«MAX», giugno 2002

I MESSAGGERI DELLA MACUMBA

UN MATTINO D’ESTATE
Un mattino d’estate mio fratello riaprì gli occhi e apprese dal sottoscritto –anch’esso, all’epoca, un bambino- che la notte precedente, nella tribuna d’onore del Bernabeu, Sandro Pertini aveva esultato come un ragazzo.
Ci trovavamo in vacanza con i genitori in una località di montagna dalle parti di Lecco, e mio fratello, che non aveva ancora quattro anni, non sapeva affatto chi fosse Sandro Pertini. Solo, si stropicciava gli occhi carichi di sonno e, senza dare troppo peso alle mie dichiarazioni, annusava la giornata nuova di zecca. Il fatto che ci ritrovassimo ad essere campioni del mondo, non poteva scatenare esultanze smodate in un fanciullo che ancora non si capacitava delle differenze tra Italia e Germania.
Con ogni probabilità i caroselli notturni di clacson lungo la provinciale non avevano interferito con la fase Rem del suo sonno di cucciolo, ma quel mattino d’estate l’atmosfera di festività totale dovette percepirla in ogni caso: c’erano tricolori esposti ai davanzali di Maggio e Barzio, e per le stradine del paese correvano bande di sbarbi truccati da Sioux come a carnevale, con l’azzurro come unico colore di guerra.
Per anni ho ritenuto che la fondatezza dei miei diritti di primogenito riposassero nel mistero alpestre di quella notte in cui, oggi lo posso dire con certezza, per la nostra generazione è cominciato tutto: mio fratello riposava nel lettino –segno inequivocabile che era piccolo- mentre io, trasudante di virili preoccupazioni come tutti gli juniores che s’apprestano ad affrontare la terza elementare, soffrivo con i grandi davanti al televisore in bianco e nero.
Poiché di godere sono capaci, chi più chi meno, quasi tutti, la differenza tra un uomo vero e un vigliacco sta nel sopportare la sofferenza. Questo non lo invento io oggi, questo è quello che ci venivano a dire all’epoca le larghe tese dello stetson di Larry Yuma, o i bicipiti di Pecos Bill, o quelle altre più confuse incursioni nella realtà del West guidate dal camiciagialla, il sopravvalutato signor Willer. Vorrei dire che era già chiaro nei nostri giochi di bambini come nella più dozzinale delle sceneggiature di Supereroica, che un vero uomo dove essere, innanzitutto, un incassatore maiuscolo. Che senso avrebbero avuto, altrimenti, le ferite alla gamba, e le morti dei migliori amici e tutte le altre difficoltà intermedie che si frapponevano in modo inquietante e regolare tra il Protagonista e la Vittoria?
Insomma, se ho percepito una certa legittimità per la mia primogenitura, l’ho sempre ritenuta fondata non tanto sul fatto di avere assistito in diretta all’esultanza di Tardelli e alle altre scene di trionfo, quanto sui nervi d’acciaio che dimostrai nel non cadere folgorato dall’infarto quando Cabrini calciò in malo modo, nel corso del primo tempo, un rigore che la Nazione si è potuta permettere di dimenticare.

NO AL CALCIO MODERNO
Altri i rigori che ci sono rimasti dolorosamente nella memoria.
Ricordateli voi, se volete. Donadoni a Italia ’90 vi dice qualcosa? Zenga tra i pali, sempre a Italia ’90, serve meglio a evocare la situazione? Sono stati momenti difficili, lo so bene. Mi sono sempre chiesto che genere d’ala scura si può stendere su uno Zola, su un Di Biagio nel momento in cui s’accorge che la palla sta facendo tutt’altro che gonfiare la rete, nel momento in cui si alza il grido di rabbia del proprio Paese ferito a morte. Suppongo siano choc che possono anche azzopparti a vita, e non mi è mai piaciuto che una partita di calcio, anziché essere rigiocata, debba concludersi con la deportazione verso il dischetto di cinque uomini costretti a giocarsi la reputazione in una frazione di secondo. Per dirla nel tempo d’un sussurro, No al calcio moderno.

MESSAGGERI DELLA MACUMBA
Fieri eravamo, nervosi di bombolette spray e di chiome scomposte. Sullo sfondo correva, sovraesposto come una fotografia scattata controsole, l’anno 1994.
La Nazionale che ci rappresentava ai Mondiali era imperniata sugli italiani del Milan. Il commissario tecnico, quella volta, era un uomo in grado di mortificare l’estro di Roberto Baggio e di schierare in una posizione bislacca il tre volte capocannoniere Signori. Noialtri lo stimavamo a tal punto, il signor Sacchi, che tifavamo senza ritegno per le più simpatiche nazionali africane. Senza contare che la tenuta dell’Italia era fastidiosamente barocca, rispetto alle linee sobrie e ai colori compatti degli ultimissimi anni.
Secondo noi fu un brutto Mondiale, ma forse eravamo altrove con la testa. Personalmente, nei giorni che precedettero la finale i piedi li avevo a Venezia, tra la spiaggia del Lido e l’imbarcadero da cui salpava il vaporetto per l’isola delle Vignole.
Sappiamo tutti come andò a finire quel Campionato del Mondo. I più giovani, quelli che non avevano ancora il diritto o la forza di restare davanti al televisore, lo hanno imparato dalla malvagia pubblicità di una compagnia di telefoni in cui Baggio, anziché sparacchiare dagli undici metri come un Primavera emozionato, insaccava senza fatica come gli abbiamo visto fare decine di volte, prima e dopo il ’94, sui campi di serie A.
Se amavo qualcuno, in quell’estate, non era di sicuro il signor Sacchi da Fusignano.
Se lo avessi amato, non avrei tentato di evocare la magia nera purché la Federcalcio lo destituisse a pochi giorni dall’inizio dei Mondiali. Invece questo è esattamente quello che feci insieme all’amico W.G.: fu per questo motivo e nessun altro che nel giugno 1994 ci recammo al paese natale del grande Arrigo in qualità di Messaggeri della Macumba.
Il segnale che cercavamo –andate a verificare, increduli - era una cabina telefonica inglese verniciata di rosso. Così ci era stato detto da Papa Monti durante la trance, e sapevamo che in Romagna incontri improbabili del genere non erano infrequenti.
Di fronte alla cabina di legno rosso avremmo trovato una porzione di selva, e lì in mezzo, al cospetto d’un busto considerato sacro, bisognava compiere il sacrificio rituale. Se fossimo riusciti a portarlo a termine, aveva assicurato Papa Monti tra le convulsioni, nulla avrebbe potuto salvare Arrigo Sacchi dall’esonero.
Ordinato non senza una certa psichedelia, come tutti i paesi della Romagna interna, il borgo di Fusignano ci diede il benvenuto spalancando davanti ai nostri occhi di cittadini increduli un gigantesco prato recintato. L’erba era tenera e brillante, e quelle che da lontano sembravano le installazioni di un parco giochi per bambini, a uno sguardo più obiettivo si rivelarono essere altrettante opere di scultori contemporanei. Erano, W. e il sottoscritto lo compresero dal primo istante, i custodi incaricati dal perfido Arrigo di difendere il paese dai Messaggeri come noi. Secondo Papa Monti rappresi nei calchi e nelle curve bronzee di quelle statue che popolavano il prato, vivevano gli spiriti di altrettanti Maldini e Baresi, Costacurta e Tassotti intenzionati a difendere, nell’imminenza dei Mondiali, la tranquillità del loro presuntuoso Mister. La brezza portava con sé odore di terra grassa, e i monoliti baluginavano meravigliosi nel sole del secondo mattino. Invitavano a indugiare sull’erba tenera senza spingersi fin nel cuore del paese, ma la cabina telefonica dipinta di rosso non si vedeva, segno che la statua davanti alla quale noi Messaggeri dovevamo eseguire il sacrificio era altrove. Scendemmo dalla macchina solo quando ci trovammo all’ombra del Municipio.
Ricordo ancora la stupefazione che ci guidò, appena avvistammo la rossa garitta ancorata all’asfalto, a correre sul lato opposto della strada. Ci immergemmo nel fogliame, e il fogliame ci purificò, ci rese come invisibili agli abitanti di Fusignano che pure, a pochi passi da noi, popolavano le strade umbratili del centro.
Ancora oggi non so dire che stupefazione ci prese quando ci accorgemmo – adesso eravamo al centro d’una piccola radura – che il volto accigliato del nostro maestro, l’Inesistente Massimo Zanardi, sotto forma di realistica opera scultorea, ci stava osservando con severa benevolenza, nitido tra i cespugli come l’opera dell’uomo che emerga dal fitto del fogliame. Crollammo, W. ed io, in ginocchio, e ci prostrammo sotto il sacro naso da Pulcinella rapace del nostro maestro. Sentivo una forza strana venire su dal terreno, e mi chiesi se anche W. la percepiva. Altri Messaggeri prima di noi erano giunti nel cuore di Fusignano per chiedere all’Inesistente un miracolo grande o piccolo ai danni di Arrigo Sacchi, e, sotto forma di filtri di sigaretta vergini di boccate, mozziconi e lembi accartocciati di cartine, i resti dei loro sacrifici erano davanti ai nostri occhi.
“Ci penso io” dissi a W. nella penombra della radura. “Tu passami una rizla e prega con la formula che ci ha insegnato Papa Monti”.
Per il sacrificio al cospetto dell’Inesistente avevamo con noi una buona presa di skunk conservata con gelosia, e forse, se ci fossimo affidati a qualcosa di meno odoroso, la selva che prosperava di fronte alla cabina telefonica inglese avrebbe serbato meglio il nostro segreto. Del banale marocchino sarebbe stato perfetto. Dovevamo pensarci prima, sono d’accordo. Se si considera che stavamo cercando di scatenare la Macumba contro il più illustre cittadino del luogo, forse capirete in che senso l’entusiasmo giovanile si era un poco mangiato, quella mattina, la prudenza.
Se, se, se. Se il vento avesse tirato dall’altra parte, probabilmente la nuvola bianca degna del camerino dei Wailers non sarebbe fuoriuscita dalla selva per planare proprio sui tavolini del bar Centrale. E se il maresciallo dei carabinieri non fosse stato seduto lì in quel momento a bere la sua cedrata, e se… Lo sappiamo troppo bene dove si va, con i ‘se’.
Questa è la vera storia di come cercammo di far esonerare Arrigo Sacchi, e di come la comunità di Fusignano, nella persona di un maresciallo, respinse il nostro tentativo ricacciandoci, coda tra le gambe, verso la città. Né lo sguardo vitreo dell’Inesistente, né i deboli influssi di papa Monti, quel mattino, ci salvarono dal castigo che meritano i cospiratori.
Fu così che i Messaggeri della Macumba, storditi e denunziati a piede libero, deposero ogni intento bellicoso verso il Mister della Nazionale e semplicemente, fingendosi snob e distaccati, ai Mondiali del ‘94 sostennero la Nigeria.

Enrico Brizzi 2002

 

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