| Smemoranda 16
mesi 2004
SCIAGADÁ
Sotto la neve, il pane.
Sotto la pioggia, solo la fame.
(detto popolare)
Dopo un giorno intero che va avanti a nevicare,
le sagome sepolte delle automobili si somigliano tutte, e aprendosi
la strada sulla neve ancora intatta che copre il marciapiede, Rascal
si sente stanco e triste e pensa che il giorno dopo si ammalerà.
Le sue scarpe da basket sono gelide, ormai, e sente freddo ai piedi
e li sente bagnati, così cerca di camminare verso l’unica
luce di negozio che si vede in fondo alla strada.
Potrebbe essere la vetrina illuminata di un bar e potrebbe essere
un cavolo di posto qualsiasi in cui rifugiarsi in attesa che l’amico
Brichmond si faccia trovare a casa.
Se fosse un bar, si dice Rascal, potrei levarmi questo giaccone
fradicio e lasciarlo asciugare vicino al termosifone. Gli sembra
una specie di lusso inaudito, asciugare il giaccone militare e mangiare
qualcosa di caldo.
Di tanto in tanto, le fronde degli abeti che fanno da sipario alla
quinta di palazzine della via si piegano con uno scricchiolio sommesso
sotto il peso della neve, e nel cono di luce dei lampioni Rascal
la vede sfarinare a terra finché non si confonde con la coltre
uniforme che copre il marciapiede.
«Sarò a casa per le sei», aveva garantito Brichmond
al telefono. «Vai trànquilo», aveva aggiunto.
«Tranqui proprio, fratello. Sei, sei e mezza al massimo mi
trovi a casa».
Se vuole farmi capire che la visita non è gradita, pensa
Rascal avanzando verso quel miraggio di vetrina illuminata, ha trovato
un modo da vero stronzo.
E dire che gliel’aveva chiesto più di una volta e più
di due, per essere sicuro di non disturbare. «Mi basta un
posto dove stendere il sacco a pelo, fratel Brichmond», aveva
ripetuto, e la voce gli tremava per la gratitudine che, in anticipo,
provava. «Cucinerò per tutti e due e, giuro, non mi
tratterrò più di una settimana».
«Trànqui, Rascal», l’aveva rassicurato
l’altro. «Sciagadà, fratellino. Lo sai come si
dice tra persone di mondo. Mea casa è tu casa».
Pensa che Brichmond è un amico del cavolo, e pensa che è
stato un pivello a fidarsi delle sue parole. Vai trànquilo.
Tranqui proprio, fratello. Sciagadà. È a fidarsi di
parole del genere che si rimane a spasso con questo tempo da lupi.
Adesso lo so, si dice Rascal. Adesso lo so e non lo dimenticherò
mai più.
La saracinesca è ancora sollevata per tre
quarti, e dalla grande vetrata che affianca l’ingresso Rascal
può guardare dentro. È come un acquario illuminato
in modo vivido ed è un negozio di alimentari con i poster
della squadra di calcio cittadina appesi al muro, in alto sopra
le scaffalature cariche di bottiglie e pacchi di pasta. “Fratelli
Varthema”, è scritto sull’insegna, così
Rascal si dice che l’uomo dalle folte basette con il grembiule
da macellaio deve essere il fratello maggiore, mentre il ragazzo
in piedi dietro la cassa non può che essere il giovane Varthema.
Indossa un maglione a trecce da alta montagna, il giovane Varthema,
e sulla sommità della testa rasata porta una papalina di
lana dai colori sgargianti. «Che giornata fenomenale»,
esclama appena Rascal entra nel negozio. «Da dove mi arrivi,
giovane? Alaska? Lapponia?»
«Niente di così esotico», dice Rascal senza timidezza,
e dentro il negozio c’è una radio accesa che manda
del vecchio blues elettrico inglese, e fa caldo e si sta bene. «Solo
che ho sbagliato in pieno l’equipaggiamento», dice Rascal.
«Di sicuro», aggiunge sollevando i piedi uno dopo l’altro
«le scarpe non erano quelle adatte».
Il giovane Varthema sorride, e anche il fratello con il grembiule
sorride, e quando Rascal domanda se è possibile avere un
sandwich al formaggio esclama «Pronti», e comincia a
darsi da fare con l’affettatrice.
«Sono venuto a trovare un amico», spiega Rascal. «Un
ragazzo che abita qui vicino».
«Con tutte le ragazze che ci sono», lo stuzzica il giovane
Varthema. Lo capisci subito che è curioso.
«Un certo Cleto Brichmond», dice Rascal. «Un tipo
che ha uno studio di registrazione in casa».
«È passato da qua stamattina», sussurra il giovane
Varthema illuminandosi di confidenza. «L’aveva detto
che aspettava un ospite».
«Begli amici che hai», sorride chino sull’affettatrice
il fratello maggiore. «Scherzo, sai», dice subito.
«No, no», dice Rascal. «Sul serio. Avevamo una
specie di appuntamento mezz’ora fa, ma a casa non c’è
nessuno».
«Non è cattivo», dice il giovane Varthema scuotendo
la testa. «Solo, ha la malattia del ritardo. Una volta è
riuscito a perdere un aereo per il Giappone».
«Sì», sorride Rascal. «L’ha raccontato
molte volte anche a me».
Il fratello maggiore porge a Rascal un sandwich imbottito al doppio
formaggio, e proprio non c’è verso di pagare. «Offre
la casa», insiste mostrando i palmi delle mani come un uomo
che s’arrenda. «Con questa bufera».
«Sotto la neve, il pane», sorride il giovane Varthema
guardando Rascal in modo diretto. «Lo sai come dice il proverbio».
«Alla vostra salute, allora», dice Rascal, e prende
il sandwich dalle mani dell’uomo.
Il blues elettrico diffuso dalla radio riempie l’ambiente
del negozio per lampi bianchi e sterzate improvvise, e oltre la
vetrina c’è solo neve che continua a cadere nel buio.
Rascal guarda il buio che riempie la strada, e sorride e pensa che
la buona musica è fuoco. Si dice che non esiste, un buio
abbastanza fitto da resistere alla luce del fuoco, e in pace comincia
a mangiare.
Enrico Brizzi 2003.

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