| «STILOS»,
supplemento de LA SICILIA, luglio 2002.
LUGLIO FU UN MESE TORRIDO
Luglio fu un mese torrido, inaugurato dalla speranza
e finito nel segno dell’angoscia.
La prima visitò C. e il sottoscritto durante il concerto
di Neil Young e i Black Crowes a Brescia, la sera dell’otto,
e mentre le canzoni di Lionssalivano al cielo alte e limpide come
ringraziamenti, nessuno nella piazza pensava alla sciagurata angolazione
che avrebbero preso gli eventi nei giorni di Genova.
Sua maestà Manu Chao vi aveva chiamati a raccolta da mezza
Europa per il concerto che avrebbe inaugurato la mobilitazione contro
i grandi della terra e la loro smaccata propensione per il businness,
e tu, insieme all’amico d’infanzia Victor Benassi e
a suo cugino Francis, a quell’appello avevi voluto rispondere.
C. doveva lavorare, non te l’eri sentita di farle prendere
un giorno di ferie per cacciarsi nell’odore acre della repressione.
Adesso che le tragedie di quel weekend di follia erano sulle pagine
di tutti i giornali, a voialtri restavano i ricordi, caldi e vibranti,
di una notte d’estate in cui avevate esaminato di persona
la poderosa organizzazione d’un mostro che i giornali chiamavano
democrazia e stato di diritto.
Con Victor e Francis, dopo, ne avevate parlato spesso di quella
strana trasferta: la fatica delle nove ore di treno, l’entusiasmo
del trombettiere che suonava nel vagone, la sorpresa di non incappare
in nessuna perquisizione quando i poliziotti vi avevano fatti salire
sul pullman. Impossibile da dimenticare, il tizio di San Benedetto
che aveva viaggiato con voi. Si vantava di essere stato un fiancheggiatore
delle BR, ai suoi tempi. Indossava una maglietta sporca di vino
e non aveva bagaglio, né un maglione, né niente, come
un uomo che non è in grado neppure di fiancheggiare se stesso.
E poi, il buio che c’era a Quarto. La vana attesa d’un
autobus di fronte al monumento eretto nel punto esatto in cui, una
notte di maggio, Garibaldi aveva preso il largo con i suoi mille
ragazzi. L’odore di salmastro che ci inebriava. La nostra
fuga in diagonale per bloccare in mezzo alla strada il primo taxi
che s’è mostrato, la contrattazione rapida di Victor
con l’autista.
La sensazione di essere arrivati appena in tempo nella bolgia di
piazzale Kennedy e le luci dei fari tutte puntate sul re di quella
notte. Manu Chao, che vi ha fatto ballare con i vecchi pezzi dei
Mano Negra e la versione ska del tema di Pinocchio. Manu, il vostro
fratello punk rocker che ha fatto fortuna. Era stato bello, vederlo
di persona, pure in mezzo a quella folla, non più un ragazzo,
ma sempre più ebbro di buon senso e voglia di fare.
Riuscivi ancora a sentirla addosso, adesso che
eri di nuovo a Bologna e l’estate inclinava verso le feste
di ferragosto, l’effervescenza che quella sera la buona musica
era riuscita a trasmettere ai trentamila che ballavano con voi nell’ampio
dello spiazzo in riva al mare.
Con Francis e Victor compravate bottiglie di birra, tre a tre, da
un venditore ambulante appostato ai margini della folla e fumavate
insieme a tutti quelli che ve lo chiedevano. Le guardie in borghese,
mescolate in mezzo ai ragazzi, avevano modi così nitidi da
risultare quasi divertenti.
A C., una volta tornato a casa, avevi raccontato
quasi tutto, e alla nuova casella postale di Adriano potevi scrivere,
senza paura d’essere frainteso, dei sorrisi ubriachi d’una
diciottenne in salopette che t’era venuta a ballare sotto.
Adesso che Francis e Victor erano tornati ai loro lavori e alle
loro fidanzate, sapevi che c’era qualcosa in più, a
tenervi insieme. Era qualcosa che riguardava le tante serate passate
in compagnia, le code davanti ai settori ospiti e tutte le cose
oneste e stupefacenti che avevate condiviso nel corso degli anni.
Era qualcosa che, ne eravate certi, conoscevano anche i ragazzi
di Genova che avevate conosciuto alla fine del concerto. Alla fine,
c’erano delle mele in regalo. Bastava fare la fila e ti davano
la tua mela. La ragazza dell’info point si era stupita, quando
le avevamo chiesto di mostrarci sulla mappa la strada da fare per
raggiungere lo stadio Carlini. Si era sentita in dovere di specificare
che laggiù andava a dormire solo chi praticava la disobbedienza
civile. ‘Ma noi siamo disobbedienti’, l’aveva
rassicurata Francis con un sorriso che reclamava gli schiaffi.
Prima di arrivare nel posto che vi sembrava buono per la notte,
avevate camminato a lungo, come cani sciolti, per le strade deserte
della città. Volevate costeggiare la zona rossa, i quartieri
del centro blindati dalla polizia in vista delle grandi manifestazioni
dei giorni seguenti. La folla del concerto oramai si era dispersa.
I Genovesi erano rientrati a casa, e chi arrivava da fuori come
voi s’era accalcato sugli ultimi autobus diretti in periferia.
Adesso il cuore della città era sprofondato nel silenzio,
e in giro nella notte c’eravate solo voi tre. Sul vialone
battuto dal vento che portava alla stazione di Brignole, le banche
e i negozi avevano le vetrine coperte da pannelli di legno.
Attraversando via XX settembre, se guardavi a
sinistra vedevi venire su, dentro un alone di luce, lo sbarramento
che recintava la zona rossa. I riflettori ne puntavano la porzione
centrale, e dietro le alte griglie di metallo che chiudevano la
strada da parte a parte, si vedevano le jeep della Polizia già
schierate. Nel deserto che vi circondava, eravate come tre pellegrini
a ridosso della porta della città. Mentre proseguivate oltre
sul marciapiede buio, potevate sentire il peso dello sguardo dei
questurini. Su idea di Victor imboccaste una strada in salita, inoltrandovi
di tanto in tanto nelle laterali di sinistra per vedere da vicino
gli altri sbarramenti. Quando vedevate arrivare lungo la strada
i lampeggianti d’una volante di ronda, non vi appiattivate
contro il muro né niente, solo continuavate a chiacchierare.
Eravate tre onesti cittadini, tre lavoratori che pagano le tasse,
nonostante le scritte sulle felpe e i cappucci tirati su, e in fondo
stavate solo passeggiando per le strade vuote di Genova dopo un
concerto memorabile.
Andò a finire che entraste nello stadio quando il leader
delle tute bianche aveva quasi finito di parlare alle schiere dei
disubbidienti. Era un bello stadio di quartiere, il Carlini, e centinaia
di finestre, dalle facciate dei palazzi, sorvegliavano il rettangolo
di gioco nascosto da due enormi tende bianche. Ovunque erano appesi
striscioni contro il volto disumano della globalizzazione.Sotto
la copertura della tribuna c’erano centinaia di ragazzi come
voi, e alcuni romantici indossavano le magliette dei gruppi ultras
del Toro e del Venezia. Il leader delle tute bianche, dopo aver
passato il microfono a una compagna di Roma per alcune comunicazioni,
riprese la parola e diede a tutti appuntamento per l’indomani,
alla manifestazione per i diritti degli immigrati. Incontraste gli
amici zapatisti di Bologna, sulla pista che bordava il rettangolo
di gioco, ma loro avevano già piazzato i sacchi a pelo sotto
lo spiovente delle enormi tende bianche, mentre voialtri preferiste
dormire sul cemento delle gradinate. Fu il pomeriggio successivo,
alla partenza della manifestazione per i diritti degli immigrati,
che voialtri provaste in modo netto la sensazione di fare parte
di un movimento. Le sue molte anime erano la sua forza, non era
come votare per un partito o per un altro. Quel pomeriggio, a sfilare
per la città di Genova sotto gli occhi di agenti e giornalisti,
c’erano i ragazzi dei centri sociali e i Cattolici, i sindacati
e l’Anarchia. Mentre percorrevate il corteo a ritroso, tra
gruppi scout in divisa e ragazzi con la fionda nascosta nello zaino,
vi fu chiaro che se erano state capaci di radunarsi moltitudini
così variegate, il nemico doveva essere ben temibile.
Enrico Brizzi 2001

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