| © Enrico
Brizzi 2003 per GQ.
LE FATE DI REYKJAVIK E IL POPOLO NASCOSTO
La terra senza alberi.
‘Se ci si perde in una foresta islandese, basta alzarsi in
piedi’ (proverbio)
La strada che dall’unico aeroporto internazionale
dell’isola conduce a Reykjavik, la baia fumosa, è una
lingua nera d’asfalto a due carreggiate che traversa, senza
mai perdere di vista la linea frastagliata della costa, una landa
d’oscura roccia lavica dove l’erba cresce a macchie
stoppose, biancastre, e il muschio, con lavoro paziente, ha ricoperto
le pietre.
Il cielo è terso come in alta montagna, e lungo i bordi della
carreggiata, né corsie d’emergenza né guardrail,
ma pali gialli dalla superficie catarifrangente infitti a terra
ogni pochi metri.
L’assenza di alberi d’alto fusto caratterizza il paesaggio
al pari dei bianchi pennacchi di vapore che, sgorgando dalle profondità
della terra, si stagliano contro l’orizzonte, ed è
come se in questa terra stretta tra il mare e i vulcani imbiancati
di neve ogni opera dell’uomo avesse un aspetto fiero e provvisorio.
Modeste piramidi di sassi, erette a un tiro di voce una dall’altra,
punteggiano i profili delle alture per consentire al viandante privo
di mappa di orientare i suoi sforzi, e rosse porte a trapezio, dipinte
sui massi ancora sgombri dal vello del muschio, ricordano che in
particolari condizioni è possibile entrare in contatto con
il Popolo Nascosto, che, in una dimensione diversa dalla nostra,
più vicino al centro delle cose, conduce una vita simile
a quella degli uomini.
La capitale più settentrionale del mondo, si estende su un’area
relativamente verdeggiante di trecento chilometri quadrati, e comprende
nel suo territorio intere vallate e un notevole tratto di costa.
Due terzi dei 270.000 abitanti dell’isola vivono entro i confini
della città, distribuiti tra la downtown cresciuta a ridosso
del mare, laddove l’antico colono Ingolfur Arnarson coltivava
i suoi campi di fieno, e una manciata di sobborghi diffusi, fioriti
nel dopoguerra, che in distanza sembrano ciascuno un monumento,
realizzato a mattoncini Lego, dedicato all’ideale urbanistico
della socialdemocrazia nordica.
Non è chiaro se troll, nani e giganti siano ancora liberi
di scorazzare in giro per l’Islanda, ma a sentire le cronache
delle scorribande messe a segno dai fuorilegge del passato ai danni
delle fattorie isolate, torna alla mente l’adagio, caro ai
professori di storia, secondo il quale solo il fatto di vivere in
città rende gli uomini davvero liberi.
Reykjavik, Bar Castro.
Sono le otto di sera, e nonostante il sole sia ancora alto sull’orizzonte,
e il cielo sulla baia terso e quasi trasparente, il termometro non
si muove dai cinque gradi.
Ancora a metà maggio, camminando radente ai muri delle case
di downtown Reykjavik – pareti rivestite in ondulato per proteggere
il legno dal freddo, o in nudo cemento verniciato a rullo –
ci si può cullare nell’illusione del tepore, ma approssimandosi
agli incroci, o ladddove la linea delle case è scostata dal
marciapiede per lasciare spazio a un poco di prato, il vento gelido
dell’oceano assale le narici e fa bruciare la guance.
Solo la quiete assoluta che avvolge la zona pedonale può
darti la misura della qualità di silenzio che può
regnare sui grandi spazi aperti – le nere distese di roccia
espulse nel corso dei secoli dall’immeso ventre del vulcano
Hekla, i ghiacciai, gli immensi pascoli recintati regno di pecore
e cavalli – che occupano l’interno dell’isola.
Porta a porta con la discoteca Astro, come concreta alternativa
offerta ai giovani islandesi cui non interessano né techno
né house, si aprono le due vetrine d’un club più
raccolto, dal pavimento d’assi e sprofondato nella penombra,
cui i gestori, con tipico humor vichingo, hanno dato nome Castro,
e una coppia di vetrofanie che riproducono il volto di Fidel con
l’inseparabile Avana tra le labbra danno il benvenuto agli
avventori.
C’è un caminetto, all’interno, e candele schermate
da carta colorata ardono sui tavoli, intorno ai quali giovani vestiti
da alfieri della scena skate-punk leggono romanzi, risolvono in
gruppo i cruciverba proposti dai quotidiani o, in silenziose coppie,
giocano a scacchi.
Capita di conoscere un ragazzo di nome Gunnar che beve birra d’importazione
e porta i capelli lisci a frangetta e le basette floride gli invadono
le mascelle. Porta un paio di occhiali da nerd dalla montatura di
plastica nera, e le ragazze che sono con lui, fricchettone senza
rimedio con il foulard legato in testa, bevono tè e fumano
sigarette a gara; poiché all’inizio dell’800
Reykjavik contava a malapena trecento abitanti, ci sono buone probabilità
che i nonni di Gunnar e delle sue amiche fossero contadini o allevatori
dell’interno cresciuti nelle tradizionali case di torba, sorta
di tane seminterrate dal tetto rivestito di zolle erbose.
Parliamo un poco di musica, e tra le nuove bande islandesi eredi
degli Sugarcubes di Bjørk, oltre agli ormai affermati Sigur
Ros e Worm is Green, i giovani di downtown Reykjavik segnalano Minus
e Brain Police (hard rock), Apparat Organ Quartet (rock), e, con
particolare calore, i Quarashi –descritti come i Beastie Boys
islandesi- nonché una band di sad electronic pop rock che
porta l’evocativo e poco scaramantico nome di Funerals.
Mi trovo a pensare che gli islandesi sono belli di una bellezza
che ha a che fare con l’infanzia e con l’incorrotto.
Le ragazze di sedici anni appaiono leggiadre come fate, e via via
che si allontanano dalla giovinezza i loro volti si fanno più
aspri e ordinari.
Gunnar e le vichinghe freak s’informano dell’Italia
e raccontano dei viaggi che sperano di fare, di come lavorano durante
l’estate in un supermercato della botanica per mettere da
parte un poco di soldi, e mai come nel loro appassionato discorrere
mi è apparso chiaro quanto le persone possano considerare
una fortuna il fatto di vivere in un luogo in accordo con la natura
e le sue stagioni; vicini al centro delle cose come il Popolo Nascosto.
Il sole di notte
Fuori, oltre le vetrine decorate con l’immagine
del lider maximo, padri in giacca e cravatta, di ritorno dall’ufficio,
spingono con noncuranza carrozzine hi-tech dal cui tendalino, come
un burqa pensato per proteggere dall’aria fredda, scende un
velo leggero che rende invisibile il giovane occupante del veicolo.
Anche dopo il tardivo tramonto che altera il bioritmo del viaggiatore
e lo spinge a cercare, uno dopo l’altro, l’ultimo locale
della serata l’aria resta limpida e tersa, e lentamente la
cupola del cielo vira al turchino e poi all’azzurro cupo.
Con Gunnar e le ragazze c’è tempo per una birra Viking
e un piatto di cubetti di squalo frollato al ristorante Naust, altra
birra e calcio inglese via satellite al Glaumbar, penultima Viking
e Viking della staffa allo Svarta, e Gunnar mi fa quasi sentire
in colpa raccontando che fino al 1989 sull’isola era proibito
vendere birra con tasso alcoolico superiore ai 2 gradi. A quanto
pare i poveri Islandesi erano costretti a fare tutto in casa con
risultati non sempre soddisfacenti, e Gunnar narra come un episodio
leggendario della sua prima adolescenza il rientro di suo fratello
da un viaggio in Danimarca con dodici lattine di birra vera.
Per strada si accendono i lampioni mentre il cielo, come cantava
Rino Gaetano, è sempre più blu. Debolissimo il disco
della luna e mute le stelle, e già verso le quattro l’annuncio
del nuovo giorno imbiancherà l’orizzonte.
Nonostante la innegabile vicinanza al circolo polare artico, le
ragazze in canottiera che affollano l’ingresso del club Gaukur
a Stong sono più di quante riusciate a contarne. I risvolti
dei loro jeans sono vertigini da due palmi, ai piedi calzano silenziosi
stivaletti da pugile, e anziché farvi sentire a disagio perché
siete prigioniero d’un goffo giaccone invernale, senza che
i loro cavalieri se ne abbiano a male, volentieri divideranno con
voi le loro birre in lattina e con intatti sorrisi domanderanno
se possono baciarvi.
Sono come le spighe di grano, e anche se siete un semplice ragazzo
moro nemmeno tanto alto e prigioniero d’un giaccone, potete
cominciare a sentirvi felici e bellissimi.
Vi chiedono se volete bere qualcosa insieme a loro. Vi chiedono
come vi chiamate e vi presentano alle amiche, che sono decine e
decine, e anche le amiche sembrano provare un immenso piacere di
conoscervi.
Così, a lungo andare, il divertimento e la sensazione di
essere meravigliosi lasceranno posto, nella vostra mente borealizzata
dalla birra Viking, alla consapevolezza che downtown Reykjavik,
dopo sei mesi di buio, è il posto che le giovani donne del
Popolo Nascosto hanno scelto per tornare a passare la dolce notte
all’aperto.
© Enrico Brizzi maggio 2003.
|