| © Enrico
Brizzi 1999 per Il Corriere Scuola.
STATION TO STATION
Capita di avere un romanzo fresco di stampa.
Capita che porti il nome di Tre Ragazzi Immaginari.
Capita che quando il libro è uscito da poco l’autore
vada in giro per librerie, biblioteche e aule magne a raccontare
in tre quarti d’ora il suo incerto e vivace lavorìo
di due anni.
Capitano confronti proficui e sinceri, in un’atmosfera mille
miglia lontano dall’acre livore dei critici professionisti,
i dottor Sotutto della contraerea che – per sicurezza –
mitragliano qualunque oggetto volante che osi solcare i cieli bbblu
nel panorama letterario.
Capita d’imparare i lineamenti inattesi di fanciulle che alzano
politamente la mano e chiedono se il testo è autobiografico,
oppure quali sono i libri più interessanti letti negli ultimi
tempi.
Capita di scambiare stoccate con intellettuali minorenni di provincia,
portati al contenzioso ma in fondo né ciechi né sordi.
Capita di non avere la patente, e prediligere la vespa in ambiente
urbano e le nuove Effe Esse come veicolo per le altre città.
Negli ultimi due mesi buona parte della mia vita si è svolta
tra banchine e postirstoro, tra bar tristanzuoli e alberghi d’ogni
risma: son diventato giocoforza confidente del Pozzorario e amico
dei controllori, aficionado dell’obliteratrice gialla e indigeno
della seconda fumatori.
Ho imparato a destreggiarmi tra coincidenze e percorsi alternativi,
ho imparato trucchi e tecniche per non essere disturbati una volta
che avete trovato uno scompartimento trànquilo.
Ho appurato che la Milano Centrale-Venezia è in realtà
una razionalissima striscia di binari che unisce città celebri
del Lombardo-Veneto: Milano-Brescia-Verona-Vicenza-Padova-Mestre-Venezia
S.L. (S.L. significa Santa Lucia, e non ‘Sul Lido’ come
sosteneva Tony fresca matricola di Lingue Orientali).
Ho viaggiato sul notturno Padova-Bologna delle 23.59 in compagnia
d’una simpatica psicologa fresca di divorzio e d’un
catanese filosofo che viaggiava verso sud per consegnarsi in jail,
come da disposizione della squadra catturandi, e nonostante la prospettiva
non proprio esaltante aveva regolarmente acquistato il biglietto.
Quando posso viaggio in intercity – a Roma ci vado addirittura
in pendolino, seduto a ronfare tra le semicelebrità e i teppisti
del gsm, quelli che s’isterizzano perché “nun
c’è campo” o la batteria “c’ha solo
du’ tacche” – ma so riconoscere la poesia degli
espressi, e personalmente dò di testa per lo schitarramento
underground degli interregionali.
Voglio dire, sui treni veloci non c’è vero attaccamento
al fluire del tempo: lo vogliono mozzare, il tempo, stirare e distorcere
a piacimento. Sugli intercity e sui pendolini si bestemmia per un
ritardo di cinque minuti, e appena la locomotiva entra di naso in
stazione, ci si alza tutti in piedi bardati come samurai e si strepita
“dai Nando, portiamoci in testa, ché sennò il
taxi ce lo fregano”. Sui convogli meno pretenziosi, invece,
è tutto un altro andazzo.
Non voglio tediarvi con tesi materialiste, non m’arrabatterò
a spiegare che sui treni locali viaggia il popolo e sugli ETR invece
si muovono i signori, ché non è questo il punto.
La differenza, a mio revocabile avviso, è che sugli ETR domina
l’ansia, sugli interregionali invece una sonnolenza che mi
è cara e il bravo rispetto degli orari umani: quando ancora
è buio incontri gli studenti più avventurosi, verso
le sette o lo otto le legioni dei pendolari diretti in città,
a ora di pranzo i teorici del part time che tornano a casa, il pomeriggio
un po’ tutti e di notte gli audaci scorridori della provincia,
i paladini senza patente che confidano sistematicamente nel Mirandola-Crevalcore
per andare a trovar la ragassa, o nel Desenzano-Peschiera per far
ritorno in caserma prima del contrappello.
© Enrico Brizzi 1999 per Il Corriere Scuola
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