| Smemoranda 16
mesi 1998
AUGURI, RAGAZZO
Era la nostra cerimonia. Leggere qualche pagina
ad alta voce infilati sotto le coperte, prima di iniziare i nostri
baci selvatici. Odiavo quando Elisa si addormentava prima di concludere
le letture, ma non succedeva quasi mai.
Ricordo che quella sera, la sera del mio compleanno, leggevamo le
ultime pagine de L’irravanabile Jacob contro i fratelli Mururoa.
Guardavo Elisa negli occhi color dell’acciaio, e sapevo che
in qualche maniera diagonale eravamo la stessa cosa. Immaginavamo
la stessa cosa. Se Anatole Brigueul col suo stile rancido e visionario,
ci racconta di quando l’irravanabile Jacob guida a fari spenti
nell’area portuale di Marsiglia, so per certo che Elisa la
immagina minacciosa nelle medesime luci basse del porto mercantile
di Cremona, giusto al di là delle reti, dove c’è
solo nebbia e frangersi fiacco di un mare improbabile. Me l’ha
confermato lei stessa con uno sguardo diretto che mi ha accarezzato
il cuore.
Era il nostro posto, quello. Il nostro rifugio per le serate randagie.
Non erano in tanti a sapere che la zona mercantile di Cremona era
orfana di qualsiasi sistema di sicurezza. Bastava svoltare quell’ultima
curva, esprimere sottovoce un desiderio da sbarbo lirico, e voilà,
eravamo oltre la rete spinata, al sicuro nella bolla pulsante di
musica che riempiva la utilitaria giapponese di Elisa. Ci abbiamo
fatto cose allucinanti, dentro quella macchina da Paperopoli. Cose
che solo un uomo e una donna possono fare, probabilmente. Tra le
ombre mostarde e le inequivocabili presenze dei cargo colmi di torrone,
Elisa e il sottoscritto sono stati la stessa cosa.
E lo siamo anche adesso, mentre leggiamo le ultime pagine che ci
ha regalato Anatole Brigueul, quando l’irravanabile Jacob
tira fuori una buona quantità di delirio vendicativo e il
revolver d’argento che gli ha regalato suo fratello prima
di morire. Elisa e il sottoscritto sono fusi in un’anima sola,
purissima speranza che l’irravanabile Jacob ci dia ancora
altre emozioni o insegnamenti di vita, magari.
Elisa e il sottoscritto sono una cosa sola, attenta a percepire
ogni scricchiolio nell’oscurità del porto di Marsiglia,
una sicurezza a coprire le spalle dell’irravanabile Jacob.
Lo seguiamo come in un sogno. Elisa e il sottoscritto sono una cosa
sola, proiettata in avanti a perlustrare le baracche di lamiera:
facciamo strada all’irravanabile Jacob, il cuore in gola,
ché il nostro eroe deve ancora insegnarci qualcosa, e per
farlo ha da arrivare sano e salvo alla parola Fine. Elisa e il sottoscritto
sono una cosa sola, e specialmente nel momento in cui “l’irravanabile
Jacob, con tutta la determinazione di una vita autunnale, fa abbaiare
il revolver. Li vuole vedere mentre spappolano a terra come frutti
maturi, i quattro Mururoa. Vuole vedere mademoiselle morte che seduce
senza fatica, schiude le labbra agli assassini di suo fratello”.
Ricordo che quella sera, la sera del mio compleanno, Elisa si addormentò
proprio mentre leggevo ad alta voce quelle parole. Stanca, la mia
boccuccia da fiorellino chiudeva gli occhi proprio sulla penultima
pagina della irravanabile offensiva contro i fratelli Mururoa. Non
ho smesso di leggere.
Lo stile rancido e visionario di Anatole Brigueul ha iniziato ad
isolarmi, in maniera inizialmente impercettibile. Mi stavo intrippando
di brutto con l’irravanabile Jacob e la sua inevitabile vendetta.
Li aveva proprio stesi, i quattro Mururoa.
Sono uscito con lui dall’area portuale di Marsiglia sulla
vecchia Matra-Simca, mi sono concesso anch’io un brindisi
celebrativo & silenzioso alla Langouste Ivre. L’irravanabile
Jacob beveva Negroni: l’ho fatto anch’io, con una certa
tarchiatezza.
Sono arrivato con il cuore pieno di speranza alle ultime righe.
L’irravanabile Jacob si sporge sul bancone. Attraverso queste
ultime parole rancide e visionarie, forse Anatole Brigueul mi vorrà
dire qualcosa.
“Auguroni, Jacob”, dice l’amico barman. “A
chi brindi stasera?”
“Ai soli veri eroi. Quelli che uccidono la sera del proprio
compleanno.”
Fine.
Lo sguardo mi è slavinato sulla ampia porzione di pagina
bianca, e da lì è schizzato verso l’orologio
sveglia che Elisa ed io tenevamo sul comodino, ai tempi in cui eravamo
la stessa cosa.
Erano, mio dio, le 23:59 ((SNZ)). Nonostante gli incantevoli spageti
boloniese che mi aveva cucinato, le strinsi le dita intorno alla
gola. Nonostante le candele disposte senza risparmio. Nonostante
la nostra relazione.
Elisa cedette al bacio saffico di mademoiselle morte con un gorgoglio
di piccole ossa frantumate. Un gorgoglio incredulo di uccello ammazzato
a tradimento nel proprio nido, se è possibile immaginare
qualcosa del genere.
L’irravanabile Jacob ha alzato il bicchiere verso di me. Anche
il barman ha sorriso, detto qualcosa stile “auguri, ragazzo!”.
Enrico Brizzi 1997

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