| Smemoranda 12
mesi 2001
GIUGNO
“Per saperne, ne so”, pensava il giovane
Electro la notte prima degli esami “è solo che mi servirebbe
un po’ di tempo in più perché tutto si fissi
nella mia mente come qualcosa di certo”. Smarrito nelle ansie,
si bilanciava su una sedia di legno, i gomiti poggiati alla scrivania.
Era una scrivania economica di legno chiaro che gli avevano regalato
molti anni prima, e oramai era imbarcata al centro dal peso dei
libri. Lee Scratch Perry in sottofondo cercava di rasserenare l’aria
gravida d’ansie. Quel bravo fratello tentava inutilmente d’attirare
l’attenzione del giovane Electro, smarrito tra pile di bignami,
fastelli di appunti fotocopiati e libri di testo sottolineati secondo
le tattiche mnemoniche più in voga a quell’epoca, come
la memorizzazione bicolore e la tecnica del ricordo a macchia di
giaguaro.
Sulle scienze naturali il giovane Electro si sentiva pronto e, come
egli stesso doveva ammettere, non sarebbe potuto essere altrimenti.
Non dimenticava la bagarre esplosa in classe quando s’era
venuto a sapere che tra le quattro materie orali c’era scienze
naturali, la cenerentola delle discipline, il bluff, l’ora
più gradita dopo ginnastica e religione. Era servito un sorteggio,
per decidere chi avrebbe portato scienze come materia orale, e per
una volta la sorte l’aveva sfacciatamente benedetto. Senza
curarsi delle invettive lanciate da chi era stato costretto a lezioni
intensive di greco, il giovane Electro aveva studiato serenamente
le trenta pagine d’appunti condensati in cui si trattava la
rivoluzione dei pianeti attorno al sole, la deriva dei continenti
e le altre baggianate che gli autori del libro di testo avevano
verosimilmente copiato da qualche numero di Focus.
Il vero problema degli esami orali era la discussione di storia.
Il programma era un labirinto pieno di insidie come quello di Scarab
of Ra, l’adventure di ambientazione egizia a cui il giovane
Electro aveva consacrato i propri tredici anni, età in cui,
condannato a trascorrere il suo tempo libero con qualcosa di vivace
in mano, aveva tentato di debellare la piaga dell’onanismo
carezzando il più possibile il vecchio mouse.
Il professor Nettuno Zanasi la faceva semplice, coi suoi consigli
essenziali del cazzo: “Padroneggiate il linguaggio. Non subite
le domande. Individuate i collegamenti”.
Individuare i collegamenti. Ovvio. Intuitivo. Banale come bere un
bravo bicchiere d’acqua.
L’unico collegamento che gli era venuto in mente ripassando
la versione liofilizzata del Camera-Fabietti era un immaginario
ponte sospeso tra la convenzione di Olmütz del 1850 e la pace
di Milano, ma aveva richiesto uno sforzo intensissimo, varie sbirciate
al libro e una sorta di joint tutto ammaccato per ricuperare la
calma tra gli specchi e le ceramiche del bagno. Tanto nel resto
della casa, in barba alle sue sofferenze, si dormiva della grossa.
Adesso il giovane Electro non si sentiva più tanto sicuro
né dei collegamenti, né dei singoli episodi, ma forse
- così si diceva, senza trovare la cosa particolarmente rassicurante-
era solo la stanchezza.
Troppe scene si affacciavano alla sua giovane mente, ed avevano
le sembianze di quadri ad olio esposti uno dopo l’altro in
un museo.
Qui si vedevano scene di massa senza un vero trait d’union:
ecco davanti ai vostri occhi il proclama di Moncalieri. Più
in là, dopo le toilette, si può ammirare il discorso
di Stradella. All’uscita della sala con i quadri d’assalto
a colpi di lanciafiamme, godetevi l’ultima grande tela che
rappresenta l’occupazione delle fabbriche nei mesi dei moti
rossi.
Lungo i corridoi che univano le sale immaginarie, il giovane Electro
incrociava lo sguardo dei ritratti che lo fissavano austeri dalla
parete, uomini in uniforme di cui oramai s’era perso lo stampo:
ecco Boulanger che forse ripensa ai suoi massacri, Kornilov con
i baffoni incerati, Ludendorff, nazi ante litteram, che osserva
compiaciuto la sua armata mentre si dispiega dalla parti dei Laghi
Masuri.
C’erano anche Moltke nonno e nipote (o erano zio e nipote,
o addirittura padre e figlio? L’enciclopedia storica non si
pronunciava in proposito), c’era il sorriso di Sedan sulle
labbra dei filistei tedeschi… Eppoi in sede d’esame
bisognava spendere almeno una parola sul revanscismo, la deportazione
nella lontana Caienna, i vizi e le virtù della regina Guglielmina.
E come trascurare la pace di Shimonoseki, le vicende di Port Arthur
e delle isole Pescadores (quale diavolo di mare le bagnava, a quelle?
Il Caspio, forse?).
Il giovane Electro stropicciò gli occhi gonfi, zittì
Lee Scratch Perry e spense la lampada da tavolo. “Branda”,
pensò, e senza nemmeno lavarsi i denti si allungò
sul letto.
Adesso, nel buio della sua camera gli correvano incontro i Cadetti
(dalla pronuncia russa delle iniziali K e D per Costituzional-Democratici)
inseguiti da una torma di socialrivoluzionari armati di forconi
e rivoltelle. “Ora basta”, disse il giovane Electro,
“che ci ho da stare sereno” ma come busti poggiati su
un nastro trasportatore da aeroporto gli vennero in visita i ministri
del regno: Cavour, Ricasoli, Rattazzi, Farini, Minghetti, Lamarmora,
Rattazzi bis, Lanza, Menabrea, Minghetti bis.
Dopo una breve pausa, in cui Electro si augurò che il supplizio
fosse terminato, il nastro riprese il suo incedere, e comparvero,
uno dopo l’altro, i torsi in marmo di Agostino Depretis, Cairoli,
Crispi (intro), Di Rudinì, Giolitti, Crispi (reprise), Di
Rudinì, Pelloux, Saracco, Zanardelli. Li seguivano da presso
tre busti identici in cui il giovane Electro riconobbe i lineamenti
familiari del Giolitti, e dietro a quelli venivano -con le incongrue
sembianze dei quattro fratelli Ramones- Salandra, Boselli, Orlando
e Nitti.
“Andate via!”, gridava Electro nel silenzio del suo
cuore. “Lasciatemi dormire, che domani ci ho la maturità”,
implorava, ma chi azionava il nastro non ne voleva sapere. Scorse
via un ulteriore marmo di Giolitti, questa volta polveroso e sbreccato
come avesse passato mille anni in cantina, poi due nani da giardino
che recavano sulla base le misteriose iscrizioni ‘Bonomi’
e ‘Fuckta’ vennero ad annunciare che adesso era il turno
del tronfio Zuccapelata. Quell’insigne statista che soppresse
la libertà di stampa, i partiti e i sindacati per meglio
mandare a morire seicentomila italiani arrivò tutto impettito
a bordo d’un cavallo immobile. Era fasciato da una divisa
color della morte carica di medaglie e pendagli, ma a quell’immagine
si sovrappose, nella sua mente disponibile alle suggestioni, quella
d’un cadavere appeso a testa in giù in una piazza di
Milano.
“Fanculo, non ne posso più” sospirava nel tiepido
del letto il giovane Electro, che alla fine era un ragazzo di diciott’anni
e certe pressioni non era tanto abituato a sostenerle.
Lui si sentiva una sorta di Vagabondo del Dharma, alla perenne ricerca
della liberazione dal male, della saggezza e di una ragazza speciale
che se ne stesse con lui sotto il sole dei Giardini Margherita,
a stringergli la mano nel buio d’un cinema e fare l’amore
senza paranoie sotto le stelle dell’estate, semplicemente
lasciandosi portare dal desiderio.
“Ohi ohi, che vita”, gemeva il giovane Electro, oramai
in fase autocommiserativa da insonnia, “questo non è
mica un blues, né un rock ‘n roll come dico io…
Non è neanche un assolo di basso di Jaco Pastorius…
La mia vita sta diventando un pezzo house troppo acido…”
Delirava, il poverino, ché si sentiva tanto stanco…
Non ne poteva più di studiare le date, né di affannarsi
dietro le traduzioni dei fumetti dal francese che gli consentivano
di raggranellare quelle poche centomilalire che facevano la differenza
tra un ragazzo semisquattrinato e un giovane dropout costretto a
fare la raccolta delle autoradio nei pubblici parcheggi. Gli pareva
che la sua esistenza, anziché assumere progressivamente le
tinte vive dell’eroismo o quelle piene della consapevolezza,
fosse simile a un inseguimento in cui lui, Electro, era l’inseguitore,
e quel che gli sfuggiva da sotto gli occhi erano le cose che fanno
vivere bene i ragazzi. Riusciva a sentirsi persino infelice, quella
notte prima degli esami che già l’indomani avrebbe
cominciato a ricordare con tenerezza.
“In fondo qual è, la mia colpa?”, si domandò
chiudendo finalmente gli occhi. In fondo gli sarebbe bastato ascoltare
bluegrass, cajun e blues del Delta sdraiato al sole nei prati di
villa Chigi, ma mancava ancora quella maledetta notte prima di poterlo
fare, mancava la maledetta maturità, e cercando d’indovinare
se qualcuno tra i commissari d’esame arrivati da lontano per
tormentarlo poteva ricordare la fisionomia da cane corso del tronfio
Zuccapelata, il giovane Electro sprofondò nel sonno più
nero.
Enrico Brizzi 2000.

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