«MAX», maggio 2001

ITALIANOS: FRENTE ALTA, LENGUA LARGA, PINGA CORTA.

Rientrato ieri sera dall’Avana.
Confesso da subito che ho fatto una cosa di cui mi pento.
Leggere Hemingway a Cuba può addirittura lasciarti stecchito, e io, pur sapendolo, non ho saputo dire di no a una tripletta di titoli irripetibili.
È per questo che adesso, come dopo una sbronza troppo impetuosa, avverto questa sensazione di vuoto e di scarso equilibrio; è per questo cortocircuito di vicinanza tra la prosa del Maestro e il luogo in cui tante di quelle pagine sono nate, io credo, che oggi non nutro più alcuna fiducia nelle mie capacità.
Quindi, se queste note appaiono intrise e, per così dire, viziate da una sottile malinconia, mi perdoni la redazione di Max, che con tanta munificenza mi ha voluto suo inviato tra le schiere del turismo nostrano, e sopra ogni altra cosa mi perdonino i miei genitori se non riconoscono più il loro figliolo spensierato d’un tempo

Rispetto al ‘96, quando con scuse pretestuose mi recai a Cuba per un mese intero di pellegrinaggio alcoolico-ideologico, lasciatemi dire che è cambiato tutto.
Scomparso quasi completamente il turismo politico, oggi l’aeroporto internazionale dedicato all’eroe ottocentesco José Marti, completamente rinnovato nella forma e nel colore, è sede d’un traffico variopinto che ospita nel suo flusso turisti obesi fasciati di lino bianco da capo a piedi e comitive di nuovi ricchi rumeni in camicia hawaiiana; a ridosso del check in della businness class sono fioriti stand carichi di opuscoli informativi in cui si illustra - in sette lingue - la legislazione cubana a proposito dell’apertura di nuove società a capitale misto. Caso mai uno avesse l’idea evergreen di aprire un bar su una spiaggia tropicale…
Per le strade puoi vedere ragazzi che indossano le casacche del Milan e del Real Madrid, e altri che addirittura sfoggiano le canottiere rosse dei Chicago Bulls, cosa impensabile solo poche stagioni fa.
La Florida è tornata a distare centocinquanta chilometri, e i balseros che quella distanza l’hanno coperta a bordo di zattere che noialtri non ci azzarderemmo a impiegare nemmeno dentro una piscina, oggi ingrossano le fila della popolosa comunità cubana di Miami e, in un modo o nell’altro, riescono a fare arrivare alle famiglie notizie e valuta e regali.
La ragione di Stato vuole che i norteamericanos, con tutte le cautele del caso, non siano più l’altro nome di Satana, e qui sta il nocciolo del cambiamento.
Oggi puoi vedere bambini di sei anni, con i calzoncini rossi dei pionieri e il fazzoletto al collo, che sfrecciano sul cemento del Vedado a bordo d’una qualche sottomarca di Rollerblade, e le ragazzette più intraprendenti portano ai piedi adidas immacolate.
Nuovi alberghi stanno sorgendo nel bel mezzo del centro città, e i palazzi affacciati sul Malecon vivono una stagione di restauri che non conosce precedenti: via quelle ombre da Germania Est, largo alla riscoperta dei colori pastello.
Il traffico di automobili è sempre risibile, rispetto agli standard italiani, ma in mezzo alle Moskvich e alle Mercury cadenti si affacciano utilitarie Fiat, Peugeot e persino qualche rara Mercedes sulle differenti tonalità del marrone. L’enorme parco di macchinoni americani anni ‘50 viene oggi valorizzato attraverso la trasformazione di Buick veterane -muli che sono stati capaci di sopravvivere ad anni e anni d’embargo- in taxi per turisti amanti del vintage.
A tanti, tra gli abitanti dell’Avana, non sembra dispiacere, il fiorire di moto-taxi ricoperti da scocche a forma di limone, né l’andirivieni silenzioso e inquietante di pensionati californiani a braccetto con le mulatte nipoti dei rivoluzionari del '59.
I pensionati californiani, così come i mezzi freak di Tel Aviv e le coppiette di Siviglia in viaggio di nozze, significano la possibilità di una vita migliore, un po’ più ricca e varia.
Significano bottiglie di rum e scatole di sigari da girare sovrapprezzo, significano la possibilità di chiacchierare con qualche straniero, e questo semplice fatto, che a noi appare addirittura banale, per i ragazzi della mia età cresciuti nel rigore delle organizzazioni di Partito è una vera rivoluzione privata.
I prezzi, naturalmente, sono aumentati di parecchio. Mi sono recato di proposito in un paladar in cui cinque anni fa potevi mangiare aragosta, riso e fagioli con l’ausilio di una lattina di Hatuey per un dollaro e mezzo, solo per scoprire che oggi per il medesimo pranzo di dollari ne chiedono dodici. Il posto è centralissimo, a due passi dalla Cattedrale e dalla Bodeguita del Medio, e dodici dollari non sono esattamente un conto da capogiro, ma come è naturale, potere notare una differenza così marcata mi fa sentire in qualche modo più vecchio e consapevole e stiloso.
Resta da dire che mi dispiace per i Cubani.
Vivevano in un posto che, giustamente o no, sentiva di doversi proteggere dal mondo circostante, e ora che quella palizzata di orgoglio nazionale e principi morali in forma di slogan sta mostrando le prime vistose falle, gli scaltri lasciano indietro gli stupefatti, e il confine tra gli uni e gli altri è la possibilità di attingere dalla marea di valuta pregiata che il turismo riversa sull’isola.
La sproporzione killer tra il valore del dollaro e del peso cubano rischia di creare un baratro tra chi riscuote gli stipendi in valuta nazionale e chi incassa in nero biglietti della Federal Reserve in qualità di tassista o cameriere o risolviproblemi.
I più lesti a cogliere i vantaggi della situazione sono, come sempre, i falchi.
I quali, come scrive il Maestro, non fanno a metà con nessuno.

Nel centro dell’Avana ad ogni angolo di strada (sottolineo qui la bella parola ogni) monta la guardia un basco grigio della Policia Especializada, pronto a chiedere i documenti ai connazionali troppo disinvolti nell’abbordare gli stranieri.
Come spesso accade, fatta la legge è già disponibile il primo inganno: si tenta di reprimere l’accattonaggio e la prostituzione cercando di cogliere i Cubani nell’istante in cui avvicinano il turista del caso, poichè in teoria la priorità è impedire che la popolazione disturbi gli stranieri.
In forza di questo stesso argomento, nulla fanno i baschi grigi quando per la strada compare una coppia formata da un cinquantenne londinese zuccapelata che stringe la mano a una ragazzina nera coperta di bigiotteria: lì è chiaro che nessuno sta disturbando nessuno, così niente domande indiscrete che potrebbero mettere in imbarazzo l’ospite straniero. Anche se ha l’atteggiamento e la faccia di un ex lottatore evaso dalle prigioni di Sua Maestà. In un Paese in cui l’economia è disperatamente alla ricerca di capitali misti, la giustizia non può che offrire anch’essa un garantismo misto.
“La soluzione è semplice”, dice Gianni, un baffuto tabaccaio di Pistoia che conosco bevendo un mojito in un bar della Rampa, il tratto della 23a strada che scende al mare. “Basta abbordare una ragazza per strada e entrare insieme in un locale. Se giri solo, non hai che l’imbarazzo della scelta. Guarda”, mi dice accennando allo spettacolo fuori dalla vetrina. In effetti, proprio ai piedi del Ministero del Lavoro che ci sta di fronte, campeggiano gruppetti di ragazze vestite come ci si veste quando la temperatura supera i trenta gradi molto prima di mezzogiorno. Sono bianche e nere e mulatte, united colors of Cuba, chiacchierano tra loro e scrutano in giro. A occhio, sono più le minorenni di quelle a ridosso dei trenta.
“Cosa credi che stiano a fare lì?”, mi domanda Gianni con un tono che si sforza di apparire da vecchio marpione. “Sanno che qui è zona da alberghi e case in affitto…” Per fortuna che risponde da solo. “Fanno la posta al turista”.
In effetti, molte di quelle ragazzine che qui chiamano jineteras, quando scorgono un turista solitario, allargano determinati sguardi lenti che sono meglio di carezze.
Per l’ego può anche essere un bel massaggio, ma in realtà l’invito è molto meno metafisico.
“In albergo non ci possono venire”, mi spiega Gianni, “e allora ci si apparta in qualche casa particular. Può essere un appartamento che affitti per tutta la notte, ma anche una stanza in prestito per un’ora. Magari trombi in camera mentre di là c’è la famigliola che guarda la televisione… Quand’hai finito vai a conoscere i padroni di casa, e quelli ti fanno le feste perché gli lasci dieci dollari…”
“Capisco”, dico. E poi, indossando la mia splendida maschera da gnorri, “Le ragazze” domando “chiedono qualcosa anche per sé?”
“Beh”, risponde Gianni, ipnotizzato da una morena fasciata da un paio di pantacalze candide che sta entrando nel bar in perfetta solitudine “se vuoi farti una sveltina, devi pagare, è chiaro. Però il loro sogno è che tu le tenga.”
“In che senso”, domanda lo gnorri “sperano che tu le tenga?”
“Che non le mandi via subito dopo aver scopato. Che ti ci fidanzi. Andare a cena fuori, ricevere un vestitino in regalo, è questo che vogliono, alla fine. Non sono tanto diverse da molte donne italiane”.
“Ma non mi pare che le italiane siano così”, obietto mentre la morena sembra aspettare solo un cenno per venire ad occupare una delle sedie libere. “Proprio così sportive non sono, mi pare”.
Il cenno alla morena, poichè non mi decido a farlo io, lo fa Gianni.
“Queste ragazze ti mettono addosso la febbre”, dice lui dopo che si è presentato alla cubana e ha presentato anche me.
Restano un attimo a guardarsi negli occhi, e io vorrei scappare da sotto il tavolo, ma al tavolo stanno già arrivando tre nuovi drink, e adesso la morena sorride di denti candidi guardando un poco me e un poco lui.
“Adesso beviamo questo, poi io e la signorina ci appartiamo da qualche parte”, spiega Gianni guardandola come si potrebbe fare con un bel paesaggio impressionista, o con una giacca ben tagliata. “Io le lascio cinquanta dollari e lei in mezz’ora mette insieme il doppio dello stipendio del suo babbo. Vero, chica?”
Chi deve assentire assentisce, e solo il secondo mojito riesce a tamponarmi quella lieve sensazione di nausea che adesso sento salire, come il drugo Alex dopo la rieducazione con la cura-Lodovico.

Ci sono un sacco di persone che viaggiano sole, a Cuba, ed è facile ritrovarsi a chiacchierare insieme a perfetti sconosciuti. In una settimana ho messo insieme un discreto campionario d’incontri, a volte anche toccanti, come quello con Marco, un milanese aficionado del Gato Tuerto, un club che sorge a due passi dall’Hotel Nacional. Dirigente di non so più quale compagnia d’investimenti, quattro anni fa ha perso la moglie, e da allora ha abbandonato il lavoro conservando un portafoglio di quindici clienti, che segue via posta elettronica dai vari angoli del mondo.
“A Cuba è ancora difficile fare affidamento sulla rete”, mi dice. “I collegamenti non sono ancora efficienti, e così tra un paio di settimane riparto per l’Italia. Incontro i clienti e sette giorni dopo sono già a Rio. È la terza volta che ci vado, e lì si lavora bene. Penso di restarci almeno fino all’estate.”
Luca di Brescia, invece, lo incontro in un paladar che sorge su una laterale di calle Obispo, la più battuta tra le strade del centro, che qualcuno comincia a chiamare bulvàr. Beviamo una heineken -nel ‘96 solo cerveza nacional- e dopo aver parlato dei viaggi che abbiamo fatto (lui è volato qualcosa come sei volte in Thailandia) mi racconta a cuore aperto, come ci conoscessimo da sempre, cosa ci trova di particolare nelle Cubane: “Quello che in Italia le donne non capiscono, è che noi non veniamo qui solo per il sesso, come fa comodo a loro di pensare. Qui le ragazze sono innanzi tutto simpatiche. Le vedi? A loro basta una radio che manda della salsa, un bicchierino, qualcuno con cui fare due chiacchiere, e sono già contente così. Se la godono anche a starsene in strada. Fidel li ha voluti tutti uguali, e loro si divertono tutti nello stesso modo. È un modo semplice, ma la semplicità mica è una cosa da disprezzare. Le vedi che sorridono anche se vivono una vita che renderebbe qualsiasi donna italiana triste e depressa. Se dall’Italia si vuole vedere il peccaminoso, certo che lo vedi, ma le donne italiane farebbero meglio a prendere esempio da queste ragazze, pronte a ridere e ballare con un tizio conosciuto cinque minuti prima. Questa è la vita”, dice Luca allungando uno sguardo verso la folla variopinta che scorre fluida sull’asfalto malridotto della calle “Io non so cos’è, in verità, quella che crediamo di vivere in Italia… Sempre di fretta, sempre a difenderti”.
Xabier è cubano, e lo conosco durante una festa di compleanno in cui mi ritrovo coinvolto a bere rum liscio che, bottiglia dopo bottiglia, allieta il festeggiato -sedicente campione olimpico di boxe a Barcellona, categoria pesi welter- e noialtri suoi amici da una vita o da un quarto d’ora.
Xabier ha trentacinque anni, e l’estate scorsa ha consociuto una ragazza di Frosinone. Tanto piacque conoscerlo, alla nostra compatriota, che adesso Xabier sta solo aspettando il mese di maggio per venirla a raggiungere sulle alture della Ciociaria. “Sono arrivati tutti i documenti, finalmente. Appena arrivo in Italia ci sposiamo”. Mentre il festeggiato, una sorta di Lilien Thuram meno intellettualizzato, insiste per farmi uscire con la sorella e dice che oramai io e lui siamo come cognati, Xabier scuote la testa. “Le ragazze cubane a voi sembrano strane, lo so. Ma cosa c’è di normale in una ragazza che in Italia ha tutto, arriva qui in vacanza, si innamora di me in tre giorni e poi scrive, briga, si rivolge all’ambasciata e al municipio perché io possa andarla a sposare?” Non saprei, ma la normalità, in questa isola irta di desideri realizzabili, sembra avere la stessa possibilità di cittadinanza dell’orso bianco.

Enrico Brizzi 2001

 

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