| Smemoranda 16
mesi 2000
IL PARCO SOTTO CASA
“Là dove c’era l’erba
ora c’è una cittààà-à-à-à-à”,
cantava il Molleggiato sconvolto dall’espansione edilizia
dei sixties che s’era mangiata i campi dietro casa.
Sarà anche andata così, ma del mio quartiere come
rigoglio d’orti e canali a cielo aperto non posso avere alcun
ricordo. Il quartiere l’ho conosciuto, poppante scarrozzato
in passeggino, abbastanza simile a come lo si può vedere
adesso: anche vent’anni fa era protettivo e indolente e adagiato
sotto la linea variabile dei colli. Anche vent’anni fa i parchi
erano gli stessi di oggi, protetti da staccionate e catene, irti
di cartelli che vietavano questo e quello , piccoli appezzamenti
di libertà baciati dal sole ritagliati nel latifondo delle
proprietà private.
Gli spazi erano gli stessi, i confini altrettanto aggirabili e scavalcabili
anche dopo l’orario di chiusura, però la percezione
era assai diversa.
Intanto io ero piccolo, e a quei tempi in cui gli estranei da quindici
anni in su parevano tutti adulti sentivo una certa componente di
rischio ad affiancare pedalando sul biciclo le tribù di adolescents
lungicriniti addossati alle panchine a perder tempo. Voglio dire,
avrebbero potuto rapirmi. Oppure appetivano la mia splendida atala
da juniore laccata bianco e arancione. Cosa credete, régiz,
l’avevo capito e non ci cascavo: se le poche ragazze del gruppo
mi sorridevano era chiaramente per farmi avvicinare e prendermi
in trappola. In fondo preferivo gli sguardi stolidamente duri dei
maschi in clark’s e giacchetto jeans. “Un giorno forse
diventerò come loro”, mi dicevo allargando le curve,
sollevando piccoli sbuffi di ghiaia in privato segno di sfida. “Un
giorno passerò anch’io il pomeriggio a buttar fuori
il fumo dalla bocca, a guardare storto chi passa e si fa gli affari
suoi”.
(E poi c’erano i cani! “È buono, è buono”,
urlava la padrona da una distanza pazzesca mentre Ringo o Cuma o
Black coprivano in volo lo spazio e mi venivano a ringhiare troppo
vicino ai polpacci morbidi ancorché tesi per lo sforzo della
fuga…)
Entrare nella riserva vegetale di giorno era eccitante la sua parte,
ma non ero ancora così suonato da spingermi oltre il buco
della rete al chiarore selvaggio della luna.
Poi venne l’età dell’offensiva, arrivarono le
guerre civili a colpi di bastone, le lance a punta rossa affilate
con le schegge di mattone trovate in giro; durò forse l’arco
di due estati, e il parco sotto casa fu come la zona universitaria
durante le manifestazioni dure dei Settanta, devastato dai tumulti
e dalle cariche di noialtri impuberi. Sui muri di cinta e sui cartelli,
intanto, fiorivano scritte a bomboletta aggressive e incomprensibili:
l’unica cosa che si capiva erano i piselli giganti disegnati
col gesso e gl’incitamenti al Bologna FC firmati coi nomi
delle bande curvaiole.
L’età vischiosa dei primi baci conferì al parco
nuova dignità, e comincia a pensare che quelle ubertose pendenze
avessero un potenziale pressoché infinito: se la mia giovane
amica ci stava, se acconsentiva a schiudere le labbra era merito
del parco. La prova? Mica mi aveva mai baciato nessuno, alle scuole
Annibale Carracci o al catechismo o al centro d’addestramento
tennis. E invece, varcato mano nella mano il magico cancello tutto
diventava possibile e finalmente mi pioveva addosso la giusta luce
di latin lover irresistibile.
Nei mesi d’acerba depressione ginnasiale seppi per certo che
sarei morto suicida come tutti quelli che m’apparivano i migliori:
non desideravo altra sepoltura che una lapide spartana piantata
nella terra tenera, all’ombra dei cipressi che bordano il
lato sud del parco.
Poi conobbi Roadrunner nella versione dei Sex Pistols, il lato notturno
della mia città e la pienezza della Teenage.
Poi conobbi Londra e Berlino dal vivo, le emozioni decaffeinate
dell’università e la sensazione di pienezza che provo
tuttora a girare in vespa anche quando fa freddo e ti potresti perfino
prendere un malanno.
Poi conobbi un modo diverso di sentire le cose, fui iena e torello
e camaleonte e dal parco sotto casa per qualche anno mi allontanai.
Ci torno in primavera con gli amici di allora e quelli nuovi, a
calciare un pallone, a parlar di Coppa Uefa e nuovi punti di vista
sul millennio che aspetta dietro l’angolo.
Ci tornerò d’estate col mio amore che su quest’erba
non si è seduta mai: sarà un bel tornare, e quando
alla fine saremo tranquilli e vicini potremo baciarci coi baci che
so già diversi da tutti quelli che io - e il parco sotto
casa - abbiamo conosciuto finora.
Enrico Brizzi 1999
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