| Smemoranda 12
mesi 2004
STARE AL MONDO
Il ragazzo che fumava in fondo al vagone guardò
Rocco e disse: “È qualcosa che devi meritare, ma alla
fine l’abbiamo meritato e, per la miseria, ne valeva la pena.”
Era un ragazzo alto e magro come possono esserlo i giovani appena
usciti dal liceo, e i suoi capelli folti nascondevano per metà
le le orecchie. “Quando abbiamo raggiunto la cima dell’ultimo
colle” riprese il ragazzo “e all’improvviso ci
siamo trovati davanti tutta Firenze, con la cupola del Brunelleschi
che si stagliava sopra il mare di tetti, a momenti svenivo dall’emozione.”
“Oh” disse Rocco. “Così adesso torni a
casa.”
“Torno a casa, sì” sorrise il ragazzo con aria
smarrita. “Un’ora scarsa di treno per fare a ritroso
la strada che ci è costata cinque giorni di marcia”
disse con la voce che vibrava di delusione, e sotto quell’increspatura
Rocco credette di riconoscere l’accento sibilante e generoso
dei propri concittadini. “Fino al passo dell’Osteria
Bruciata” riprese il ragazzo “non ha smesso neppure
un’ora di pioverci sulla testa.”
Rocco non aveva mai sentito parlare di un passo di montagna con
un nome del genere, e per un po’ provò a figurarsi
il ragazzo perso in mezzo a una fila di uomini e donne che arrancavano,
avvolti dai poncho in tela cerata, su per l’erta d’un
bosco di castagni.
Il ragazzo aveva preso a studiare la carta ferroviaria d’Italia
dalla cornice in alluminio che faceva bella mostra di sé
sulla parete, a pochi palmi dai cardini della porta che dava accesso
al piccolo bagno del vagone. Studiava la carta ferroviaria con le
braccia abbandonate lungo i fianchi, mentre la sigaretta ardeva
in modo spontaneo nella rosa dischiusa delle dita.
Rocco immaginava il lento incedere della colonna, il terreno fangoso
che doveva rendere faticosa la marcia e le bandiere arcobaleno fradice
di pioggia, incapaci di sventolare.
“L’avrete fatto per una buona causa, almeno” disse
Rocco. “In quanti eravate?”
“Eravamo tre” disse il ragazzo senza distogliere l’attenzione
dalla carta ferroviaria. “I miei amici adesso dormono”
disse volgendo un cenno verso il corridoio del vagone.
“Oh” disse Rocco, e si sentì sciocco. Così
non c’erano state bandiere, né colonne di adulti, nell’ombra
di quei boschi che non conosceva, ma solo tre amici di forse vent’anni
che, con forze intatte, avevano deciso di risalire i bastioni dell’Appennino.
“Certo” disse. “E la sera” domandò
“dove andavate per dormire?”
“Dentro la tenda” disse il ragazzo guardando Rocco in
modo diretto. “Abbiamo una tenda di prima qualità,
se non ce l’hanno fregata negli ultimi dieci minuti.”
Aspirò con forza dalla sigaretta e non diede mostra di preoccuparsi
quando la piccola colonna di cenere gli sfarinò sul maglione.
“Si viaggia sempre sottoterra, con questo treno” riattaccò
guardando oltre il finestrino dello sportello, verso l’invisibile
parete del tunnel che da molti chilometri, ormai, il treno andava
avanti a percorrere. “La tenda è stata la nostra casa
per cinque giorni, e adesso che torniamo alla vita esaltante di
tutti i giorni, devo solo ricordarmi di appendere in terrazza la
casetta e il soprattelo, ché asciughino per bene. Quando
saranno asciutti li piegherò per riporli in cantina. È
stata la nostra cavolo di abitazione, e adesso torna in mezzo alle
bici arrugginite e alle cose che servono solo d’estate.”
Rocco pensò a quando, poche settimane prima, con un altro
treno era rientrato da Londra; pensò alla sensazione di galera
che gli aveva procurato tornare a dormire nella sua stanza, a casa
della madre, dopo tutti i mesi trascorsi vicino al centro delle
cose. In ogni caso, a Londra non era riuscito a combinare niente
di buono. Aveva trent’anni e sapeva bene a quale genere di
retrocessione somigliano determinati ritorni. “Fammi fumare”
disse al ragazzo. “Per piacere” disse anche, ma quello
già porgeva il pacchetto quasi nuovo con i filtri screziati
di giallo che facevano capolino da sotto la stagnola strappata.
“Sei gentile” disse Rocco sfilando dal pacchetto la
sigaretta che il destino aveva scelto affinché precedesse
le sorelle. “E pensare che in Inghilterra avevo smesso”
mormorò quand’ebbe soffiato fuori il fumo della prima
boccata. “Sei mesi senza toccarne neppure una” precisò,
ma il ragazzo non sembrava colpito, e solo guardava oltre la lastra
di vetro, popolata di riflessi, del finestrino che s’apriva
sullo sportello.
“Quanta terra avremo, sopra la testa?” domandò
il ragazzo.
“Centinaia di metri” disse Rocco. “O qualcosa
del genere.”
“Milioni di tonnellate di roccia” il ragazzo disse.
“Roba da schiacciare il treno come un insetto, se decide di
franare.”
“Smettila” disse Rocco. “Non è bello, parlare
delle disgrazie.”
“D’accordo” disse il ragazzo risentito. “Facevo
per dire.”
Forse, si disse Rocco, da quel buio che angosciava il ragazzo, un
uomo saggio avrebbe dovuto trarre un auspicio. Qualcosa di simile
a un suggerimento o a una spiegazione.
Oltre il finestrino popolato di riflessi, di tanto in tanto il fulgore
improvviso d’una lampada di sicurezza incorporata alle pareti
del tunnel – il suo alone deformato in scia lattiginosa per
effetto della velocità – veniva a dirti fino a che
punto le regole del mondo congiuravano per spedirti a lavorare in
luoghi assurdi e privi di qualsiasi bellezza.
Nessuno ti offriva un lavoro da poeta o cantante, però cercavano
elettricisti e operai disposti a lavorare dentro un budello lungo
uno sterminio di chilometri, ricavato scavando la montagna da parte
a parte, nel corso di lunghi anni, con l’ausilio di sofisticati
vagoni-talpa.
Per un po’ nessuno disse niente. Quando il ragazzo ebbe finito
di fumare lasciò che il mozzicone scivolasse sulla pedata
d’uno dei gradini che, dalla piattaforma rivestita in linoleum
del vagone, digradavano verso la base dello sportello.
“Abbiamo camminato tutto il tempo lungo una antica strada
romana” disse il ragazzo cercando lo sguardo di Rocco. “Lastricata
ai tempi degli imperatori per consentire ai mercanti e alle legioni
di scavalcare le montagne.”
“Non credevo esistessero ancora, strade così antiche”
Rocco disse. “Pensavo che le ruspe e l’asfalto avessero
sepolto ogni traccia.”
“Non è così” disse il ragazzo con aria
seria. “In mezzo alle montagne, pochi palmi sotto terra, ci
sono decine di vie romane ancora intatte.”
Rocco pensò che sarebbe piaciuto anche a lui, camminare sotto
un tetto d’alberi lungo un lastricato messo in posa ai tempi
degli imperatori. Per un po’ fu incerto se dirlo al ragazzo
oppure non dire niente. “Bello, però” disse alla
fine.
Il ragazzo si passò una mano nel folto dei capelli, e a Rocco
parve di sentirlo sospirare. “È grazie agli archeologi”
disse “che possiamo camminare di nuovo su quelle pietre. Smuovono
la terra che si è depositata in tutti questi anni finché
non trovano il tracciato della strada” disse. “Lo riconoscono
subito” aggiunse, “perché i sassi sono lisci,
levigati dalle ruote cerchiate di ferro dei carri.”
“Oh” disse Rocco. Pensò che il ragazzo doveva
essere uno studente e una persona che sorrideva di rado, ma non
sembrava cattivo.
“In questa stagione gli archeologi non possono lavorare, ma
quando tornerà primavera si metteranno ancora una volta all’opera”
disse il ragazzo. “Abbiamo visto i loro cantieri, dalle parti
dell’Osteria Bruciata.”
Rocco immaginò una squadra di neo-laureati intenti a maneggiare,
con calma orientale, vanghe e setacci. “Riportano le cose
alla luce” disse, e subito provò stupore delle sue
parole.
“È così” riprese il ragazzo. “Forse
non ne hanno davvero il diritto, ma è questo che fanno, e
adesso gente come noi può camminare sopra una strada antica
con gli scarponi dalle suole in vibram.”
Il ragazzo parlava e parlava, e Rocco lo ascoltava senza smettere
di guardare il buio oltre il finestrino dello sportello.
“Dove scendi?” domandò il ragazzo quand’ebbe
finito di spiegare in che senso, dal suo punto di vista, gli archeologi
erano brave persone che sbagliavano tutto senza rendersene conto.
“A Milano?”
Era uno studente che non sapeva riconoscere i propri concittadini,
e Rocco non volle deluderlo. “Sì” mentì.
“A Milano.”
“Tra pochi minuti, il treno uscirà da questo tunnel”
disse il ragazzo. “Sveglierò i miei amici e scenderemo.
Sarà difficile, dopo, incontrarci di nuovo.”
Rocco non capiva dove il ragazzo volesse arrivare, ma pensò
che non era il caso di mettergli fretta. La bugia che aveva raccontato
era un insetto che ronzava in fondo al vagone, e il suo ronzare
poteva essere sufficiente a tenere loro compagnia finché
il treno non fosse sbucato di nuovo all’aperto.
“A volte” riprese il ragazzo “capitava che i carri
si bloccassero a metà d’una salita. Si rompeva un asse,
magari, oppure i cavalli erano troppo stanchi per proseguire, e
allora, se nessuno arrivava a prestare soccorso, appena scendeva
il buio i briganti uscivano dal bosco e facevano razzia di ogni
cosa.” Rocco rimase a guardare il ragazzo mentre quello si
sporgeva verso il corridoio del vagone e controllava che nessuno
fosse in vista.
Quand’ebbe finito di controllare il corridoio, il ragazzo
si chinò con le spalle addossate alle porte scorrevoli. “L’altra
sera” prese a raccontare, “stavamo piantando la tenda
discosti cento passi dalla strada, in un avvallamento pieno di muschio.
Eravamo impegnati con la vanga pieghevole a scavare le canalette
di scolo intorno agli spioventi del soprattelo, quando un colpo
di vanga ha messo a nudo due palmi di pietra bianca, porosa, e continuando
a scavare ci siamo resi conto che la pietra era una sorta di grande
mattone liscio e squadrato.”
“Ho trent’anni” disse Rocco ridendo in modo sommesso.
“E tu adesso mi racconterai che avete scoperto una maledetta
necropoli o qualcosa del genere.”
“Invece di preparare le canalette” disse il ragazzo
“abbiamo iniziato a scavare tutt’intorno alla pietra
bianca. Usavamo la vanga a turno e anche se non incontravamo nessuno
da ore, avevamo una paura matta di essere scoperti. Sentivamo rumori
dietro i cespugli e rumori dappertutto.”
“D’accordo” disse Rocco. “E poi?”
Il ragazzo produsse un suono con le labbra simile a un soffio, poi
affondò una mano nella tasca a zip dei calzoncini di tela
verde, e Rocco lo vide estrarre dalla tasca un fazzoletto da testa
di cotone. Era annodato in modo da formare un piccolo fagotto che
aveva la forma di un cilindro.
“Queste le abbiamo trovate alla luce della torcia elettrica”
il ragazzo disse. “Sotto alla pietra, in mezzo alle radici
e alla roba marcia”. Si sollevò di nuovo in piedi e
lanciò uno sguardo veloce oltre le porte scorrevoli, verso
la piattaforma che conduceva al vagone successivo, poi svolse il
nodo del fazzoletto, e Rocco vide che il fazzoletto non custodiva
un cilindro, ma una piccola pila di monete rese brune e opache dal
tempo.
Sulla moneta che occupava la sommità della pila, poco più
grande di un bottone da giacca e smangiata lungo il bordo, Rocco
riconobbe un profilo d’uomo glabro con una scritta in rilievo,
a caratteri maiuscoli, che correva torno torno come un’aureola.
“Gesù” disse Rocco. “Se è uno scherzo,
è uno scherzo che sta riuscendo bene.”
“Tu cosa faresti?” domandò il ragazzo serrando
in fretta il nodo del fazzoletto per farlo scivolare di nuovo nella
tasca a zip dei calzoncini. “Voglio chiederti” disse
ancora fissando Rocco con questi occhi larghi “fossi nei miei
panni, tu cosa faresti?”
“Non è facile” Rocco disse. “Se racconti
di averle trovate vicino agli scavi, arrivano gli archeologi a chiederle
indietro.”
Sarebbe un peccato, pensò Rocco mentre la luce del pomeriggio,
come una vampa, inondava di nuovo il corridoio deserto del vagone,
e dietro la superficie del finestrino che s’apriva sullo sportello
il buio lasciava posto al panorama familiare d’un paese a
pochi chilometri da casa. Con quello che costano le cose, si disse,
sarebbe un peccato mortale.
“Devo deciderlo con i miei amici, alla fine” disse il
ragazzo. Anche lui poteva vedere la banchina della piccola stazione
in cui fermavano solo i regionali e, poco discosto, il rosso gregge
di tetti radunati intorno al brutto campanile d’una chiesa
moderna.
“Magari” mormorò il ragazzo “dovremmo parlare
con qualche giornalista.”
“Tra un minuto mi odierai” disse Rocco con voce piena
di pazienza, “ma un giorno, quando il rancore sarà
estinto, penserai al sottoscritto e il tuo cuore sarà pieno
di gratitudine.”
Il ragazzo, addossato alle porte scorrevoli, in silenzio lo fissava
con i suoi occhi larghi e sbigottiti.
Doveva avere letto una quantità di libri, ma nessuno era
stato in grado di insegnargli quel che adesso stava per imparare.
Enrico Brizzi 2003.

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