| Smemoranda 12
mesi 2002
CABO DELGADO
I primi giorni Ernesto non usciva di casa, come
un malato. Andavo a trovarlo, a volte carico di doni e altre a mani
vuote, e lui aveva sempre questi occhi rossi, resi lucidi dal dispiacere.
Guardava il Grundig senza spostarsi dal letto, il mio amico, fin
dalle prime ore del mattino. Capitava che scoppiasse a piangere
senza preavviso nel bel mezzo di un quiz, o di una replica stantìa
del tenente Colombo. Allora si copriva il volto con le mani, oppure
lo nascondeva contro il cuscino, e tra i singhiozzi levava alti
e rabbiosi i suoi lamenti. Ce l’aveva con Paola, la ragazza
che fino a poche settimane prima era deciso a sposare. Lei era andata
a letto con un altro, e poiché era una ragazza che credeva
al valore dell’onestà, si era sentita in dovere di
raccontarlo al mio amico.
Mordeva i cuscini, Ernesto. Ruggiva. A non sapere che la sua era
una malattia da cui, col tempo, guarivano quasi tutti, ci sarebbe
stato da disperarsi insieme a lui. Cercavo di fargli forza, invece,
ché non mi morisse di consunzione ad appena ventisette anni.
Umiliato e scarico come si sentiva, costretto
a vivere solo nel piccolo appartamento che aveva affittato insieme
a Paola, un bel giorno Ernesto s’era messo in testa che la
nostra città era troppo piccola per tutti e due.
“Quella donna è una sacrilega” sosteneva il mio
amico. “Non voglio trovarmi nei paraggi quando gli Dei la
puniranno”.
Per qualche tempo Ernesto si fece vedere in giro
rabbioso, i capelli in disordine, un paio d’anelli agganciati
al sopracciglio.
Il venerdì sera faceva la spola tra i bar del Pratello trascinandosi
dietro un cane stupido e feroce cui aveva dato nome Marlon. Era
un bull terrier con gli occhi piccoli come spilli e, in compagnia
di quel mostro, il mio amico dondolava sotto i portici. Perdeva
tempo coi punkabbestia, andava in cerca di sostanze pregiate.
Era sempre stato un ragazzo giudizioso, Ernesto, e i più
apprensivi tra i conoscenti, a vederlo conciato a quel modo, diffondevano
voci che lo vedevano candidato a combinare, da un momento all’altro,
qualcosa di grosso. Forse, addirittura, uno sproposito.
In realtà, se appena non ti facevi prendere dalle ansie,
lo capivi che stava cominciando a recuperare la stima in se stesso.
“Che se la prenda pure chi vuole, quella disgrazia di donna”
borbottava offuscato. A lui, davvero, di Paola non importava più:
adesso sentiva con forza - questa virtù che non manca ai
pazzi - che la sua vita doveva trovare un significato. In città,
secondo il suo punto di vista, le cose prendevano senza preavviso
pieghe troppo insensate.
Fu nell’abbaglio di un ragionamento del genere, io credo,
che il mio amico decise di spedire il suo curriculum ai professionisti
della cooperazione internazionale. Tastava il terreno in cerca d’un
lavoro che lo portasse il più lontano possibile da casa.
Un pomeriggio di settembre incontrai Ernesto sotto
il portico basso di via san Felice, a metà strada tra il
bowling e l’ospedale militare. Al collo portava una sciarpa
rossoblu dei Forever Ultras, e aveva tutta l’aria di essere
andato a letto molto tardi. Nonostante il suo viso fosse nascosto
per metà dalle enormi lenti degli occhiali da mosca, sembrava
felice di vedermi.
Ci stavamo ancora abbracciando quando mi annunciò che oramai
la nazione doveva considerarlo a tutti gli effetti un uomo in prestito.
Nel giro di poco tempo, forse già alla fine del mese, si
sarebbe trasferito in Mozambico. “L’Organizzazione per
la difesa della gioventù” disse concitato. “Mi
hanno scritto ieri. Hanno bisogno di me già dall’inizio
del mese prossimo”.
“Cosa mi dici” riuscii a mormorare. “Così
parti sul serio”.
“Se Dio vuole” disse Ernesto “è quasi fatta”.
“Ma dove andrai, esattamente?”, domandai. All’improvviso
mi sentivo dispiaciuto, all’idea di saperlo lontano. Dispiaciuto
e anche preoccupato, un poco.“In Mozambico dove? Nella capitale?”
“Macché”, tagliò corto Ernesto. “Lavorerò
a Cabo Delgado, un posticino tranquillo sulla costa dell’Oceano
Indiano. Niente male, vero?”
“Già”, dissi io stringendomi nelle spalle. Sentivo
che avrei dovuto fargli una quantità di domande, ma non volevo
rovinare quel buon momento, così le tenni per me. “Come
fa a essere male, la costa dell’Oceano Indiano?”.
“Ma infatti”, disse lui. “È uno dei paesi
più poveri del mondo, il Mozambico, ma io starò da
papa”. Gongolava di gioia. Era strano vederlo così
dopo i mesi bui. “Questi signori dell’Organizzazione
per la difesa della gioventù si occupano dei ragazzi di strada”,
riprese. “Li accolgono e cercano di dare loro una seconda
possibilità”.
“Ecco perché ti hanno voluto subito con loro”.
Come battuta era fiacca, ma il mio amico si sbellicò. Era
davvero in gran forma.
“Ho preso la mia decisione soltanto la notte scorsa”
aggiunse con un sorriso enigmatico “dopo una serie da inchiesta
di Biancosarti”.
“Biancosarti?” Ero quasi indignato. “Ma dove?
Al pub?”
“Macché” disse lui. “Mi sono cacciato in
un bar di ultima, un postaccio che resta aperto fino a tardi, dietro
il mercato di via Zamenhof. Avevo bisogno di pensare. Marlon l’ho
legato fuori, al palo d’una fermata d’autobus, perché
il barista dentro non ce lo voleva. Non aveva mai visto un bull
terrier, e mentre cercavo di trovare un buon motivo per restare
in Italia, il barista mi distraeva con le sue domande. Dal suo punto
di vista, forse, voleva tenermi compagnia. Chiedeva perché
Marlon ha la testa così rotonda - come lo sapessi - e se
per caso non sarebbe un cane da combattimento. Lui intanto faceva
il diavolo a quattro, credimi, legato davanti la vetrina. Così
a un certo punto ho ordinato un altro Biancosarti - il terzo, il
quarto - e sono uscito fuori per vedere di calmarlo”.
“Poverino”, dissi io. “Si sentiva escluso”.
“Poverino un corno” disse Ernesto. “Come mi ha
visto a portata” disse mimando con la mano il gesto della
tagliola “lo stronzo non si è lasciato sfuggire l’occasione”.
“Non ci posso credere” dissi scuotendo la testa. “Vedere”.
“Questa città sta diventando troppo pericolosa”
disse Ernesto mentre si chinava a sollevare il bordo del pantalone
destro fin sotto al ginocchio. “Pure il cane mi si rivolta
contro”. Aveva un gran cerotto bianco, incollato sull’esterno
del polpaccio, e sotto la superficie porosa intuivi il rilievo del
filo sulla pelle lacerata. “Sono quasi svenuto per il dolore”
riprese. “Non sapevo più se chiamare il pronto soccorso
o l’accalappiacani”.
“Stronzo ingrato” dissi. “Non si è mai
ambientato del tutto, quel botolo”.
“È stato un bene, alla fine”, disse lui mentre
riabbassava il lembo del pantalone a coprire il cerotto. “Mi
ha aiutato a prendere la mia decisione. Lo lascio a te, questo cavolo
di paese” mormorò Ernesto soddisfatto. “Mi mancheranno
solo le donne degli altri”, aggiunse lanciandosi uno sguardo
dietro le spalle. A cinquanta passi da noi, sotto l’infilata
degli archi, vedevi sopraggiungere questa studentessa ventenne,
una cascata di riccioli castani che incorniciavano il volto gentile.
“Quella fatina lì” sussurrò il mio amico
“è da mezz’ora, che l’ho notata. La incrocio
senza sosta, oggi pomeriggio. Però ormai ho deciso. Parto.
È tempo che mi prenda le mie responsabilità”.
La fatina passò oltre, senza accelerare il passo né
niente. Camminava leggera, come dentro un sogno, e in quel sogno
andava verso le Due Torri.
“A me non la racconti”, dissi al mio amico per prenderlo
in giro “Andrà a finire che lavorerai sì e no
due ore al giorno, e il resto del tempo te ne stai in spiaggia”.
“Per il momento” sorrise Ernesto “mi basta cambiare
aria. Se solo mia madre riuscisse a non piangere quando le darò
la notizia, sarebbe tutto perfetto”.
“Sono contento per te, fratello. Stai in occhio, però”,
gli dissi prima d’abbracciarlo come fosse già sulla
scaletta dell’aereo. “Devono essere regioni ancora rustiche”.
“Tranquillo” mi disse. “Sarò prudente persino
in sogno”.
Quel pomeriggio in via San Felice, Ernesto sembrava l’entusiasmo
in persona. Era come fosse da sempre il suo più grande desiderio,
ottenere un contratto di ventiquattro mesi con l’Organizzazione
per difesa della gioventù. E Cabo Delgado, nelle sue parole,
era semplicemente il paradiso. “L’anno scorso, di questi
tempi pensavo di sposarmi” soffiò fuori alla fine.
Adesso che aveva preso la sua decisione, ne poteva parlare come
si parla del passato. “Mi hanno colpito” sorrise “ma
non affondo per così poco. Ho davanti le stagioni migliori”
disse puntando l’indice verso terra. “Io me la gioco,
questa partita”.
Ci salutammo baciandoci sulle guance nella penombra del portico.
Eravamo commossi come due vecchie, il mio amico e io, e paurosi,
cercando di fissare nella mente il volto dell’altro, interrogavamo
il significato di tutti i cambiamenti che ci avrebbero riguardato
durante le stagioni a venire.
Enrico Brizzi 2002.

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