| «STILOS»,
supplemento de LA SICILIA, luglio 2003
VOCI DI LAMPEDUSA
Il disco del sole sta per inabissarsi dietro le
alte scogliere di Ponente dominate dall'antenna dell'insediamento
Nato; l’aria calda porta con sé odore di fiori al tramonto
e pietanze di pesce e polvere di pietraia.
Provi a dimenticare le grida dei ragazzini che sfrecciano in strada
a bordo di mountain bike dal telaio troppo grande.
Non è difficile.
Basta chiudere gli occhi per escludere quel tripudio di scatti e
derapate e richiami a tutta voce rivolti agli amici.
Dall'interno dell'isola, che sai brullo e propizio alle spine del
cardo, arriva il metallico canto di ringraziamento di migliaia di
grilli, il richiamo ostinato dei gabbiani.
E' come se, nell'ora che precede il tramonto, le creature più
semplici sentissero il bisogno di urlare nell'ultima luce tutta
la loro gioia per il semplice fatto di esserci.
Pensi questo e riapri gli occhi già riconciliato con il chiasso
dei ragazzini, e con un sorriso ripensi al te stesso del passato
come a un bambino troppo mite e silenzioso.
Se invece presti orecchio ai discorsi delle famiglie di turisti
alloggiati a mezza pensione nei migliori alberghi dell'isola, ti
rendi conto che, al di là degli apprezzamenti per la bellezza
delle coste, aleggia fra i vacanzieri una certa delusione.
E' tutta la settimana che ricevono al cellulare le chiamate degli
amici.
“No, cari. Nemmeno oggi. Non si è visto neppure un
clandestino”, le risposte che, senza nascondere il rammarico,
sussurrano al minuscolo microfono del siemens. “Però
l'elicottero della Guardia di Finanza vola senza posa”.
Una giovane voce milanese seduta al bar, invece, si premura di avvertire
gli amici a casa che i carabinieri di stanza in paese indossano
il basco e i guanti, come in occasione delle manifestazioni, o allo
stadio. Si lancia in una disamina assai critica del comportamento
delle forze dell'ordine seduto a due passi da una coppia di giovani
militari in borghese intenti a bere un caffè, e poi, senza
smettere di sbrodolare parole, la giovane voce comunica agli amici
tutto lo sconcerto che prova all’idea che la villa di Domenico
Modugno alla spiaggia dei Conigli appartenga oggi al giovane Berlusconi.
Sono molti i turisti che dopo la passeggiata vespertina lungo via
Roma, consumata in compagnia una nastro azzurro o un granita al
latte di mandorle, con fare noncurante si lasciano alle spalle lo
Sbarcatoio (‘il bar più a sud d’Europa’)
e, la papalina di cotone appena acquistata ben calcata sulla fronte,
scendono verso il porto.
Superano l’esigua tettoia del benzinaio e percorrono il primo
molo, affiancato da una schiera continua di Mehari parcheggiati,
gettando occhiate apparentemente neutrali ai levigati yacht stranieri;
da dietro le lenti fumé degli occhiali alla Califano cercano
di riconoscere qualche segno di fermento lungo la porzione di banchina
riservata ai militari.
Quando incrociano le troupe sfaccendate della televisione, fermano
i cameramen per chiedere se sono annunciati nuovi sbarchi e, in
mancanza di novità, si fermano a guardare i rottami degli
scafi che ce l’hanno fatta.
Aleggia un sentore di cimitero, intorno a quello che resta delle
barche di legno appartenute ai passatori tunisini, e stupisce
Gli uomini della guardia costiera le hanno moncate di motore e timone
per poi affondarle -a colpi d'ascia, forse?- a poche braccia dalle
proprie motovedette all’ancora.
La bandiera della marina militare, con lo scudo delle repubbliche
sormontato dalla corona turrita, sventola a poppa delle motovedette
dalle snelle fiancate color tortora, e semisprofondati in quell’ombra
torbida ci possono essere una mezza dozzina di scafi, ciascuno inclinato
nella sua vertigine da maremoto, e ce ne possono essere anche di
più.
Non si distingue bene, in quel groviglio di fasciame sbiadito e
chiglie che non taglieranno più nessuna onda.
Sono rottami che i cameramen sfaccendati, nell’attesa del
prossimo sbarco, hanno già ripreso più volte, e i
turisti confrontano il cimitero di scafi con le immagini che la
sera prima, in albergo, hanno potuto vedere nel corso del telegiornale.
Anche i turisti sono muniti di videocamere e macchine fotografiche
digitali, e i più stolidi arrivano a chiedere con tono insolente
se i clandestini, sull’isola, ci sono davvero oppure no.
Sui giornali, che arrivano al porto verso le due del pomeriggio,
si legge che il centro di prima accoglienza sta scoppiando, e molti
sarebbero già stati evacuati in aereo alla volta di Crotone;
si legge di naufràgi al largo di Capo Bon e di ingenti spostamenti
di candidati alla traversata presso il confine fra Libia e Tunisia.
Gli isolani, dal canto loro, sembrano legati da un tacito patto
che li porta a minimizzare la situazione. La carità cristiana
nei confronti dei poveracci che si mettono nelle mani dei passatori
tunisini stempera appena il fastidio per la cattiva pubblicità
che potrebbe mettere a repentaglio la stagione turistica.
“Gli sbarchi ci sono sempre stati”, tiene banco un giovane
marinaio. Porta in testa un berretto rosso del team di Alinghi,
e il suo fisico è asciutto e abbronzato come può essere
quello di un uomo che lavora per mare. “Sono i giornalisti”,
dice “che ingigantiscono le cose”.
Qualcuno chiede se, nella sua opinione, sono notizie ingigantite
i naufràgi, l’attenzione del Governo e le operazioni
che si preparano attraverso il canale di Sicilia.
“No, sono cose vere”, il ragazzo dice. “Il punto
è che ne parlano solo quando fa comodo a qualcuno. E i giornalisti
sono qui tutto il giorno senza fare niente. Quando viene sera e
arriva il collegamento da Roma, qualcosa devono pure raccontare.
Mica possono dire che sono rimasti tutto il giorno in spiaggia”.
Gli domandano se era sull’isola quando il colonnello Gheddafi
ha sparato i suoi missili.
“Ero sull'isola, sì”, mi risponde con un sorriso
beffardo. “Andavo a scuola. ‘Lampedusa rasa al suolo’,
scrisse il giornale. Non era successo niente”, dice indicando
la distesa indifferente e rotonda del mare. “La volete sapere
una cosa? Io da quel giorno non li leggo più, i giornali.
Non credo più alla televisione, nemmeno”.
Passa una notte e passa una mattina, e ti ritrovi
a leggere Chatwin sulla spiaggia dei Conigli.
Cose interessantissime a proposito delle antiche civiltà
nomadi. Appunti di viaggio; conversazioni con aborigeni d'Australia
e citazioni dai libri sacri del buddhismo.
I gabbiani già sazi si appostano a poca distanza uno dall'altro
sulla cresta della bianca scogliera che domina la spiaggia, e sotto
il sole che scotta un fremito si propaga, simile a un'onda lunga
che lambisca la riva.
“Una tartaruga!”, è il grido che i turisti si
lanciano l'un l'altro, e nel giro di un minuto la piccola folla
di bagnanti si addensa all'estremità occidentale della spiaggia.
È una torma di corpi seminudi, quella che devi fendere per
vedere la tartaruga, e quasi tutti sgomitano e cercano d’inquadrare
il cuore del tumulto con una videocamera digitale.
“Fatela respirare”, urla una voce di donna, e al centro
della folla c’è un'occhio vuoto, a metà fra
terra e mare, e al centro di quell’occhio trovi la tartaruga
riversa sul guscio. In modo disperato agita le zampe in forma di
pinne, e una delle anteriori è stretta alla radice da un
cordino di nylon arancione dall'estremità sfrangiata. Dicono
che si tratta di un esemplare anziano; di sicuro è lunga
più d’un metro, e la corazza di colore tenue è
incrostata di conchiglie
“L’hanno portata fin qui legata a un acquascooter”,
dice con voce carica d’ansia un uomo che porta una bandana
rossa legata in testa.
“Dobbiamo ributtarla in acqua”, dice qualcun altro.
La confusione è grande, e solo il ragazzo che vende gelati
sulla spiaggia ha il buon senso di ribaltare la tartaruga in modo
che possa rientrare in mare.
“Dove sono quelli dell'acquascooter?”, chiede quando
l’animale riesce a immergere di nuovo il guscio nelle acque
trasparenti del canale di Sicilia.
A quanto pare se la sono già svignata mentre ferveva la confusione.
Qualcuno però ha ripreso la scena con la sony digitale nuova
di zecca, e il giorno dopo, al telegiornale, dopo l’ennesima
notte senza sbarchi, puoi vedere di nuovo i rottami degli scafi
calcinati al sole a poche braccia dalle motovedette e, sempre dalle
rive dell’isola, le riprese amatoriali del salvataggio di
una tartaruga caretta caretta trascinata a riva da due irresponsabili
alla guida di un acquascooter.
Sorridi in modo sommesso e ti chiedi cosa commenterebbe il giovane
marinaio che porta in testa in berretto di Alinghi.
Enrico Brizzi 2003

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