| Smemoranda 16
mesi 2002
CAROLINA AVEVA DICIOTTO ANNI NEL DUEMILA
Carolina aveva diciotto anni nel Duemila, e in
queste poche stagioni del nuovo millennio ha già fatto in
tempo ad imparare almeno tre cose preziose.
La prima è che l’economia e il commercio non fanno
per lei. Almeno a livello universitario, voglio dire. Meglio scienze
politiche, si è detta Carolina dopo pochi mesi. Anche se
non dà sbocchi immediati nel mondo del lavoro, almeno ti
consente di studiare un po’ da vicino cosa sta succedendo
nel mondo vero.
La seconda cosa preziosa che ha imparato è come si parcheggia
raso al marciapiede la Ford di mamma.
Quest’ultima potrà anche sembrare una sciocchezza,
ma Carolina, alla fine di determinate serate spese con gli amici
al Noctambus, le birre che girano di mano in mano, riesce a percepire
in modo pieno e rotondo l’agio di questa precisa conquista.
La più preziosa di tutte le cose che Carolina ha imparato
è che Matteo non sarà mai il padre dei suoi bambini,
né l’uomo che le augurerà la buona giornata
nelle fresche mattine di primavera, né niente. Troppo egoista
e insicuro, pauroso dei giudizi degli altri come una specie di attore.
Sono stati strani e in certo modo sconvolgenti, gli ultimi mesi
della storia con Matteo. Sorprendente e angoscioso, vedere all’improvviso
la persona a cui aveva promesso la sua dolcezza prendere le sembianze
di un bambino prepotente che, in realtà, le prepotenze non
poteva più permettersele.
Ci sono stati pianti e telefonate notturne e scenate, lettere e
chiarimenti e settimane di ansia dura e grigia nello scoprirsi di
nuovo da sola, ma adesso Carolina sta bene.
Bene come non è mai stata quando, per gli altri, era prima
di tutto la fidanzata di Matteo.
Libera e curiosa.
Libera di essere curiosa.
Curiosa di tante vite semplici e tenere che le fioriscono intorno.
Ci sono pomeriggi in cui è ancora troppo presto per uscire,
e i Radiohead, dallo stereo portatile incastrato sulla mensola,
sembrano voler raccontare storie particolarmente vere.
Ci sono volte in cui la finestra della camera di Carolina, quella
finestra con la tapparella di cannucciato al posto delle tendine
che si affaccia sul quartiere dalla mezza vertigine del terzo piano,
vuole insegnare cose che non sono scritte in nessun libro, neanche
nei migliori.
Quella finestra parla di come le persone fanno fatica a stare insieme,
della paura che rende tanti isterici o tristi financo nel modo di
camminare. Dalla strada s’alza spesso il suono dei duelli
di clacson, e le ripartenze nervose dei ragazzini in scooter raccontano
d’un mondo in cui l’importante è arrivare primi,
e il minimo che si può fare è provare a mettersi in
mostra.
Carolina osserva. Prova a capire. A volte il suo sguardo si sofferma
su un bimbo molto piccolo che la mamma porta a spasso per mano,
e in quell’entusiasmo nuovo e antichissimo, Carolina prova
a scorgere l’accenno d’un segreto.
Allora pensa che basterebbe un attimo, un attimo solo d’illuminazione
vera, per comprendere l’essenziale intorno a cui ci affacendiamo
con tutte le nostre domande.
Chi siamo, dove andiamo e, soprattutto, cos’è che ci
spinge avanti.
Forse è il vento, pensa a volte Carolina.
Forse è il sole che ci scalda tutti.
Forse è il bisogno di trovare una persona speciale, e magari
sono tutte queste cose insieme.
Altre volte si può guardare fuori dalla finestra e non vedere
niente, solo scocche di macchine lanciate in avanti e bande di passeri
che vanno via veloci nel primo anticipo di tramonto.
Allora per Carolina è facile vedere casa come un posto da
cui, presto o tardi, dovrà allontanarsi per andare da qualche
altra parte.
Non sa ancora quando accadrà, ma dovrà succedere,
prima o poi, e al semplice pensiero l’entusiasmo si mescola
alla paura.
Poi squilla il telefono, e una voce amica la invita, chiamandola
per scherzo Cara Prudenza, a uscire di casa per giocare. Carolina
ride, dice Va bene, e adesso che ha abbassato la tapparella in cannucciato,
si veste in fretta per scendere in strada.
Enrico Brizzi 2001.
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