il bravo cacciatore
della poesia che, fischiando, sta sull’uscio a rimirar.
© Enrico Brizzi 1999 per Il Corriere Scuola
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